Politica

di David Nieri

Presepe e croce: non si può estirpare l’anima

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È di qualche settimana fa la notizia di un gruppo di universitari fiorentini che, rispondendo al tentativo di “scrocifiggere tutto” da parte degli studenti di stampo progressista, hanno appeso un crocifisso di cartone in un’aula a Novoli. Infatti, da quando Alberto Tesi, rettore dell’ateneo fiorentino, ha deciso di rimuovere il “discusso” simbolo dall’aula magna dopo la sua ristrutturazione per non riappenderlo più, è scoppiata una battaglia tra coloro che osannano la “sacrosanta laicità” di Stato e istituzioni e i “tradizionalisti”, categoria ormai ridotta a pochi esemplari e destinata a essere confinata nelle riserve (secondo la vulgata “moderna”). Difficile stabilire chi vincerà una guerra che – a detta di chi scrive – non avrebbe neanche il presupposto di esistere. Un po’ come tutte le guerre, del resto.

È notizia recente quella di un’altra guerra che si combatte ancora una volta nelle scuole, e che in qualche modo è diretta conseguenza e continuazione della precedente in periodo natalizio. Luciano Mastrorocco, preside dell’Istituto De Amicis di Celadina, a Bergamo, ha vietato il presepe sottolineando che “la scuola pubblica è di tutti e non va creata alcuna occasione di discriminazione”. Come se un crocifisso, o un presepe, fossero “strumenti” di divisione, di turbamento. Come se una tradizione secolare, come se gli stessi fondamenti della cultura occidentale, quindi la nostra (che la stessa scuola, benché “pubblica”, dovrebbe contribuire a trasmettere), fossero in qualche modo discriminatori nei confronti di chi – bontà sua – la pensa diversamente, segue altre religioni o (meglio) nessuna. Esiste una semplice risposta a tutto questo, basta guardarci intorno: tradizione, storia e arte che contraddistinguono il nostro bellissimo paese esprimono concetti diversi. È un’evidenza, non un punto di vista. Il tentativo di crocifiggere il crocifisso e sbaragliare il presepe – anche se nessuno dei “responsabili” lo ammette – ha il solo scopo di affermare – spesso con violenza – un rifiuto nel nome del progresso degli stessi valori non negoziabili (personalmente li definisco “essenziali”) che costituiscono il presupposto delle nostre vite, della nostra esistenza, della nostra civiltà. Si tratta della stessa prepotenza che spinge a usare la forza (fisica, purtroppo) nei confronti di chi, umilmente (e un po’ ingenuamente), afferma che un bambino nasce dall’unione di un uomo e una donna, che i diritti alla felicità individuale non esistono “per principio”, che le leggi non si disegnano sui desideri e i capricci delle varie lobby che strumentalizzano la politica e ne sono a loro volta strumentalizzate. L’unico diritto incontesatabile, in questa prospettiva, è quello del bambino: avere un padre e una madre. Affermare questa assoluta verità, magari in piazza leggendo un libro, in piedi, senza far rumore, genera irritazione, rabbia. E botte.

Chissà dove ci porteranno, questi falsi miti del progresso. Chissà se esistono ancora isole di buonsenso (e rispetto) dove poter ritrovare un ordine, almeno nelle questioni fondamentali. Un tempo esistevano, anche se non ce ne accorgevamo, tanto sembravano “naturali”. È da queste isole che dovremmo ricominciare, sono queste isole che dovremmo riscoprire per far sentire la nostra voce in un mare di modernità spesso al limite della psicosi. L’isola che in effetti c’era, quand’ero bambino, il paesino di mille anime (mai capito se gli animali domestici fossero inclusi o meno) dove sono nato e cresciuto, nella remota provincia toscana. Erano gli anni settanta, i difficili e tesi anni settanta. Fuori dal mondo, ma forse – lo dico con il senno di poi – immersa fino al midollo nel mondo “vero”. Come da buona tradizione toscana, il partito comunista (che includeva mangiapreti e bruciachiese, pure numerosi), arrivava più o meno all’ottanta per cento. Quattro negozi di alimentari e i due circoli, acli e arci, a richiamare chiaramente le due fazioni opposte del paese. La chiesa medievale – neanche a farlo apposta – nel mezzo, l’ago della bilancia di due pesi perennemente in contrasto. Inutile dire che lo stesso paese e la miriade di piccoli centri confinanti avevano il loro centro in quella sacra costruzione, dalla quale tutto era nato e si era sviluppato nei secoli a seguire (anche questo dato di fatto vorrà pur significare qualcosa).

Nel paese non mancavano certo tensioni, frequenti gli sguardi torvi e le discussioni politiche. Qualche litigio, ovviamente, non poteva mancare. Neanche tra noi bambini, che in qualche modo assorbivamo ciò che ascoltavamo in casa e caratterizzava il nostro sguardo fuori.

Ma, nonostante le differenze economiche, ideologiche e culturali che contraddistinguevano i suoi abitanti, il paese si ritrovava a condividere un senso di comunità che non ho più sperimentato negli anni a seguire, soprattutto da quando vivo in città. Mi sembra un miracolo (e forse, in effetti, un miracolo lo era davvero) quando mi capita di ricordare quelle domeniche con la chiesa gremita di devoti ma non solo: perché, oltre ai devoti, in chiesa c’erano anche (a talvolta servivano messa) i figli di coloro che ogni giorno si inventavano nuove bestemmie (come ha giustamente ricordato Benigni nel suo recente spettacolo, noi toscani in questo senso siamo maestri) pur di dissacrare e sottolineare la propria “distanza”. Ancor più significativo il fatto che, anche se raramente – quindi in occasioni particolari quali festività e cerimonie –, in chiesa si vedevano anche i protagonisti di questi neologismi articolati. Rinunciare ai sacramenti non era previsto da un codice “morale” che oggi è scomparso, come non era contemplato il rifiuto di una benedizione pasquale in casa.

Due fazioni, un’anima, quell’anima “cristiana” alla quale ha fatto appello Papa Francesco durante il suo discorso illuminato a Strasburgo. Rinunciarvi, rinnegarla è lecito, estirparla, invece, non è possibile. Perché narra la nostra storia, è dentro di noi, come la chiesa del mio paese che rappresenta il fulcro della sua stessa esistenza. Quasi a ricordarci che guardare avanti è essenziale, senza però dimenticare, di quando in quando, di alzare gli occhi al cielo.

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20/12/2014
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