Società

di Luigi Tacchi

La cultura dello “scarto” che si elimina da sè

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Il Belgio ha autorizzato l’eutanasia per uno stupratore seriale schiacciato dai sensi di colpa. Questa news, di qualche settimana fa, mi e’ tornata in mente mentre vedevo in azione il vippaio al gran completo nel video per la dolce morte. Eppure debbo ammettere che, tra tutti i temi cari a VLM e ai vari movimenti per la vita, quello dell’eutanasia mi ha sempre messo in crisi più di altri. In fondo, differentemente dall’aborto, qui non è in gioco una terza persona, qui ognuno sceglie per se e basta. Poi leggo ciò che succede in Belgio, ossia una sorta di reintroduzione della pena di morte in modo vile, perché ottenuta su richiesta del condannato, e mi appare chiara una cosa: L’eutanasia rischia di trasformarsi in una sorta di “soft power”, quel potere che non si manifesta con i galloni dell’ordine perentorio e del divieto assoluto, ma con la leggerezza della moral suasion, con il consiglio dell’amico, con la pacca sulla spalla e la strizzata d’occhio; o anche solo con la tragica assenza di qualcuno che avrebbe potuto esser presente ed offrire alternative di senso alla disperazione del non senso.

Un po’ come quegli uomini che non avendo il coraggio di lasciare una donna fanno di tutto per farsi lasciare da lei (e alzi la mano chi non lo ha fatto almeno una volta…), o come quei figli che non direbbero mai ad una madre di andare in ospizio, ma poi alla fine è lei a decidersi, perché non vuole disturbarli… Ecco, anche questo mi sembra sia l’eutanasia nei paesi guida dei “diritti civili”, un modo sottile per ottenere ciò che in altri tempi o in altri luoghi veniva fatto con metodi più spicci e (forse) più brutali.

Lo scarto che si riconosce come tale e si butta via da solo, geniale non c’è che dire. una forma di selezione automatica ed efficiente che, come nelle catene di montaggio meglio industrializzate, preimposta margini di tolleranza per le deviazioni dai valori standard dei prodotti, destinando automaticamente al macero quelli che si collocano al di fuori di questi.

Certo, se penso alle sofferenze di un malato terminale e alla capacità che ha ora la medicina di cristallizzare un uomo un attimo prima della morte, allora le cose si complicano, ma per questo, forse, basterebbe evitare l’accanimento terapeutico e investire in cure palliative.

Invece i viaggi della disperazione in Svizzera sono altra cosa, sono uomini che si dimettono dalla vita, con un “incentivo all’esodo”, come nelle aziende che devono ridurre il personale, sotto forma di clinica attrezzata con tutti i confort, e l’illusione che morire svanendo sia dolce e non tragico. Dimissioni incentivate, dunque, da un mondo dove esisti in funzione delle prestazioni che rendi, finché un giorno ti guardi allo specchio e non ti riconosci più, troppo vecchio, o malato, o depresso, per avere senso stare al mondo; come quando entri in un negozio ed improvvisamente, in quel contesto fintamente perfetto, sotto quelle luci e davanti quegli specchi, ti senti vestito male, spettinato, grasso, tanto che non ti basterebbe comprare vestiti ma vorresti scambiarti con uno di quei manichini cui tutto calza a pennello.

No, questa eutanasia non ha nulla di liberatorio, è solo una sconfitta per l’umanità, preferisco spendere energie per dare un senso alla vita di chi soffre, che per indicargli l’uscita di sicurezza verso l’abisso.

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21/12/2014
1909/2019
S. Gennaro

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