Società

di Mario Adinolfi

Per la famiglia si paga prezzo

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E’ stata una festa, prima di tutto una festa. Migliaia di persone, tre sale piene all’inverosimile in Regione Lombardia, con ottocento amici che non sono riusciti a entrare e per loro qui sulle pagine di lacrocequotidiano.it abbiamo subito approntato uno streaming video con un liveblogging condotto dal nostro prezioso Lorenzo Ciampoli. E’ stata la festa dello stare insieme, dell’incontrarci e abbracciarci per darci forza l’un l’altro e dirci: non siamo soli. Non siamo soli nella difesa della famiglia naturale, non siamo soli nel voler prima di tutto tutelare i piccoli, i figli, gli indifesi. Non siamo soli nel dire che non esiste il diritto ad avere figli, esiste il diritto dei figli ad avere una mamma e un papà. Tutto questo lo abbiamo ripetuto con un entusiasmo che è stato contagioso.

Permettetemi un piccolo inciso. Voglio rivolgere un personale ringraziamento ai tanti lettori de La Croce che si sono fatti decine o centinaia di chilometri per venire a testimoniarci il loro affetto con una copia del quotidiano in mano. E’ stata una emozione non da poco incontrarvi e avere la sensazione che una piccola grande storia sia cominciata.

E ora cinque brevi considerazioni:

1. Al convegno di Milano sono state dette cose giuste, è stata fatta la cosa giusta. Ho avuto perplessità iniziali perché ho una qualche esperienza nel ramo e sapevo che la politica avrebbe tentato una forma di strumentalizzazione. Le perplessità sono svanite perché ho visto i politici sorridere, essere toccati davvero da quanto abbiamo detto. C’è un dovere di testimonianza anche presso la politica e con un presidente di Regione, un ministro, diversi parlamentari e senatori presenti abbiamo semplicemente portato la nostra testimonianza, anche la mia di ex parlamentare e di uomo di sinistra: tutte le aree politiche erano rappresentate, trasversalmente. Certo, c’era una distanza tra noi oratori “contro i falsi miti di progresso” e i politici. Ma loro hanno detto le loro parole, noi abbiamo detto le nostre. Tutte le parole dette hanno detto cose giuste. Conta solo questo.

2. Come partecipante al progetto “Contro i falsi miti di progresso” mi sono entusiasmato nel vedere i miei amici e compagni di viaggio in grande spolvero. Marco Scicchitano lucidissimo e quasi spietato nel descrivere scientificamente la differenza tra il maschile e femminile, tanto documentato e preciso che tutti coloro che si sono riferiti a lui negli interventi successivi lo hanno chiamato “professore”. Davvero un bell’intervento. Costanza Miriano, che ve lo dico a fare, prima di tutto bellissima (ma dove l’ha trovato quel vestito con spalla scoperta, gliel’ho detto “non temere i gay, tu oggi qui devi temere gli etero”) e poi di una simpatia travolgente, perché con il sorriso ha fatto passare i concetti decisivi sul ruolo della donna, sul bene prezioso della maternità da tutelare. Padre Maurizio Botta, il nostro leader, che con puntualità ha riportato le parole di Papa Francesco e ha parlato da prete e allo stesso tempo è stato umanissimo, accogliente, raziocinante come pochi meglio di lui sanno essere e che ha meritato tutti i caldi applausi che i tanti amici, anche arrivati dalla sua Biella, gli hanno tributato. E un grazie a Massimo Introvigne che con quattro tesi ha spiegato bene l’idea di famiglia che abbiamo in mente, così come a Luigi Amicone che ha condotto con grazia un convegno difficilissimo e che la mistificazione mediatica aveva trasformato in una potenziale bomba a orologeria.

3. A proposito di bomba a orologeria, la trappola è stata fatta scattare dopo il mio intervento. Un ragazzo che si era fatto accreditare da un europarlamentare è salito sul palco e per una cinquantina di secondi si è messo a contestarci le famose “teorie riparative” a cui nessuno sul palco aveva neanche lontanamente fatto cenno e a chiederci se sapevamo se i nostri figli erano omosessuali. Una brutale, premeditata e cattiva provocazione costruita ad arte per avere i trenta secondi da mandare in rete e sui telegiornali e nella puntata di mercoledì de le Iene. Ma davvero è stata una festa troppo bella, la nostra, per attardarci a discutere di questo episodio programmato a tavolino. Non mi ha sorpreso, avevo avvertito che avrebbero provato a salire sul palco, conosco bene le tecniche di disturbo che vengono messe in atto in queste occasioni. La risposta migliore l’ha data un’anziana signora dal pubblico, giustamente irritato: “Noi mai e poi mai andremmo a disturbare un convegno di persone che non hanno le nostre idee”. Basta, non c’è da aggiungere altro.

