Società

di Gianfranco Amato

Al Senato vogliono varare il matrimonio gay

In un’aula tristemente anonima ad accogliermi è stato il cordiale saluto di due amici: Lucio Malan e Gabriele Albertini. Così è cominciata la mia audizione alla Commissione Giustizia del Senato sul disegno di legge Cirinnà. Dopo i saluti e i ringraziamenti di rito, ho spiegato ai senatori che qualunque seria discussione sulla delicata materia delle unioni gay e coppie di fatto non può prescindere dal dettato costituzionale.

L’art. 29 della Costituzione stabilisce che «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimoni».Il verbo “riconosce” riveste un significato assai importante in questo contesto, rilevando che lo Stato si limita a “prendere atto” di un dato oggettivo di natura. Non si dice che la Repubblica “istituisce” la famiglia – perché se così fosse avrebbe diritto a porre tutte le modifiche ritenute opportune –, ma che “riconosce” quell’istituto. In questo senso la famiglia viene definita una elemento prepolitico e pregiuridico, essendo sottratta alla disponibilità dell’ordinamento giuridico.

V’è un dato storico interessante, in questo senso. La famiglia entra a far parte dei documenti giuridici nazionali ed internazionali soltanto dopo un particolare momento storico: la seconda guerra mondiale. L’esperienza allora dimostrò come nello tsunami devastante della tragedia bellica, la famiglia fosse stata l’unica cosa che avesse retto a livello sociale, in un quadro complessivo di disgregazione anche sul piano istituzionale. Basti pensare a cosa è stato l’8 settembre 1943 per il nostro Paese. Ecco che, quindi, proprio alla luce di quell’evidenza, si ritenne di dover tributare alla famiglia il giusto riconoscimento, di prendere atto della sua fondamentale importanza e di tutelarne la delicata funzione. Per questa ragione oltre che nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, l’importanza della famiglia verrà riconosciuta dalle maggiori costituzioni europee, da quella tedesca fino alla nostra (lo Statuto Albertino, infatti, non faceva alcun cenno alla famiglia, proprio perché considerata elemento naturale prepolitico e pregiuridico).

Prendere atto, però, non significa, come abbiamo visto, istituire.

Ho spiegato ai senatori che noi abbiamo voluto approfondire questo particolare aspetto attraverso un’attenta esegesi dei lavori preparatori della nostra Costituzione e del relativo dibattito assembleare, partendo proprio dalla «società naturale», perché in essa risiede il nocciolo della questione. Lo spazio di tempo a disposizione ha consentito soltanto di limitare le citazioni a tre interventi: le dichiarazioni di voto degli onorevoli Moro, La Pira e Mortati. Il primo affermò quanto segue: «Dichiarando che la famiglia è una società naturale si intende stabilire che la famiglia ha una sua sfera di ordinamento autonomo nei confronti dello Stato, il quale, quando interviene, si trova di fronte a una realtà che non può menomare né mutare». Il secondo, La Pira, precisò che «con l’espressione società naturale si intende un ordinamento di diritto naturale che esige una costituzione e una finalità secondo il tipo della organizzazione familiare». Il terzo, Mortati, volle precisare il carattere normativo della definizione di famiglia come società naturale, dichiarando che «con essa si vuole, infatti, assegnare all’istituto familiare una sua autonomia originaria, destinata a circoscrivere i poteri del futuro legislatore in ordine alla sua regolamentazione».

Poche furono le voci critiche rispetto a quella formula, e solo perché le attribuirono una portata meramente definitoria.

per lo più che altro di carattere metodologico. L’on. Ruggiero, per esempio, rilevò che la Costituzione non doveva dare definizioni degli istituti, e che il progetto non ne dava alcuna, tranne che per la famiglia. Nel suo ragionamento fu interrotto dall’on. Moro interruppe, che lo fulminò con queste parole: «Non è una definizione, è una determinazione di limiti». Con quelle tre parole, espressione dell’indiscutibile intelligenza di un uomo come Aldo Moro, in maniera sintetica ed efficace fu riprodotto il pensiero della maggioranza dell’Assemblea, che volle infatti mantenere la formula «società naturale».

Ora, a noi pare che il disegno di legge Cirinnà travalichi decisamente i limiti posti dai Padri costituenti. Si sta, infatti, addirittura introducendo una nuova forma di famiglia, composta tra persone dello stesso sesso, attraverso la modifica dell’istituto del matrimonio.

