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di Mario Adinolfi

Non era vero

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C’è un motivo sempre più evidente per cui dal 13 gennaio ci sobbarcheremo questa enorme fatica (professionale, economica, persino fisica) di proseguire il corpo a corpo sui temi essenziali annunciato fin dall’uscita di Voglio la mamma con uno strumento come un quotidiano cartaceo da mandare in edicola e ogni giorno a mezzanotte nelle caselle email dei nostri abbonati. Il motivo è che ogni giorno gli altri giornali, i più letti, al mattino battono la grancassa a cui fanno adeguare poi tutto il sistema dell’informazione e della comunicazione in Italia. E lo fanno raccontando qualcosa che non era vero.

Prendiamo solo l’ultima settimana. Lunedì 13 ottobre al Sinodo dei Vescovi esce un documento di lavoro, una base su cui discutere, la “Relatio post disceptationem”. Per tutti i giornali è la prova della “svolta gay” della Chiesa. Non c’è sito web che non la annunci come l’indicazione dell’accettazione delle unioni civili tra omosessuali, come il via libera a una legge del genere anche in Italia. Non era vero.

Era solo un documento di lavoro, non diceva nulla di nuovo sulle unioni civili tra omosessuali, calcava forse qualche accento e apriva una discussione. Dopo i siti web dei quotidiani on line è stato il giorno dei quotidiani cartacei, quelli dove dovrebbe essere un surplus di approfondimento. Martedì 14 ottobre non c’era quotidiano che non avesse almeno un editorialista impegnato a commentare i paragrafi 50, 51 e 52 della Relatio affermando che si trattava di una “svolta storica di apertura ai gay”. Non era vero.

Non era vero, semplicemente perché verso i gay la Chiesa non ha mai avuto una linea di chiusura. Chiunque abbia frequentato una comunità parrocchiale sa che non c’è luogo più aperto: ci si ritrova, ognuno con le proprie imperfezioni che noi cattolici chiamiamo peccati. Ma se c’è un luogo che abbraccia gli imperfetti, quello è una parrocchia. Se cercate un luogo aperto a tutti, cercate una chiesa. Ma quale “svolta storica di apertura” ai gay o ai divorziati risposati o a chicchessia. Non era vero.

Mercoledì 15 ottobre si riusciva finalmente a capire il perché di tutti quegli editoriali e di tutte quelle chiacchiere sulla “svolta gay”. Nel giorno in cui gli angeli del fango spalavano a Genova e in cui un’altra alluvione meno raccontata (l’esondazione del torrente Elsa) uccideva due anziani in Maremma, nell’immediata vigilia di una manovra economica da 36 miliardi di euro che rischia di mettere in ginocchio la Sanità in molte regioni, Repubblica apriva il suo quotidiano con la notizia a tutta pagina secondo cui entro fine mese il governo avrebbe depositato il ddl sul matrimonio gay, solo linguisticamente definito sulle “unioni civili” (ci pensava il sottosegretario Ivan Scalfarotto a spiegarlo: “Quelle unioni civili sono il matrimonio egualitario con un altro nome”). Repubblica non si fermava qui. Affermava senza condizionali che la legge del governo era stata annunciata da Renzi in persona “senza incontrare opposizioni” all’inizio di settembre all’Ambasciata della Santa Sede ai piedi dei Parioli al segretario di Stato cardinale Parolin, al presidente della Cei cardinale Bagnasco e al segretario del Sinodo cardinale Baldisseri, a cui erano stati offerti in cambio 500 milioni di euro per politiche familiari. Non era vero.

Non c’era stato alcun via libera episcopale o vaticano a Renzi e Renzi stesso ha annunciato che la legge la farà sì, ma dopo la fine del percorso della riforme costituzionali. Che sarebbe a dire, alle calende greche. Allora giovedì 16 ottobre i giornali si impegnavano a descrivere una Chiesa “dilaniata dalle polemiche” nei circuli minores in cui il Sinodo s’era diviso, dieci commissioni che hanno discusso come dovevano la Relatio di cui sopra. Non era vero. La discussione era quella giusta e inevitabile, la Chiesa cattolica è un corpo che comprende un miliardo di individui, che sanno confrontarsi con franchezza. Ma la divisione e la frantumazione di quel corpo è un obiettivo perseguito da chi sta fuori, non da chi sta dentro la Chiesa, pur con opinioni che possono essere legittimamente diverse. Nessuna Chiesa dilaniata. Non era vero.

Venerdì 17 ottobre i giornali passavano ai tecnicismi, in particolare fioccavano articoli sulla “stepchild adoption” che veniva tradotta sic et simpliciter con “adozione gay”. La legge sulle unioni civili che Scalfarotto ci ha rivelato essere la legge sul matrimonio gay con un altro nome va addirittura oltre la legge sul Mariage pour tous francese, usando la “stepchild adoption” come formula fumosa e in lingua straniera per legittimare la pratica dell’utero in affitto. La stepchild adoption è un artificio giuridico con cui il partner omosessuale può adottare il figlio biologico dell’altro partner, in assenza di altro genitore biologico. In una coppia gay, quale fattispecie soddisfa queste condizioni? Solo e soltanto la pratica dell’utero in affitto. Vi hanno raccontato sui giornali che la stepchild adoption serviva a consentire l’adozione agli omosessuali. Non era vero.

