Società

di Giovanni Marcotullio

La soluzione è fare l’amore e i figli (come nel ‘46)

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Alle volte sembra davvero una commedia. E lo sarebbe, se almeno facesse ridere.

Mentre in tutta Italia Marino, Pisapia & Co. si prodigano nel trascrivere nei registri civili italiani dei c.d. “matrimoni gay” contratti all’estero, l’ISTAT pubblica i dati relativi ai matrimoni degli Italiani nel 2013: mai così bassi.

Se fossimo in vena di scherzi dovremmo pensare che i volenterosi sindaci sopra ricordati stiano cercando di correggere questo record, negativo che così negativo non s’era visto a memoria di censimento. Da scherzare però c’è poco, e poi pure dalle colonne di Panorama – mica de L’Osservatore Romano, eh – si è levata un’irridente pernacchia (quella della brava Claudia Daconto) al sindaco di Roma: ovvio che in uno scontro istituzionale tra il Prefetto e il Sindaco, laddove quest’ultimo ha approfittato di un vuoto legale per improvvisarsi giudice e legislatore, il TAR dia ragione al primo. Morale della favola, a Roma come altrove: la pubblicità è fatta, il controcanto fa poco rumore e delle sedici coppie prese in giro chissenefrega. Mica sono quelli che hanno inutilmente (e crudelmente) parodiato un atto che lì non poteva esserci, i cattivi: non sono loro gli “omofobi”.

Ma questa è solo una parte della nostra triste commedia, e il tam-tam tribale della lobby LGBT vi compare appena come la scia della beffa: si direbbe quasi che oggi in Italia si vogliano sposare solo gli omosessuali, ossia quelli che non possono (tra loro) contrarre un matrimonio.

Per dirla in breve, nel 2013 sono stati celebrati 194.057 matrimoni, 13.081 in meno rispetto all’anno precedente – per la prima volta si è dunque scesi sotto la soglia dei 200.000. Appena 111.545 di queste nozze, poi, sono state celebrate con rito religioso (il dato si deve a più di un motivo, evidentemente): l’UAAR si leverà la soddisfazione di sottolineare (ancora più di quanto fece nel 2012) che stavolta non solo al Nord, ma anche al Centro i matrimoni solo civili sono più numerosi di quelli religiosi.

Non proprio una novità, insomma: un’estrapolazione un minimo realistica ci avrebbe preso, e difatti già lo scorso aprile Corrado Augias ne parlava, nella sua corrispondenza su Repubblica. Il suo lettore gli aveva scritto tutto compiaciuto di osservare che si rovescia il trend del 1964 (quando lui era stato una delle poche mosche bianche a sposarsi solo civilmente). Con fare adeguatamente crucciato, come si addice a un vero maître à penser, a un filosofo che non si nutre delle considerazioni della gente comune, l’oracolo rispose: «In un’ottica laica [per carità! n.d.r.] la domanda è quali conseguenze possa avere il fenomeno». Sembra l’avvio di un discorso intelligente, invece ripiega subito sulla solita canzonetta: «Le religioni hanno sempre avuto anche una funzione sociale. Il sofista greco Crizia sviluppò la teoria, divenuta celebre, secondo cui gli dèi furono inventati per costringere gli esseri umani a comportamenti morali, a non delinquere». Poi passa nell’epoca ellenistica e pesca Polibio, che allo stesso modo lamentava quella che lui nel II sec. a.C. considerava secolarizzazione: Polibio aveva ragione, secondo Augias, «perché quando le “illusioni” vengono meno e manca una sufficiente acculturazione media, le conseguenze sono quelle che vediamo». Infine la folgorante conclusione: «Quelle religioni che Marx definiva “oppio dei popoli” possono essere ancora considerate un utile rimedio, quando il resto manca» (22/4/2014).

Se Augias fosse lo storico del cristianesimo per cui si spaccia saprebbe bene che il cristianesimo non ha mai funzionato, in sé e per sé, come “utile rimedio”, e che lo studio (serio) delle scritture giudeo-cristiane mostra un’evoluzione della storia della religione un tantino irriducibile ai due schizzi di Crizia e Polibio che egli offre al suo “candido lettore”. Tralasciando poi l’idea che “una sufficiente acculturazione media” dispenserebbe l’essere umano dall’angoscia e dalla speranza – in fondo Augias parla de “le masse”, mica degli uomini (come lui) – andiamo a considerare le “conseguenze che vediamo”.