Sì, perché, al di là di ogni risibile velo d’ipocrisia, questo disegno di legge introduce di fatto il matrimonio gay. Non è una questione nominalistica ma sostanziale. Non conta il “nomen juris” che si attribuisce a questo nuovo istituto – lo si chiami come si vuole – ma la sua reale natura.

E per comprendere quale sia tale natura è sufficiente una media conoscenza della lingua italiana.

L’art. 3, primo comma, ad esempio, ci dice che «ad ogni effetto, all’unione civile si applicano tutte le disposizioni di legge previste per il matrimonio», con la sola eccezione dell’adozione. Quest’ultimo inciso, peraltro, non è destinato ad avere vita lunga, perché provvederà la Corte Costituzionale ad eliminarlo, sulla base dell’assunto per cui «come rilevato da recente giurisprudenza di legittimità, in assenza di certezze scientifiche o dati di esperienza, costituisce mero pregiudizio la convinzione che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale». Tribunale dei Minori di Bologna docet!

Per capire che siamo in presenza di un matrimonio a tutti gli effetti è sufficiente, poi, continuare la lettura dello stesso art.3, al secondo comma, laddove si specifica che «la parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso è familiare dell’altra parte ed è equiparata al coniuge per ogni effetto», e anche al terzo comma, in cui si precisa che le parole “coniuge”, “marito” e “moglie”, ovunque ricorrano nelle leggi, decreti e regolamenti, si intendono riferite anche alla parte della unione civile tra persone dello stesso sesso». Potremmo continuare con l’art. 4 che estende i diritti alla successione legittima del coniuge alla parte legata al defunto da un’unione civile tra persone dello stesso sesso, oppure con l’art.2, secondo comma, il quale prevede che «le parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso stabiliscono il cognome della famiglia scegliendolo tra i loro cognomi» (si afferma quindi che sono una “famiglia”), arrivando a precisare che il cognome scelto «è conservato durante lo stato vedovile». Quest’ultima espressione, peraltro, qualora vi fossero stati dubbi, pare chiudere definitivamente la questione sulla natura di vero e proprio matrimonio che ha la cosiddetta “unione”.

Questa è una nuova forma di famiglia ma non è la famiglia prevista dalla Costituzione.

Un inciso di carattere giuridico. Qual è il fondamento su cui si basa questa “unione civile” tra persone dello stesso sesso? La risposta la dà il secondo comma dell’art.1: «il reciproco vincolo affettivo». Ho confessato ai senatori che quando ho letto questa espressione non ho potuto fare a meno di tornare con la mente a trentatré anni fai, quando ciò dovetti affrontare all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano l’incubo di tutti gli studenti di giurisprudenza: l’esame di diritto privato. Ricordo ancora quella prova, e ricordo benissimo che una domanda verteva sul concetto di rapporto giuridico. Mi si chiedeva quale fosse la differenza tra rapporto giuridico e rapporto giuridicamente irrilevante, ossia perché il diritto non si doveva occupare di rapporti quali l’amicizia, l’affetto, il sentimento, la cortesia. Il mio esaminatore, che era particolarmente colto, mi spiegò perché il legislatore «non può il libito far licito in sua legge», citando il Sommo Poeta in un celebre passo dell’Inferno. Altri tempi, qualcuno dirà, quando il diritto era una cosa seria.

Non mi pare, però, che oggi le cose siano cambiate, per cui delle due l’una: o si aggiornano i manuali di diritto, o le leggi si adeguano al diritto. C’è una terza alternativa: che il diritto si trasformi in desiderio e fantasia.

Tornando alle cose serie, ho ribadito con forza ai senatori che qualunque tipo di modifica di intenda fare in ordine alla famiglia, ciò deve avvenire solo nell’alveo del dettato costituzionale. Dobbiamo capire se siamo ancora inserito nella tradizione culturale, giuridica e di civiltà dei Padri costituenti. Se così non è, allora quello che occorre fare è semplice, basta modificare l’art.29. Ad esempio in questo modo: «La Repubblica istituisce la famiglia, definendone la natura, le funzioni e i relativi diritti e doveri». A quel punto il parlamento può fare tutto. Che so, stabilire che cinque donne tutte unite da un «reciproco vincolo affettivo» possano formare una nuova forma di famiglia. Ma, vivaddio, non si può dire che questa fosse l’idea di famiglia che avevano Togliatti, De Gasperi, Nenni, e tutti i Padri costituenti. Sono cambiati i tempi, benissimo allora cambiamo la Costituzione.

