Politica

di Andrea Vannicelli

Francesco e Fidel

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La premessa risale all’inizio del 1959. Quando Fidel Castro aveva preso il potere, Giovanni XXIII era papa da un paio di mesi e c’erano missionari e suore in fuga da Cuba. Loris Capovilla, allora segretario del pontefice e oggi cardinale, ha riferito che Roncalli era furibondo. «Perché non si scappa, non si scappa mai. E mai si interrompono i rapporti diplomatici». E’ toccato in sorte a papa Francesco di vedere realizzati i desideri del ‘papa buono’. Il dialogo tra il Vaticano e Cuba non si è di fatto mai interrotto. Certamente l’incontro tra Giovanni Paolo II e Fidel Castro nel 1998 è stato determinante: mai prima un pontefice aveva messo piede sul suolo cubano. Fidel per l’occasione non ha indossato l’uniforme militare ma un doppiopetto blu; e sorreggeva l’anziano papa allungando il braccio con una premura che andava ben oltre il protocollo. Il faccia a faccia tra i due durò quarantacinque minuti, e Castro stesso ha ammesso in varie occasione che è rimasto profondamente segnato da quell’incontro. Fondamentale è stato anche il viaggio sull’isola di Benedetto XVI nel 2012.

Davvero, come ha sottolineato Andrea Riccardi, si tratta di una svolta storica. E’ come se fosse crollato un secondo muro, dopo quello di Berlino. L’embargo degli Stati Uniti contro l’isola durava da 53 anni, e paradossalmente – lo ha ammesso anche Obama – non faceva che rafforzare il regime castrista. Non si rifletterà qui su quale sarà ora la storia di Cuba (aprirsi alla globalizzazione non sarà privo di incognite e rischi), né sul fatto che siamo solo agli inizi dell’apertura del regime di Raúl Castro. Si rifletterà invece sul ruolo svolto dalla diplomazia.
Il papa che viene «quasi dalla fine del mondo», dal Sud povero, raccoglie l’eredità dei suoi predecessori. La sua mediazione, a detta degli stessi principali interessati, è stata fondamentale. C’è stato un incontro segreto tra delegazione americana e delegazione cubana in Vaticano a ottobre. Bergoglio si è speso in prima persona, scrivendo una lettera sia a Raúl Castro sia a Obama, e intrattenendosi telefonicamente con entrambi (e di persona, quando Obama è andato a trovarlo a Roma il 27 marzo). Statunitensi e cubani considerano il suo territorio come un’area neutrale, o perlomeno ‘terza’. ‘Pontefice’, letteralmente, è ‘colui che costruisce ponti’. Secondo il New York Times i negoziati proseguivano da 18 mesi. E come dimenticare che Fidel Castro è stato in gioventù allievo dei gesuiti? Il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga ha riferito in un recente libro-intervista che ricorda ancora con viva emozione il giorno in cui Fidel entrò con un rosario al collo – accolto trionfalmente dalla popolazione – nella cittadina dell’Honduras dove lui era un giovane studente presso un collegio di salesiani. Castro ha ricevuto un’educazione cattolica. Soltanto quando decise di schierarsi con i sovietici cominciò a rendere la vita impossibile alla Chiesa. Dallo sbarco alla Baia dei Porci nel ‘61 alla crisi dei missili sovietici del ’62 (gli Usa scoprirono che i sovietici installavano missili atomici nell’isola) il confronto tra Stati Uniti e Cuba ha portato il mondo sull’orlo del baratro. (Quella crisi la risolse il presidente John Kennedy, che offrì segretamente al Cremlino di smantellare i missili americani in Turchia in cambio del ritiro dei missili russi da Cuba; ma anche Giovanni XXIII fece tutto quanto era in suo potere per intervenire presso il presidente russo Kruscev).
La diplomazia vaticana è sempre stata specialista nel tessere tele di relazioni anche in condizioni difficili. Anche dopo la svolta sovietica di Castro, il nunzio Cesare Zacchi rimase a L’Avana e nel tempo divenne amico personale di Fidel. Certamente la Chiesa ancora oggi è molto limitata, vigilata in tutte le sue espressioni pubbliche, ma sempre ha preferito costruire una convivenza con il regime castrista piuttosto che proseguire con quello scontro frontale che negli anni Sessanta - e fino al 1974, quando il cardinale Casaroli si recò in visita a Cuba – i vescovi stessi avevano alimentato. Con la visita di Casaroli, fautore di una politica del dialogo e dei ‘piccoli passi’, le cose cambiarono.
Fino a qualche anno fa per un diplomatico di qualsiasi Stato, essere nominato rappresentante presso la Santa Sede era quasi un premio di fine carriera. Oggi invece vengono scelti giovani promettenti per far loro ‘imparare il mestiere’. Non c’è dubbio che negli anni Ottanta, con papa Wojtyla, c’è stata una crescita di interesse per il Vaticano, che ha assunto un ruolo di grande prestigio, aumentato ancora di più per l’innegabile ruolo svolto per il crollo del Muro di Berlino. Come ha affermato Roberto Morozzo della Rocca (professore ordinario di Storia contemporanea dell’Università di Roma 3 e autore di una recente biografia su Agostino Casaroli) la ragione di ciò sta nel fatto che, pur essendo espressione di uno Stato, il Vaticano non porta avanti interessi statuali, e quindi i fini della sua diplomazia sono umanitari: la pace, la promozione del dialogo, della libertà religiosa (su questo ha scritto pagine indimenticabili Giovanni XXIII nella Pacem in terris). Tutto questo lo rende un osservatorio del tutto speciale, anche perché al Vaticano arrivano dal mondo informazioni particolari, provenienti dalla società civile, dalla realtà concreta, attraverso la rete della Chiesa cattolica, e non filtrate da salotti o da élites.
Ora c’è più pace nelle Americhe (“Todos somos americanos”, ha detto Obama commentando il successo delle trattative) e c’è più pace nel mondo. Presto a Cuba ci sarà più libertà, più giustizia, meno sofferenze, meno miseria. Il 17 dicembre 2014 è un giorno che resterà nella storia. Esso coincide emblematicamente con il (settantottesimo) compleanno di Francesco, primo vescovo di Roma venuto dalle Americhe. E’ tempo di mettere da parte le ideologie, di dimenticare i conflitti del Novecento, il secolo più sanguinoso che la storia ricordi. E’ tempo di avere fede in Dio, di costruire ponti, di mettere in comunicazione mondi diversi. E’ tempo di gettare ovunque il seme della pace. In memoria di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II, che furono non soltanto maestri, ma anche testimoni. Uniti a Francesco, solidali con tutti gli uomini di buona volontà.

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30/12/2014
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S. Giuseppe da Copertino

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