Società

di Luigi Mercogliano

L’onta indelebile dell’essere obesi

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La vicenda del bambino obeso seviziato a Napoli mi offre l’opportunità di raccontare la mia esperienza vissuta fin da ragazzo e ancor oggi da adulto “obeso” nella mia città.

Per un obeso vivere a Napoli è “un’impresa da Dio”.

Si combatte ad ogni angolo di strada con l’ignoranza della gente. E non solo della gente del “popolino”, quella che non ha studiato e che non comprende che l’obesità, quella vera e non quella di chi ha soltanto le guancie tonde e un po’ di pancetta, è una malattia seria. A Napoli anche le persone per così dire “perbene” si lasciano andare allo scherno di una persona obesa per “gioco”.

Avevo poco più di dieci anni quando iniziai a scoprire la mia “diversità” confrontandomi con i complessi di un bambino. Qualche anno dopo, tra i quattordici e i quindici anni, la “diversità” iniziò a diventare patologica e mi accorsi che ci si ricordava di me solo quando c’era da farsi quattro risate. Come quando si andava a mangiare la pizza tutti insieme e il “simpatico” di turno se ne usciva con la solita battuta: “a lui una pizza doppia, una sola non gli basta”. O quando qualcuno mi diceva “sei troppo grasso, non puoi giocare a calcio con noi”.

Una profonda cultura dell’indifferenza radicatasi negli anni nella più bieca ignoranza di un popolo che vede nell’abbondanza corporea un sinonimo di salute: “sciupatiè, comm sì bell, staje chien e salute”.
Oggi sono un adulto obeso. Ho difficoltà di ogni genere che nemmeno immaginate.

Ho difficoltà a deambulare per lunghi tragitti. Ho difficoltà a vestirmi. Ho difficoltà a lavarmi. Ho difficoltà a stare in piedi per tanto tempo e, di contro, non riesco a stare seduto troppo a lungo. Ho problemi di respirazione e di notte, supino, mi manca l’aria. Ho sempre caldo, anche d’inverno. Ho iniziato per questo a soffrire anche di claustrofobia. Questi sono soltanto alcuni dei problemi di un grande obeso come me.

Riuscite ad immaginare cosa significhi per una persona obesa che vive a Napoli dover affrontare tutti i giorni la vita normale da persona anormale in un contesto che pensa che sfottere una persona obesa sia un gioco divertente, un modo come un altro per farsi “quattro risate? Qualche giorno fa percorrevo a piedi via Nazionale, nei pressi della stazione centrale nel rione popolare del Vasto. All’improvviso una macchina mi si è affiancata ed i due uomini che vi erano all’interno hanno iniziato a ridere guardandomi ed a rivolgermi frasi irripetibili. Provate ad immaginare il mio imbarazzo.
Adesso, invece, provate per un attimo a calarvi nei panni di un quattordicenne obeso che, come il protagonista della triste storia di Pianura, prova a crescere con equilibrio mentale in un simile contesto. Cosa dovranno pensare i tanti coetanei di quel ragazzo dopo quello che è accaduto nell’autolavaggio del terrore?
Cosa vuol dire essere un ragazzo obeso in una città come Napoli? Ve lo spiego io: vuol dire crescere come se avessi addosso un’onta indelebile.

E nessuno ti aiuta. Le istituzioni sono troppo impegnate a gestire altri problemi: una formazione scolastica della comprensione e della accettazione costerebbe troppo. La società ti liquida con un banale invito a fare una dieta perché “la tavola è un vizio”. Anche la medicina banalizza: oggi la risposta medica alla patologia invalidante dell’obesità non è terapeutica ma chirurgica, senza tener contro dei problemi che un paziente over 100 ha in seguito ad un intervento di riduzione dello stomaco e senza considerare – questo aspetto opportunamente viene nascosto dai medici all’atto della spiegazione dell’intervento di chirurgia bariatrica per la cura dell’obesità – che a volte l’intervento è fine a se stesso, visto che il problema è radicato nella psiche di una persona e non nei chili di troppo che trasporta ogni giorno. Un po’ come proporre l’eutanasia ad un paziente in fin di vita: stessa soluzione rapida, stessa triste presa di coscienza della sconfitta della medicina e della vittoria di un “falso progresso”.
E la famiglia? Cosa fa la famiglia? A Napoli si è sempre banalizzato: “mangia a papà, nun ce penzà, che ti fa bene, è tutta salute”!
I fatti di una settimana fa non mi dicono nulla di nuovo. Ma di sciocchezze ne ho sentite davvero fin troppe. Come quella di legare la repulsione per l’obeso alla discriminazione verso il sessualmente diverso, verso l’omosessuale. Si, è vero, anche in questo Napoli ha la sua storia di discriminazione verso i “femminielli”. Ma nella cultura napoletana non si è mai associata la figura del “chiattone” a quella del “ricchione”. Entrambe le condizioni dell’essere sono state e sono tuttora vessate, ognuna a suo modo, dall’ignoranza dei costumi dei napoletani. Ma da qui ad omologare la condizione dell’obeso a quella dell’omossessuale al punto da insinuare nell’opinione pubblica il pericolo di una “ciccio-fobia” ci vuole davvero una grande fantasia. Oppure bisogna essere in cattiva fede!

Quel bambino è solo vittima di una cultura dell’ignoranza aggravata da una profonda ed incontrollata cultura dell’illegalità che, in quei contesti sociali, si concretizza soprattutto nel fatto che i ragazzi crescono nel mito del calciatore o della velina, del pusher o del capomafia. La cosa ancor più grave, a mio avviso, è l’assenza dello Stato che detti regole certe facendole rispettare. E l’assenza d’amore e di rispetto che resta sullo sfondo di ogni rifiuto di Dio, di ogni secolarizzazione crescente. E a Napoli il rischio è che si secolarizzi persino San Gennaro.

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16/10/2014
1809/2019
S. Giuseppe da Copertino

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