Chiesa

di Daniele Premoli

La sofferenza dei martiri, anche dopo Natale

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Natale: pranzi di famiglia, doni, luci, dolci, decorazioni; è la festa della letizia, degli affetti familiari. Gesù nasce «per noi e per la nostra salvezza», come non gioire? Anche i non credenti: non sanno bene il perché, tanto che un semplice presepe può diventare motivo di scandalo, ma sempre di festa si tratta. E allora, via con i brindisi, panettone e pandoro!

Per evitare - come direbbe il Papa - questo sapore dolciastro, ecco che la Liturgia si ingegna. 26 dicembre: Santo Stefano, primo martire. 28 dicembre: Santi Innocenti, martiri; Gesù deve fuggire in Egitto. 29 dicembre: San Tommaso Becket, martire. 1° gennaio: Circoncisione del Signore. Le chiese, insomma, si vestono di rosso per ricordarci il sangue e la sofferenza dei martiri. E, dato che la Liturgia e i segni non ci parlano più (o forse non siamo più in grado di ascoltarli), leggiamo i fatti di cronaca e poniamoci qualche domanda.

Natale, festa dolciastra? Dal 2011 sono arrivate le notizie degli attacchi natalizi dei terroristi di Boko Haram in Nigeria. Lo stesso nel Natale del 2012; idem nel 2013. Nel 2014, sembra che il Natale nigeriano non sia stato insanguinato; in compenso, dieci giorni prima sono state rapiti in 185, tra donne e bambini. Stato islamico senza cristiani: ecco lo scopo dei terroristi islamici.

Natale, festa delle decorazioni? In Cina, dove si produce più del 60% delle decorazioni natalizie, procede la politica di demolizione delle croci e degli edifici pubblici, bollate come inquinamento spirituale dell’Occidente. Vietate in alcune regioni anche qualsiasi evento legato al Natale in scuole e asili; in tutta la Cina per quanto riguarda i campus universitari. Ma, ricordava mons. Lucas Li Jingfeng ai vescovi riuniti per il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione, «come la calamità genera la prosperità, così nella mollezza si nasconde la calamità». È così che, misteriosamente, il cristianesimo rinasce in Cina, mentre nelle nostre città sembra scomparire: secondo quanto riportato dall’agenzia Asianews, nella sola Pechino sono state battezzate, la notte di Natale, almeno 3mila persone. E cresce al contempo anche l’interesse nei confronti del Cristianesimo.

Natale, pranzi interminabili? Mons. Sako, Patriarca caldeo di Baghdad, ha invitato al digiuno e alla preghiera in preparazione al Natale, e a «non organizzare nessun tipo di festeggiamento mondano a Natale o Capodanno». I cristiani iracheni, sfollati nei campi profughi, lontani dalle loro terre, hanno festeggiato il Natale nei tendoni trasformati in chiese. «Fuori dalle chiese non c’è stata festa. Come si può festeggiare quando la gente si trova in questa situazione? Non si possono provare i sentimenti di pace e letizia del passato, solo sentimenti amari», ha confidato l’arcivescovo di Mosul, privato della sua stessa cattedrale trasformata in moschea. Altre chiese ancora sono diventate carceri o camere di tortura per i cristiani che rifiutano di convertirsi. L’alternativa alla conversione è per loro la fuga o la morte, come accaduto per quattro bambini della regione di Baghdad. Decapitati perché, per amore di Gesù, hanno rifiutato di convertirsi.

I cristiani iracheni, scrive mons. Sako, «hanno bisogno di essere rassicurati che non sono soli né abbandonati, o dimenticati. Per questo, sono a chiedervi col cuore in mano di pregare per loro, affinché mantengano vivo il loro coraggio, la speranza e la fiducia in Dio, loro padre. Il cristianesimo deve restare in questa terra benedetta, quale messaggio di amore e tolleranza come Cristo ha comandato. Siamo determinato a proseguire nel nostro amore per tutti i cittadini, senza eccezioni e di vivere con loro in pace e sicurezza. Non vediamo l’ora di poter tornare nelle nostre case, nelle nostre città, sperando che possano essere presto liberate e protette. Questa è la nostra terra, la nostra storia, la nostra identità. Per noi, questa è la terra promessa». Eppure, tra tutte queste calamità, i giovani entrati in seminario sono raddoppiati. Alcuni seminaristi sono eroici, come il ventiquattrenne Martin Baani, prossimo all’Ordinazione, che nello scorso agosto si reca in una chiesa per salvare l’Eucaristia dall’avanzata dei terroristi dell’Isis. Oggi preferisce rimanere tra gli sfollati, piuttosto che raggiungere la famiglia in California.

Cosa ci chiedono i cristiani perseguitati? Di vivere con forza la nostra fede, senza vergognarci. Di non restare sordi alle necessità, anche materiali, dei nostri fratelli perseguitati… chissà che un giorno non siano loro a doverci aiutare.

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29/12/2014
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