Società

di Giorgio Sbrocco

La strana tribù del calcio e il mondo appena normale

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In un mondo appena appena normale, noi della tribù del calcio, saremmo tutti al fianco di Leandro Castan appena uscito dal reparto di terapia intensiva dopo l’intervento al cervello che ha subito nella giornata di mercoledì. Ma siccome di normale, in questo mondo c’è davvero poco, siamo a pensare a come degnamente presentare l’ennesimo atto dell’eterna e astiosa sfida che oppone dalla notte dei tempi pallonari la Viola ai bianconeri della Torino sabauda ma non torinista. L’evento andrà in scena tra poco alle 20.45 sul verde dello stadio della capitale toscana intitolato al più capace e illuminato dei dirigenti del calcio di casa nostra. Quell’Artemio Franchi il nome del quale, a chi crede che fubbol e, in generale, lo sport di alto livello e di altissima presa popolare, debba e possa essere anche visionaria strategia e non solo banale e impiegatizia tattica applicativa, non può non riportare alla mente gli anni in cui lo sport tricolore ebbe rango e titolo per affermare la propria eccellenza al cospetto dell’universo mondo. Tanto tempo fa.

Oggi fra Juve e Fiorentina, in valuta corrente, ci sono 15 punti di distacco. Con l’undici di Allegri autore di 11 successi in 13 uscite stagionali, opposto alla squadra di Montella che di vittorie ne ha incamerate meno della metà ma che nell’ultimo turno, a Cagliari, ha punito la nota dabbenaggine difensiva della banda Zeman con “quattro pappine quattro” che bene hanno fatto al morale e alla classifica. Oltre che riportare alla mente un altro quattro (allora fu “a due”) che in riva all’Arno ancora delizia e strugge. Ma anche questo fa parte del passato.

Diciamolo: sognare un Fiorentina-Juve datato dicembre 2014 senza veleni, in una vigilia che tratti solo di schieramenti, panchine lunghe e minutaggi, è formalmente vietato. Quantomeno: impossibile. Lo impone il blasone di due società che, pur in quote assai diverse, hanno scritto o contribuito a scrivere la storia del calcio italiano. A volte esagerando in vittimismi e spesso alla ricerca di alibi per sconfitte che sul campo erano maturate e che all’interno di quel rettangolo magico avrebbero meritato di rimanere.

Ma sarà grande calcio? Speriamo di sì. Lo pretendono due dirigenze, contrapposte ma accomunate dall’insaziabile ricerca della luce dei riflettori. L’una perdonando (senza che l’interessato avesse però mai inteso muoversi in una tale direzione) tesserati associati poco o punto limpidi nei comportamenti ma estremamente capaci e produttivi. L’altra dando del sòla al salvatore delle italiche automobilistiche sorti e al suo sodale presidente del consiglio, incidentalmente figlio della stessa città, prima di ricordare che a volte sono i cognomi, non chi li porta, a concedere status e a generare prestigio. Con tutto il rispetto pei tornitori.

Insomma: sarà un Fiorentina – Juve sicuramente da godere. Magari come certe ribollite delizianti ma pesanti il giusto e dure da digerire nel breve periodo. Duellato non in punta di fioretto ma con modalità d’attacco e di risposta più simili alla spada e alla clava che all’arma più nobile. E in dovuto e pesantissimo sovrapprezzo prepariamoci a subire (pochi, ne sono certo, ne godranno) del corollario cadenzato di litanie impropriamente classificate alla voce: cori. Ci sarà chi inneggerà alla strage di innocenti bianconeri (fra un anno a maggio saranno trent’anni) consumata in un lugubre stadio belga nel giorno di una finale che sarebbe dovuto essere giorno di festa per definizione e chi, in una corsa al massimo ribasso di cui nessuno sa definire il limite estremo, se non il traguardo, sghignazzerà osceno e indecente al traino di rime costruite sulla triste sorte di un biondo e malinconico terzino precipitato dal tetto.

Sarà quindi, e in tutti i sensi, un match ruvido dentro e fuori dal campo. Rigorosamente senza esclusione di colpi. Leale per quanto può esserlo uno gioco in cui “indurre in errore il giudice” (fregare l’arbitro) è considerato gesto meritorio arte quasi sacra. Sanguigno quanto basta, nel nome di imperativi che solo lo sport ha ancora la capacità di evocare senza scadere nel ridicolo. Uno su tutti: vincere! Magari senza meriti particolari. Per un inciampo del destino o per divina concessione del caso. A volte succede.

Meno di 24 dopo toccherà alla Roma sparare la bordata di risposta nel duello ravvicinato con la Juve prima della classe di un campionato che tutti vogliono “roba esclusivamente loro”, con gli altri a scannarsi per posizioni di seconda fila. Lo farà domani dall’Olimpico (ore 18), in una città che solo alcuni e poco informati giornali del Nord dipingono come attonita e sbigottita per le gesta del Ciecato e dei suoi sodali, affrontando il Sassuolo. Cacofonia solo apparente del calcio che conta. Sorta di super provinciale che in classifica dista dall’armata giallo rossa meno punti di quanti non separino la Juve dalla Viola. Specialista in pareggi (meglio dei nero verdi solo la Samp, e di poco) e con quarti di nobiltà confindustriale che qualcosa vorranno pur dire e sapranno pur fare. Sassuolo! Patria della ceramica per l’edilizia su cui indagò il giovane Romano Prodi nel 1966, all’inizio di un percorso che lo portò in cattedra e a molto altro ancora.

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05/12/2014
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