Società

di Costanza Miriano

Giornalisti, giornaliste e la mamma a cui il bambino ha diritto

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Giornalisti e giornaliste solo apparentemente fanno lo stesso lavoro. Il maschio parte dal giornale per conquistare il mondo, per plasmarlo, cambiarlo, per lasciarci un segno. La giornalista femmina accoglie il mondo dentro di sé. Se la prende, se ne fa carico, diventa amica degli intervistati, a volte per sempre. All’interno della redazione il maschio fa una battaglia per il controllo del territorio, la femmina non vuole conquistare il territorio ma le persone, o seducendole, oppure prendendosene cura, soprattutto se è in pace con se stessa. Lei mette le foto dei figli sulla scrivania (più spesso dei gatti, i figli se miracolosamente ci sono meglio non esibirli troppo in ambienti di lavoro, e fingere di avere un amante piuttosto che dire che si è state alla recita di Natale, fa poco professionale, basta arrivare un po’ spettinate e con gli occhi gonfi, tanto dopo la recita viene facile, e i colleghi penseranno che ce la siamo giustamente spassata su qualche divano in giro, ovviamente non con nostro marito). Lei attacca i pass della zona rossa della trasferta pericolosa alla lampada insieme alla rosa secca del Festival del cinema, lui li ammucchia in un groviglio tra vecchi giornali, lei ha le bustine delle tisane, e i cassetti pieni di analgesici per i mal di testa dei colleghi, assorbenti e caramelle e crackers perché nel caso che la macchinetta in corridoio si rompa – non succede dal ’97, lo ricordano tutti, fu il panico allora, ma non si sa mai – bisogna poter sopravvivere anche a uno speciale elezioni all night long. Come se la redazione fosse in un deserto lei accudisce i suoi, perché si sa “Dio affida l’umanità alla donna” (S. Giovanni Paolo II).

Il fatto è che l’uomo si definisce con il suo saper fare, e per questo cerca di farlo sempre meglio, specializzandosi, mentre per la donna il lavoro è solo una parte del mondo così grande e colorato e pieno di cose e facce e persone di cui occuparsi. Chesterton sostiene, e io con lui, che per anni ne è stata tenuta lontana, da questo mondo del lavoro, non perché venisse oppressa ma perché fosse libera di spaziare tra tutte le cose che le stavano a cuore. E non negatelo, anche voi donne rampanti in carriera avete comunque altre duecento cose ogni giorno nella to do list, siete anche voi un marchingegno complicatissimo pieno di tasti che devono sincronizzarsi perché stiate bene, laddove i vostri colleghi di tasti ne hanno solo due (on e off). Perciò le donne che non hanno fatto i conti con questa cosa, con la loro complessità, col bisogno di essere tutto per qualcuno, piuttosto per qualcosa per tutti, e che cercano la propria identità nel lavoro sono arrabbiate, spesso aggressive, confondono i piani, cercano conforto e ammirazione e sostegno dove i rapporti devono essere solo professionali.

Ci sarebbe un bel po’ da dire sul tema. Ragionare sul discorso del lavoro femminile. Considerarlo una possibilità, ma anche una inesorabile definitiva pesantissima rottura di scatole, una cosa che per pagare il mutuo dobbiamo fare quando vorremmo essere a casa a preparare le merende ma di certo non la via della nostra realizzazione. Ci sarebbe da chiedere, pretendere sbattendo i pugni, che le donne non siano costrette dalla necessità economica a lasciare i loro bambini piccolissimi tra le braccia di qualcun altro, che sarà anche bravissimo, ma che non sarà mai lei, la mamma a cui il bambino ha diritto. Ci sarebbe da dire, molto, e lo diremo su La Croce, perché il diritto dei bambini ad avere la mamma e quello delle donne ad avere bambini è forse la battaglia numero uno del momento, ed è qualcosa, questa sì, per cui vale la pena qualche volta di non preparare la merenda.

Quando Mario mi ha detto che avrei fatto parte della squadra della Croce stavo sicuramente, come sempre, facendo altre tre o quattro cose oltre a parlare con lui al telefono, e forse non ho neanche capito troppo bene, ma ho risposto sì, uno perché la sua non era una domanda, due perché la parola no purtroppo non è contemplata nel mio vocabolario, soprattutto se a chiedermi qualcosa è qualcuno a cui tengo (astenersi da diagnosi apprendisti psicanalisti, please). Ho detto sì anche con entusiasmo, per la precisione, perché credo profondamente nella battaglia di questo giornale. Ho detto sì anche se non so come farò a trovare il tempo. Ho detto sì pensando che comunque a una certa ora della sera c’è la puntata di Violetta e quindi ho quei quarantacinque minuti di semilibertà dalla fascia più giovane e più esigente della mia prole. Ho detto sì anche per incrementare il fatturato dell’industria dei surgelati (immagino che in un quotidiano i pezzi si chiudano esattamente all’ora in cui io di solito sfiletto il pesce o impano le fettine), così l’economia gira con me. Ho detto sì anche se non si sa se ci saranno i soldi perché se c’è qualcosa per cui vale la pena lottare, la fatica e i soldi per me non sono mai tra delle variabili da considerare nella decisione (confido nella morte per consunzione, e almeno nelle prime dodici ore dopo il trapasso mi farò la bella dormita che aspetto da anni).

Ovviamente mentre Mario mi esponeva il suo progetto – eroico, visionario, coraggioso – io pensavo prima di tutto a come organizzare il tempo della mia famiglia e del lavoro, pensavo a cosa potrei rinunciare (al sonno, of course),e pensavo anche “chissà dove sarà la redazione, ci sarà bisogno di qualcosa da mangiare e da bere”, perché si sa che sono una femmina, e la prima immagine che mi è venuta in mente visualizzando le sue parole “redazione, gruppo, ci proviamo” è stata una caraffa di caffè americano da mettere a disposizione, perché, questo già lo so, assomiglierà più a uno Starbucks pieno di amici che a una catena di montaggio, un posto dove si fa solo per amore una cosa in cui si crede, aspettando il centuplo quaggiù.

E poi, dopo la caraffa, mi è venuto in mente di scatenare tutti gli amici potenti che ho, perché anche noi siamo una lobby (le anime del purgatorio, e tutti quelli che già sono in cielo, da Teresina ad Agostino, ognuno ha il suo potere forte di riferimento), e di chiedere insistentemente (come rompiamo noi femmine non rompe nessuno…) allo Spirito di soffiare potente sulle nostre tastiere, perché noi donne più che alle quote rosa, più che a essere gli alberi delle vele, dobbiamo puntare a essere il vento che le gonfia.

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09/10/2014
1412/2019
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