Tra l’altro, vista la portata delle implicazioni non solo di carattere sociologico ma addirittura antropologico di queste modiche giuridiche, il luogo più idoneo per affrontarle è proprio quello della sede costituzionale. Solo in un dibattito di alto livello istituzionale e con un adeguato profilo culturale si possono assumere decisione destinate a segnare il futuro della nostra civiltà.

Quello che, invece, non si deve fare è tentare una rivoluzione antropologia attraverso un uso surrettizio e fraudolento della norma.

Ho concluso ricordando, infatti, ai senatori che Il 10 ottobre 2014 sono stato invitato come relatore ad un convegno organizzato dall’Ordine degli Avvocati di Roma, nell’ambito delle iniziative per la formazione professionale dei legali. Il titolo di quell’evento era “Matrimoni Adozioni tra tutela dell’infanzia e parità dei diritti civili”. Io ero stato chiamato a fare da controcanto alla vulgata politically correct su quei temi. Ho avuto un sussulto d’inquietudine quando ho ascoltato questo ragionamento: «bisogna prendere atto che la nostra società non è ancora matura su questioni come l’adozione gay o la fecondazione artificiale per le coppie omosessuali, ma è proprio per questo che occorre introdurre delle norme: riusciremo a far evolvere la società con la forza pedagogica delle leggi». Ho percepito immediatamente che qualcosa non quadrava. A me è sempre stato insegnato che la norma è uno strumento che regola i rapporti tra i cittadini, e che è la legge che deve adeguarsi al naturale evolvere della società. Non il contrario. Nessuna legge, neppure se voluta dall’Europa, può rappresentare un traguardo da raggiungere o imporre. Questa la mia conclusione: «Onorevoli senatori, non so a voi, ma a me l’utilizzzo ideologico della funzione legislativa per imporre un modello culturale alla maggioranza fa venire i brividi!». Nessuno ha potuto opporre obiezioni sul ragionamento dell’art. 29.

* articolo 2: “le parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso stabiliscono il cognome della famiglia scegliendolo tra i loro cognomi. Lo stesso è conservato durante lo stato vedovile (…)”. A parte l’uso del termine vedovile per il partner che sopravvive, che già chiude la partita, segnalo che alla Camera si discute del doppio cognome per i figli di coniugi uniti in matrimonio: secondo il Senato invece il componente di una unione omosessuale può scegliere il cognome del compagno!

* articolo 4: “Nella successione legittima (…) i medesimi diritti del coniuge spettano anche alla parte legata al defunto da un’unione civile tra persone dello stesso sesso”;

* articolo 7: il governo è delegato ad attuare con proprio decreto la riforma, tenendo conto, fra gli altri, del seguente principio “in materia di ordinamento dello stato civile (..,) gli atti di unione civile tra persone dello stesso sesso siano conservati dall’ufficiale dello stato civile insieme a quelli del matrimonio”;

* articoli da 8 a 21: riguardano la “disciplina delle convivenze” fra persone dello stesso o di altro sesso. Questa seconda parte del testo-base conferma, se taluno ha dubbi dove si va a parare con la prima, che un conto è la convivenza e un conto la civil partnership, un conto sono le unioni civili vero nomine un conto è la costruzione di un sistema eguale al matrimonio, tranne che nell’adozione (lacuna che sarà colmata dalla Corte costituzionale).

