Politica

di Giacomo Maria Arrigo

Veronesi, Giobbe e l’amore senza retribuzione

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Umberto Veronesi fa ancora parlare di sé. Nel suo ultimo libro Il mestiere di uomo (Einaudi) si racconta e rivela aspetti autobiografici che riguardano primariamente il suo rapporto con la religione. Scrive: «La scelta di fare il medico è profondamente legata in me alla ricerca dell’origine di quel male che il concetto di Dio non poteva spiegare». Appare sin da subito la sua posizione atea, mitigata talvolta da un dichiarato, ma poco convinto, agnosticismo. Continua: «Ho pensato spesso che il chirurgo, e soprattutto il chirurgo oncologo, abbia in effetti un rapporto speciale con il male. […] In sala operatoria, quando il paziente si addormenta, è a te che affida la sua vita. E tu, chirurgo, non puoi pensare che un angelo custode guidi la tua mano quando incidi e inizi l’operazione. […] Ci sei solo tu in quei momenti».

Le cause dell’allontanamento dalla religione sono anch’esse descritte nel testo: «Durante la guerra ho toccato con mano la follia del nazismo e non ho potuto non chiedermi, come fece Hannah Arendt prima e Benedetto XVI molti anni dopo: “Dov’era Dio ad Auschwitz?”» Domanda tragica che tuttavia ha condotto i due citati pensatori a mantenere la fede in Dio. Ad ogni modo è stato soprattutto l’incontro con il cancro a fargli crollare definitivamente la fede: «Allo stesso modo di Auschwitz, [il cancro] è diventato la prova della non esistenza di Dio. Come puoi credere nella Provvidenza o nell’amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi?»

Di fronte a queste parole, tragiche e angosciose, non possiamo rimanere indifferenti. Sembra riproporsi di epoca in epoca la stessa domanda, la cui formulazione più celebre è forse quella di Severino Boezio: “Si Deus est, unde malum? Si Deus non est, unde bonum?”.
Veronesi qua veste i panni di Ivan Karamazov, personaggio del celebre romanzo di Dostoevskij, quando alza una lamentazione contro il cielo con una voce carica di risentimento e desiderio di giustizia: «Se tutti devono soffrire per acquistare con la sofferenza l’eterna armonia, che c’entrano qui i bambini? Dimmelo, ti prego! […] Se le sofferenze dei bambini hanno servito a completare quella somma di sofferenze che era necessaria per l’acquisto della verità, io affermo sin d’ora che tutta la verità non vale un simile prezzo. […] Io non voglio l’armonia, non la voglio per amore verso l’umanità. Preferisco che le sofferenze rimangano invendicate. Rimarrei piuttosto con il mio dolore invendicato e con il mio sdegno insaziato, anche se avessi torto!»

Utilizzare il male come prova contro l’esistenza di Dio è una tentazione forte. Eppure sarebbe opportuno richiamare il pensiero del filosofo Paul Ricoeur intorno alla tematica: considerare l’esistenza di Dio in contrasto con la presenza del male sarebbe rimanere in quello che Ricoeur chiama «un modo di pensare sottomesso all’esigenza della coerenza logica». Il problema del male, in altri termini, è senz’altro aporetico se manteniamo «la logica della non-contraddizione e della totalità sistematica». Bisogna pertanto uscire da questa trappola, e nello stesso tempo venir fuori anche «dal ciclo della retribuzione», che induce a credere in Dio per il bisogno di spiegare il perché della sofferenza. Come fare?

La risposta si trova nell’Antico Testamento, nella vicenda relativa a Giobbe, personaggio che Dio mette nelle mani di Satana per scommessa: Dio sostiene che Giobbe non avrebbe rinnegato la sua fede neanche in una condizione di estrema indigenza, e così tocca a Satana metterlo alla prova. Giobbe, uomo buono e pio, viene privato di tutti i suoi beni, e pur tuttavia rimane fedele al Signore. Scrive Ricoeur: «Giobbe è giunto ad amare Dio per nulla, facendo così perdere a Satana la sua scommessa iniziale. Amare Dio per nulla significa uscire completamente dal ciclo della retribuzione». E continua: «Le ragioni del credere in Dio non hanno niente in comune con il bisogno di spiegare l’origine della sofferenza. […] Noi crediamo in Dio a dispetto del male. Credere in Dio nonostante».
Questa è la miglior risposta al professor Veronesi (e che Zichichi non ha pienamente centrato nella sua replica). Se non dovesse bastargli, gli si può altresì proporre una espressione che si trova sempre fra le pagine di Ricoeur: «L’accusa contro Dio è l’impazienza della speranza».

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04/12/2014
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