La stepchild adoption è un’altra cosa e si è capito sabato 18 ottobre quando Ignazio Marino ha messo in scena la carnevalata al Campidoglio dei finti matrimoni omosessuali, strombazzati in ogni singolo anfratto dell’informazione italiana, che però erano carta straccia senza alcun valore legale. Non lo diciamo noi, lo diceva in una delle infinite interviste una coppia gay con “figlia” di tre anni: “Oggi a noi non cambia niente, non faremo festa, non ci sarà nessuna cerimonia particolare, forse andremo a pranzo con qualche amico e poi a lavorare. Noi abbiamo festeggiato tre anni fa quando ci siamo sposati all’estero. Noi vogliamo il diritto per nostra figlia ad avere due papà, anche se è figlia biologica di uno solo di noi”. Chiaro, lineare. Hanno pagato un’agenzia specializzata che ha fatto bombardare una donna di ormoni fino a trasformare un suo ovulo in un chicco d’uva, l’hanno mandata in sedazione profonda e gliel’hanno agoaspirato, l’hanno fecondato e poi inserito nell’utero affittato di un’altra donna, che l’ha cresciuto nel suo ventre, l’ha partorito e poi quando il neonato ha cercato il seno della madre gliel’hanno strappato e se lo sono portato via perché se l’erano comprato. Questa è la pratica dell’utero in affitto che la stepchild adoption vuole legalizzare. Ma le legge sul matrimonio omosessuale ancora non c’è e la stepchild adoption manco. Ignazio Marino ha messo la sua firma, sotto i flash dei fotografi e strumentalizzando le coppie omosessuali, su una pergamena del comune di Roma con su scritto “Atto di Matrimonio”. Non era vero.

Non era un vero atto di matrimonio ovviamente. E’ carta straccia per farsi propaganda e far dimenticare di essere un sindaco odiato dai romani. E tutti quei giornali che in questi giorni avevano scritto che la Chiesa aveva dato il via libera alla legge sulle unioni gay, che addirittura c’era stato un vertice con Renzi in cui il presidente della Cei non si era opposto al progetto, oggi domenica 19 ottobre hanno dovuto riportare la reazione indignata della Conferenza episcopale italiana e del Vicariato di Roma alla pagliacciata di Marino. E allora oggi Repubblica s’è inventata il nuovo fronte di divisione: Papa Benedetto contro Papa Francesco. Anche ‘sta robaccia sparata in prima pagina, con editoriale di supporto. Le legioni di Ratzinger contro le legioni di Bergoglio, l’un contro l’altro armate nel Sinodo, con la finale genuflessione del tedesco all’argentino. Secondo voi, può essere vero?

E’ vero il documento finale dell’assemblea sinodale, la Relatio Synodi, che al punto 55 dichiara: “Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”. E allo stesso tempo dichiara ovviamente lo spirito di apertura e accoglienza “con rispetto e delicatezza” nei confronti delle persone omosessuali, perché la Chiesa apre le sue braccia a tutti noi imperfetti.

E’ vero il discorso di Papa Francesco che ha concluso il Sinodo: “Mi sarei molto preoccupato e rattristato se non ci fossero state queste tentazioni e queste animate discussioni”. La Chiesa è un luogo in cui si discute liberamente. Molto più liberamente che a Repubblica, probabilmente.

Non era vero che la Chiesa apriva alle unioni omosessuali, non era vero il vertice del via libera di Bagnasco e Parolin a Renzi per una legge sul matrimonio gay con un altro nome, non era vero il baratto tra questa legge e i 500 milioni di euro per le politiche familiari, non era vero che la stepchild adoption avesse a che fare con l’adozione di bimbi dagli orfanotrofi (sempre l’illuminante Scalfarotto: “I gay vogliono farsi il figlio, non adottarlo”), non era vero che il premier avrebbe presentato una legge contenente la stepchild adoption entro questo mese dopo l’ok del Sinodo, non era vero il matrimonio gay targato Marino e non era vero il via libera della Chiesa su tali unioni tanto che la reazione agli atti del sindaco di Roma da parte di Cei e Vicariato è stata nettissima, non era vero che c’era Ratzinger contro Bergoglio, non era vero che il Sinodo avrebbe rivoluzionato la dottrina cattolica in materia di famiglia.

Così come non era vero la settimana prima che le Sentinelle sono “fautrici di violenza” (copyright Roberto Saviano) e così come non era vero che “prenderle a calci nel culo” (copyright Selvaggia Lucarelli) fosse accettabile. Così come non è vera ogni insopportabile strumentalizzazione delle parole di Papa Francesco, utilizzato come un supporter da tirare per la mantella per perseguire finalità che nulla hanno a che fare con quelle della Chiesa.

Se sapremo con attenzione discernere il vero dal falso, questo tempo faticoso lo vivremo con consapevolezza, pronti a combattere la buona battaglia, sfuggendo a millantatori e costruttori di barriere fumogene, che le utilizzando soprattutto per scoraggiare i testimoni di verità e far credere loro che tutto sia perduto. Nulla è perduto, nulla di quel che conta, anche se il tempo è difficile. Ne siamo consapevoli, ma non rinunciamo a lottare, prima di tutto contro gli spacciatori di bugie.

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19/10/2014
1507/2019
San Bonaventura cardinale

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