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di Giovanni Marcotullio

Morgan e i sentimenti difficili

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La puntata di X-Factor di stasera sembra come quando si deve brindare per forza, anche se la bottiglia è vecchia e malandata, e allora si incoraggia la schiuma shakerando per bene: quasi una settimana a chiedersi “Ma insomma, Morgan lascia davvero?”, “O torna con noi?”, e “Se lui non torna chi ci sarà?”, “In fondo questa trasmissione l’ha creata lui!”… E poi, due giorni fa, la lieta novella: «Non temete, piccolo gregge!». In fondo, cosa non farebbe un padre per una sua creatura… e cosa non si fa per mezzo punto di share! – anche la recita di un divorzio annunciato coi produttori, purché se ne parli e ci sia poi il lieto fine (si è parlato addirittura del “perdono” di Sky a Morgan – pare il figliol prodigo!).

E che ti vuoi perdere le prime parole che dirà tra poco? «Non abbiate paura – sembra di sentirlo –: non vi lascio orfani!». Che poi son quelle frasi di Gesù che conservano un po’ del loro effetto da ogni bocca e in qualunque contesto (pure la Bignardi c’ha intitolato un libro!).

È vero che di cose gravi a cui pensare ne avremmo tante: dal tetto massimo delle pensioni (che non c’è più, e quindi difficilmente ci saranno delle pensioni per noi) al crollo demografico che non aiuta a sperare in una facile ripresa, passando per i fondi insufficienti di scuola e sanità e, subito, per le loro strutture fatiscenti, fino alle urgenze dell’immigrazione, dell’integrazione e dell’educazione civica in genere.

Tutto questo è vero, e il lamento potrebbe proseguire a lungo per le sue stazioni canoniche (la recessione, le mazzette, le raccomandazioni…), ma poiché da quando si ha memoria «la situazione politica in Italia è grave, ma non è seria», prendiamo la stracotta citazione di Flaiano come una patente per divagare anche noi nelle frivolezze. Se nonostante tutto sui giornali si è parlato di Morgan e X-Factor vuol dire che i circenses non sono finiti (e che pure di pane ce n’è ancora un po’). Tra l’altro i maestri dello spirito ci hanno insegnato che, se proprio non si può evitare una distrazione durante la meditazione, il meglio è meditare sulla distrazione (a patto che la distrazione non sia cattiva in sé).

Per non distrarci pure dalla distrazione, però, richiamiamo alcune cose interessanti che la commozione per il ritorno del figliol prodigo potrebbe oscurare (e di sicuro lo farà). Due cose emergevano qua e là tra quanto ho potuto leggere in proposito: la prima era la coincidenza cronologica tra lo scomplore tristone delle Femen e quello di X-Factor; la seconda era l’accurata cronistoria di tutte le volte che Morgan ha puntato i piedi e ha detto “basta, con voi non gioco più!”, salvo poi fare marcia indietro (pare che sfiorino le dita di due mani – a sentire i ben informati).

La prima osservazione, “in stereo”, porta al rilievo – ovvio, ma forse non fa male esplicitarlo – che quando non si sa attirare l’attenzione con la bellezza e con il genio si è costretti a farlo con il demenziale e con la bruttezza. Tanto funzionano allo stesso modo, in termini di audience a breve termine, e la frutta marcia costa enormemente meno di quella florida: come la droga, però, qualunque tipo di robaccia dà assuefazione, e prima o poi le dosi si rivelano insufficienti (così pare dire lo share di AnnoUno, in picchiata a dispetto dei toni infiammati e dei centimetri di carne in vista). La seconda tende invece a scoprire le simpatie e le antipatie della gente nei confronti del personaggio di Castaldi, ossia di Morgan, e a dividere l’Italia («ahi, serva Italia…») nel solito bipolarismo da operetta a favore o contro il Pulcinella di turno.