Da buon oracolo, Augias è stato molto vago, e dunque chissà cosa vedesse o cosa intendesse: noi vediamo che, dagli anni ’90 in qua, la crescita della popolazione italiana è demandata tutta all’immigrazione (e meno male che almeno quella c’è, quando è buona!): dall’83 il tasso di fecondità delle italiane è sceso sotto la soglia di 1,5 figli per ciascuna, mentre già dal ’76 è sotto la soglia minima di due, che garantirebbe almeno il ricambio generazionale (in teoria, perché la mortalità neonatale, infantile e giovanile non è stata mica abolita). In teoria, allo stesso modo, si assisterebbe in questi anni a una ripresa, a giudicare dai grafici: nient’altro che un triste effetto ottico, dovuto all’“aumento delle speranze di vita”, ossia – tradotto – all’“invecchiamento della popolazione”. In realtà, il tasso di natalità non è mai stato così basso, a memoria di censimento (8,6‰), nonostante l’immigrazione. Come per i matrimoni.
Che cosa curiosa! E ne volete un’altra? Il picco più alto degli ultimi decenni (19,7‰) lo troviamo nel ’64, l’anno in cui il lettore di Augias (uno di 417.486 mariti) si sposò. Quell’anno nacquero 1.016.120 bambini, in Italia (l’anno prima i matrimoni erano stati 420.300, circa 2.600 più che in quello allora corrente): per trovare un’annata più prolifica (al lordo delle morti, neonatali e non) bisogna risalire al 1946 (con 1.039.432 fiocchi sui portoni) – l’Italia era in macerie, usciva da una guerra vergognosa, ma ciò nonostante (o forse proprio per implorare il perdono di tanto stupro arrecato alla vita) gli Italiani fecero l’amore quell’anno come in poche altre annate. Qualcosa di simile era accaduto anche nel 1920, strapazzato tra i tira e molla dei due governi Nitti e del quinto mandato di Giolitti: l’“inutile strage” della Grande Guerra (e chi pensava che avrebbero dovuto chiamarla “prima”?) aveva sfibrato le potenze d’Europa, ma non le reni dei sopravvissuti – e peccato, veramente, che a tanti di quanti ne vennero al mondo non fu dato di procreare nel ’46.

Nel ’64, tra i 1.016.120 bambini venuti al mondo nel Belpaese, c’era pure la splendida Monica Bellucci: cinquant’anni dopo, la sua classe (nutrita, tra gli altri, da Valeria Bruni Tedeschi, Francesca Neri, Isabella Ferrari e Sabrina Ferilli) viene fuori un po’ come l’icona – camuffata dallo splendore del punto di partenza, dalla cosmetica e dalla chirurgia – del sommesso ma inesorabile decadimento del nostro Paese.

Ora, invece di degenerare in inutili (e gratuiti) predicozzi moraleggianti al loro indirizzo, guardiamo alla generazione dei loro figli, ossia a noi (chi scrive ha trent’anni), perché le due coppie di dati – d’oro e di piombo – di questo periodo partono da loro e arrivano a noi: in fin dei conti siamo noi, non loro, che non ci sposiamo e che non ci riproduciamo (la Bellucci ha due figlie, è abbondantemente sopra la media delle Italiane dal ’76 in qua).
L’età media tra gli sposi, nelle “annate d’oro”, oscillava tra i 27 anni degli uomini e i 23 delle donne – adesso se va bene a quell’età ci si laurea. E oltre allo studio c’è stato il lavoro, e il ’68 (si fa presto a dire “’68”…), la pillola, il divorzio, l’aborto, poi al contrario la FIVET e le cure per la sterilità, il viagra e l’utero in affitto… e infine non abbiamo un lavoro e non sempre abbiamo voglia di cercarcelo, non abbiamo una famiglia e non sempre abbiamo il coraggio di costruircene una… anche se, pare, una famiglia e un lavoro sono le sole cose in cui un uomo, realizzandosi completamente, può servire completamente gli altri.

Ma ci è stato lasciato un importante credito di capitale, perché i nostri genitori, bene o male, hanno fatto l’una e l’altra cosa – questo ci permette l’orrido lusso di poter non fare altrettanto (fisco permettendo). E siamo noi stessi, al contempo, il capitale umano da strappare a una strana inflazione del cuore. Il conflitto generazionale non è una soluzione al rompicapo, almeno non in sé, perché se i cinquantenni hanno delle colpe i loro figli le hanno non solo subite, come anche loro, ma pure condivise – e così facendo abbiamo “costretto” perfino i Vescovi cattolici ad apprezzare i “germi di bontà” presenti nei nostri faticosi cammini.

Forse il nostro cuore è in inflazione, e teme di fidarsi anche del ragionevole, perché quello dei nostri genitori era stato in deflazione, fino a non diffidare dell’irragionevole. Se però noi dirottiamo le nostre responsabilità sui nostri genitori più o meno sessantottini, chi vieterebbe loro di scaricare il loro peso sui nostri nonni e sulle nefandezze del Ventennio e della Guerra? E loro non avrebbero da rivalersi coi loro padri, e così via, di ferita in ferita?

Fortuna che l’Instrumentum laboris del Sinodo straordinario appena terminato (il primo brogliaccio di lavoro, per capirci, fatto con le risposte al famoso “questionario”) sprigionava già prima dell’assemblea quel senso pratico di cui la Chiesa sa essere maestra: «[…] si ritiene essenziale aiutare i giovani ad uscire da una visione romantica dell’amore, percepito solo come un sentimento intenso verso l’altro, e non come risposta personale ad un’altra persona, nell’ambito di un progetto comune di vita, in cui si dischiude un grande mistero e una grande promessa» (§ 85).
Un gran bel progetto di ricostruzione – speriamo che le lezioni del ’46 e del ’20 ci vengano in soccorso.

In fondo, le macerie non mancano.

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13/11/2014
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