INTRODUCENDO MATRIMONIO GAY

NON SI PUO’ PRESCINDERE DA UN’INTERVENTO A LIVELLO COSTITUZIONALE

Si cambi l’art.29.

reciproco vincolo affettivo

rapporto giuridico

mettere sullo stesso piano, nelle politiche sociali, la famiglia rispetto a tali unioni, contrastano con i principi generali dell’ordinamento giuridico. Occorre, infatti, tenere ben presente, la distinzione tra interesse pubblico e interesse privato. Il matrimonio e la famiglia rivestono un interesse pubblico, e come tali, devono essere riconosciuti e protetti. Le unioni di fatto, invece, sono la conseguenza di scelte e comportamenti privati, e su questo piano privato dovrebbero restare. Il loro riconoscimento pubblico, con la conseguente elevazione degli interessi privati al rango di interessi pubblici, sarebbero pregiudizievoli per la famiglia fondata sul matrimonio, e costituirebbero un’evidente ingiustizia rispetto al principio fondamentale secondo cui ad un diritto corrisponde un dovere. A differenza delle unioni di fatto, infatti, nel matrimonio si assumono pubblicamente e formalmente impegni e responsabilità di rilevanza per la società, esigibili sul piano giuridico.

chi, d’altra parte, rifiuta di assumersi qualsiasi responsabilità pubblica. Ad esempio, di chi rifiuta gli obblighi derivanti dagli articoli 143 (diritti e doveri reciproci dei coniugi), 144 (indirizzo della vita familiare e residenza della famiglia) e 147 (doveri verso i figli) del Codice Civile.

con l’equiparazione famiglia-unioni di fatto, il soggetto pubblico accetta un’ingiusta e deleteria “dissociazione” tra diritti e doveri: ai conviventi riconosce i diritti, ma da essi non esige i doveri

Dubbi giuridicamente assai fondati, ai quali se ne può aggiunger uno di carattere sociologico: il riconoscimento pubblico delle convivenze private non rischia di diventare un modello sociale diseducativo? Un rapporto che i giovani possono trovare più comodo del matrimonio, in quanto privo di tutti i doveri di questo ultimo, cioè i doveri di coabitazione, di fedeltà, di assistenza morale e materiale, di collaborazione secondo le capacità, il dovere di rendere conto alla legge del proprio comportamento verso gli altri membri della famiglia, il dovere di istruire e mantenere i figli, finanche il divieto di ottenere il passaporto senza il consenso del coniuge? Conviene davvero alla comunità civile un vincolo sociale così flebile, così privato ed insindacabile, che si può interrompere senza neppure l’obbligo di preavviso? E’ saggio investire risorse pubbliche (cioè dei contribuenti) per soddisfare scelte private? Scelte che non vogliono un impegno verso tutti? La risposta dovrebbe essere semplice: no.

Crisi

Il matrimonio e l’adozione tra tutela dell’infanzia e parità dei diritti civili

10 novembre 2014 Aula Magna della Chiesa Valdese in Piazza Cavour

Attenti Senatori,

14/01/2015
1808/2015
Santa Elena

Voglio la
Mamma

Vai alla sezione

Politica

Vai alla sezione

Tag associati

Articoli correlati

Politica

Ddl Cirinnà, ora è una questione democratica

Nel fine settimana in cento piazze la protesta delle Sentinelle in piedi, osteggiate con violenza, contro la legge anticostituzionale sul matrimonio gay che legittima anche l’utero in affitto

Leggi tutto

Politica

L’Irlanda e il vizio di dire bugie

Dopo il referendum irlandese sembra che approvare il ddl Cirinnà sia “inevitabile”, Renzi ne annuncia il voto tra luglio e settembre. Ma una battaglia di verità è possibile

Leggi tutto

Chiesa

“Una sconfitta per l’umanità”

Il cardinale Parolin commenta il referendum irlandese con parole nette. I giornali tentano di raccontare una Chiesa “aperturista” che non esiste, per far approvare il vergognoso ddl Cirinnà

Leggi tutto

Media

Il Papa non legge Repubblica

Elenco di una serie di notizie che non lo erano, dal lapsus papale all’elenco dei 13 paesi europei che hanno messo il matrimonio uomo-donna in Costituzione contro i 12 che hanno varato le nozze gay

Leggi tutto

Politica

Matrimonio, 30 casi di discriminazioni

Se difendi la famiglia naturale e l’istituto delle nozze uomo-donna vieni discriminato, un rapporto raccoglie trenta clamorosi casi

Leggi tutto

Politica

Renzi, il ddl Cirinnà, la responsabilità della Chiesa italiana

Arrivano messaggi in codice alla Cei, noi proviamo a decrittarli per voi, dopo la sentenza della Corte Suprema americana

Leggi tutto

La Croce Quotidiano, C.F. P.IVA 12050921001

© 2014-2015 La Croce Quotidiano