4. C’era gente fuori dal palazzo della Regione Lombardia, tanta gente. Gli ottocento nostri amici arrivati da ogni parte d’Italia che non sono riusciti a entrare perché le tre sale del convegno erano zeppe all’inverosimile e anche qualche centinaio di contestatori dell’iniziativa. Mi hanno scritto alcuni lettori che i due gruppi in qualche modo alla spicciolata allo sciogliete le righe hanno finito per parlarsi. E non c’è stato nessuno scontro, forse una provvidenziale forma di dialogo. I giornalisti che hanno mistificato, raccontato senza capire, spiegato male ai loro lettori e telespettatori sui quotidiani e sui telegiornali quel che è davvero accaduto al convegno di Milano, forse avrebbero potuto cogliere quell’occasione per capire che alla fine siamo persone che testimoniano le idee in cui credono. E qualsiasi sia l’idea è meglio della cappa d’indifferenza menefreghista di tutto che incombe su questa disgraziata contemporaneità.

5. Dopo una settimana di cartelli “io sono Charlie” mi sarei aspettato dai giornalisti più solidarietà verso la libera espressione delle idee che a Milano si è evidentemente, ampiamente, articolatamente manifestata nel convegno in Regione Lombardia. Si è cercato di non far svolgere l’iniziativa, è stato dato l’assalto alla redazione d Tempi, una collaboratrice di Libero è stata aggredita e intimidita (lo racconta il solo Andrea Morigi appunto su Libero, nessun’altra testata), sui giornali è stata data una versione dei fatti a dir poco distorta con la lodevole eccezione del bravo Umberto Folena su Avvenire. Per quanto riguarda l’informazione on line, roba da mani nei capelli, Repubblica.it nel pomeriggio di sabato titolava che noi eravamo quattrocento e i manifestanti duemila, l’ho detto all’inizio del mio intervento e l’urlo ritmato della sala “vergogna, vergogna” spero sia risuonato fin nelle stanze ovattate della redazione diretta da Ezio Mauro. Non si fa così. Se “io sono Charlie” si rispetta il diritto di tutti a parlare e se facciamo i giornalisti riportiamo le notizie, non le mistifichiamo, non le costruiamo a tesi per dimostrare che un convegno sulla famiglia è “omofobo”, non si racconta quel che non è, non si trasforma il falso in vero. Si potevano riportare almeno gli interventi (uno sforzo in questo senso lo hanno fatto la versione on line de La Stampa e Huffington Post, non senza imprecisioni, ma almeno il lavoro giornalistico c’è stato). Non è accaduto. Delle nostre parole sulla famiglia, sulla differenza tra maschile e femminile, sul ruolo della donna nella società e sulla maternità da tutelare, su Papa Francesco, sul no agli uteri in affitto e di conseguenza alla “stepchild adoption” contenuta nel progetto di legge in discussione al Senato sulle unioni omosessuali, perché le persone non sono cose e i figli non si pagano, di tutte queste nostre parole sui giornali nemmeno l’ombra. Ma è anche per questo che è nata La Croce. Per essere un ruolo di informazione vera su questi temi, contro i falsi miti di progresso.

Ci vediamo martedì in edicola. Oggi è il giorno del Signore e riposiamo con le nostre famiglie, dunque oggi come lunedì il giornale non esce. Martedì non perdetevi l’edizione con foto e commenti sul convegno di Milano, un bellissimo momento di incontro in cui ci siamo abbracciati e abbiamo ribadito chi siamo: persone libere.

Prima di lasciarvi ed augurarvi una Santa Domenica, un’ultima annotazione. Guardando le centinaia di agenti in tenuta antisommossa che hanno dovuto proteggere il nostro semplicissimo diritto di parola, il nostro banale voler dire che i bambini nascono da un uomo e da una donna, non ho potuto non pensare alla citazione più nota di Chesterton che tante volte ci ripetiamo l’un l’altro: “La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. Sarà una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. E’ una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere, non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto. S’avvicina il tempo in cui una vita normale, una vita da onest’uomo, richiederà sforzi da eroe”.

Siamo in quel tempo. L’unico problema è che noi non siamo eroi, ma persone con le nostre fatiche e le nostre zoppie. Quel che possiamo prometterci l’un l’altro però è che lo sforzo lo produrremo, a dispetto di ogni mistificatore e di ogni falsificatore della verità. Verità di cui noi saremo, uno per uno, testimoni.

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18/01/2015
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