Società

di Luigi Mercogliano

La scuola che vorrei

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La scuola che vorrei è una scuola di periferia, non troppo in vista, di quelle che non stanno in centro nelle vicinanze dei centri commerciali o delle strade dello shopping. Di quelle che quando arrivi la mattina per accompagnare i tuoi bimbi non devi fare tanti giri per trovare il posto per la macchina. Di quelle che quando percorri il viale di ingresso, bello ampio e lungo, ti accorgi che nonostante la scarsità di risorse chi ci lavora fa di tutto, a volte anche i salti mortali, per non farla cadere a pezzi. Di quelle che quando entri la bidella ti sorride, dà una carezza alla tua bimba e sempre e comunque, anche quando ha qualche grillo per la testa, rivolge un saluto affettuoso e rispettoso a te che sei un papà e che giorno dopo giorno, tra mille stenti e tanti sacrifici, porti a scuola la tua bimba senza mai saltare una mattina, senza mai dare peso a qualcosa che non va, senza mai arrabbiarsi e fare la faccia storta per un ritardo. E di ritardi, specialmente i papà - ma, a volte, anche le mamme - ne fanno proprio tanti!

La scuola che vorrei è una scuola nella quale ci sono persone dal volto umano e non costruite in laboratorio. A cominciare dalle bidelle, dal custode, fino ad arrivare alle maestre e al Signor Preside, nella scuola che vorrei ci sono lavoratori umili che, senza sostegno alcuno da parte delle istituzioni locali e nazionali, combattono la battaglia più dura e importante della nostra società: quella di formare i notri bimbi, dall’asilo all’ultimo anno del liceo, passando per le elementari e per le medie, l’ossatura, il centro nevralgico della formazione di un ragazzo che si affaccia all’età adulta. E non hanno nomi altisonanti o titoli roboanti da far invidia a top manager pubblici o privati. Si chiamano invece molto più umilmente Tina e Maria, Gabriella, Carla Patrizia e Anna, e poi Marcella Virginia e tante tante altre. Tutte persone normali che con tanto impegno, tanta fantasia, tanta buona volontà provano giorno dopo giorno a fare il loro mestiere, importante e centrale nella nostra società, con onestà e dedizione.

La scuola che vorrei è una scuola nella quale non ci sono i figli dei professionisti, dei notai, degli avvocati, dei professori universitari, dei magistrati o dei politici che fanno accompagnare i loro figli dalle auto di servizio, dall’assistente o dalla colf.

La scuola che vorrei è fatte di mamme e papà che ogni giorno, dalle sette del mattino e fino alle otto e trenta, quando suona la campanella e tutti devono essere seduti in classe composti e in ordine, si vestono in fretta ed hanno la gioia di accompagnare i loro figli a scuola, che si bel tempo o che nevichi, che siano attesi in ufficio o ad un appuntamento importantissimo di lavoro.
E questo solo per un altro importantisssimo ed indimenticabile giorno di scuola.

La scuola che vorrei non è nel quartiere bene, nella strada storica dove ci sono gli atelier di Prada di Ferragamo o di Gucci o nelle vicinanze della storica piazza ritrovo della gioventù per bene della città.

No, no di certo. La scuola che vorrei è nei quartieri difficili, a ridosso delle periferie dimennticate ed abbandonate dallo Stato. A volte immersa tra le piazze di spaccio e i mercatini dove la gente spende i propri risparmi nel quotidiano per mettere il piatto a tavola e nulla più.

Ed accoglie, la scuola che vorrei, tutti, ma davvero tutti. Dal figlio dell’impiegato al figlio del commerciante; dalla figlia del cassintegrato ai figli di chi un lavoro non ce l’ha mai avuto e mai ce l’avrà, probabilmente, in questa Italia devastata da una politica che non incentiva lo sviluppo e non consente al mondo del lavoro di riprendere fiato.

E, nonostante questo, la scuola che vorrei ce la fa. E mentre ce la fa, diventa anche esempio di integrazione buona, adottando programmi di accoglienza dei meno abbienti, dei non italiani, dei bambini provenienti da altre etnie e culture vincendo premi comunali, regionali ed a volte anche nazionali.

E riesce, tra mille pressioni delle lobby LGBT interne finanche al Ministero ed al Provveditorato e della politica interessata ai voti delle lobby, a tenere fuori dalle aule dei bambini la terribile ed infernale cultura bieca del gender, proponendo in alternativa programmi nei quali la Famiglia è composta sempre da una mamma ed un papà e non da un “genitore 1” e da un “genitore 2”, i modelli di riferimento non vengono proposti nei libricini - con i quali si insegnano, attraverso il disegno le animazioni e i colori i numeri, le lettere, le stagioni e tutte le altre cose che si imparano fin dall’asilo - con un genere neutro e senza pronome ma, al contrario, con la dicitura bambino o bambina, alunno o alunna, uomo o donna, mamma o papà, nonno o nonna, moglie e marito.

La scuola che vorrei, infine, tra tanti stenti e senza la benchè minima ombra di risorse economiche, in questo periodo ricorda la tradizione e - con la buona volontà di donne e uomini che oggi sono insegnanti, ma che nella vita di tutti i giorni sono anche mamme e papà, nonne e nonni, mogli e mariti ed anni orsono sono stati prima di tutti noi bambine e bambini, alunne ed alunni e sono andati anche loro, tutti loro, a scuola - fanno vivere a tutti i bambini la magia del Natale organizzando balli e canti, saggi e recite, per far sentire il calore natalizio a tutti i piccoli ed ai loro gentori e per far capire che, nonostante tutto, la comunità dei valori della buona tradizione scolastica italiana può ancora perpetuarsi di generazione in generazione, che la comunità dei valori della scuola italiana è e deve restare ancora comunità di popolo, è e deve restare comunità di famiglie vere.

Indifferenza, individualismo, egoismo. Competitività, edonismo, arrivismo. Sono questi soltanto alcuni dei valori che caratterizzano le nuove generazioni. Non ce ne rediamo conto ma gran parte del carattere, della personalità e del bagaglio di valori che ci cuciamo addosso per tutta la vita li assorbiamo sui banchi di scuola, fin dall’asilo, fin dalle elementari.

In questo quadro, la scuola assume una centralità strategica per formare le nuove generazioni di un’Italia non più soltanto italiana ma europea, nella quale i valori della difesa della famiglia e della vita sono sotto attacco da parte della cultura mortifera del tutto è permesso in nome di falsi miti di progresso che vogliono trasformare la società di valori in società di aberrazioni.

Oggi sono un papà preoccupato per il futuro di mia figlia in un’epoca storica nella quale non si intravede più la luce all fine del tunnel di una crisi economica che sta portando buio, depressione, devastazione e che per questo mette in discussione tutto, finanche le certezze fin qui sempre considerate tali.

Ma sono anche un papà felice perchè la scuola che vorrei per mia figlia è la scuola alla quale l’ho iscritta qualche anno fa nel quartirere difficile e periferico di Soccavo a Napoli, nella quale, tra mille stenti e tante difficoltà, delle persone per bene ed ancorate a sani valori tradizionali portano avanti il valore dell’educazione nella difficile realtà del Rione Traiano.

Non è tutto oro quel che luccica. Ma alla scuola Basile di Soccavo a Napoli tutto quel che si tocca senza un soldo bucato diventa oro e quell’oro, giorno dopo giorno, costruisce il tesoro della formazione grazie alla quale sono convinto che i nostri bambini saranno dei ragazzi migliori domani.

Non mollate e continuate così.

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21/12/2014
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