Dunque di schierarmi con o contro Morgan non m’interessa minimamente, soprattutto perché un personaggio non è una persona, e io non ho il piacere di conoscere Marco Castaldi: il tormento di un artista è rispettabile (e anzi venerabile) quando è schietto – non quando è una posa studiata e, quindi, compiaciuta (non ce lo vedo Leopardi a “tormentarsi” il ciuffo come lui). I due “filoni” sopra ricordati, però, lasciano un po’ troppo in sordina l’evento in sé, per dedicarsi piuttosto ai dettagli rumorosi: Morgan che fa i capricci, o le Femen che tentano di impepare il loro noioso topless a forza di cretinate blasfeme…

La cosa che però è accaduta a X-Factor una settimana fa è stata lo sfruttamento di ragazzi inermi e senza scelta come megafoni di un’ideologia rabbiosa – e questo è stato interessante quanto un documentario di caccia, anzi di più. Ha avuto un bel lagnarsi, Morgan, dell’aver dovuto scegliere di eliminare una delle sue squadre: da Miss Italia al Ping-Pong i concorsi a eliminazione funzionano così, e non sarà stato lui (che X-Factor l’ha “inventato”) a vagheggiare un’obiezione di coscienza dei giurati nei talent show. Però è un peccato che così poche parole siano state spese per gli Spritz for Five, sfortunata boyband che ha pagato nell’eliminazione soprattutto la caparbia scelta del loro coach: cinque ragazzini abituati a cantare a cappella sguinzagliati sui latrati di Roberto De Simone all’indirizzo variegato di Chiesa (ché non si sbaglia mai), polizia, datori di lavoro (avercene…), insegnanti. Una canzone di cui Selvaggia Lucarelli (mica un’educanda!) ha detto che «spinge al suicidio di massa fin dal suo terzo secondo»; ma la cosa più carina (non fosse tragicomica) è stata l’imbarazzo dei cinque ragazzi che a uno a uno dicevano, nel videoclip che precedeva l’esibizione: «Io non ho nulla contro il mio don Alessandro, che anzi saluto», e «io non ho nulla contro le forze dell’ordine, ci mancherebbe…».

Un paradosso grazioso, sì, e molto interessante, ma non abbastanza da salvare gli Spritz for Five: il pubblico in tv è ben addestrato ai cartelli che intimano “applausi!”, ma davanti a quella sfuriata senza ragione gli applausi quasi non si sono sentiti, e i voti non hanno premiato gli Spritz come sull’altro canale gli ascolti non hanno premiato le Femen. Siccome la tv è un’arena, poi, quando il pubblico condanna i gladiatori è l’imperatore stesso a “doverli” condannare, se non vuole essere condannato pure lui: e se questo non basta ancora – perché anche Mika glie l’ha detto, a Morgan, e là per là, che la canzone era eccessiva per i Five – allora l’imperatore deve recitare una scena madre in cui la vittima è lui. Tutto questo Morgan ha avuto la scaltrezza di farlo; la Innocenzi (forse inibita dal proprio cognome) no – e se ne sono visti gli effetti sui giornali… Sì perché – diceva bene Montanelli – l’ammirazione e il rispetto sono “sentimenti difficili”, che postulano la ragione e la ricerca della verità, mentre «l’indulgenza e la compassione» sono «sentimenti facili e quasi voluttuosi della gente».

Questo funziona così bene, nei nostri circenses, da permetterti perfino – una volta che stuzzichi la compassione e stimoli l’indulgenza – di piagnucolare per essere stato censurato dalla tv pubblica, senza che nessuno osi puntualizzarne la ragione: che cioè fosti censurato per delle infelici dichiarazioni in cui sfumavi nel positivo gli effetti che l’uso di droghe avrebbe lasciato nella tua vita. «È la mia opinione» è il mantra, ma si sa che questo vale per le opinioni estreme, non per quelle ovvie.

Solo che il popolo non è estremo, e questa grande lezione torna a visitarci ogni volta che il sentimento popolare viene inutilmente (e quindi stupidamente) ferito nelle cose che gli sono in fondo più care. In tutte le epoche e in ogni luogo il popolo è sempre accorso morboso a vedere le esecuzioni capitali, ma se ne ritirava meditabondo e scottato ogni volta, in qualche modo avvertito di aver perso qualcosa: in questi due momenti sta la differenza tra il populismo – che carezza la pancia e titilla le viscere delle masse – e il popolarismo – che ne intercetta gli affetti e ne accompagna il destino.

Impari questo, Morgan, e vi riflettano tutti, a partire dalla Innocenzi: “pop” è radice comune di “popolarismo” e “populismo”, ma nemmeno nella brevità di una canzone si può nascondere se un’idea nutra un popolo o lo avveleni.

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20/11/2014
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