Società

di mario adinolfi

L’aborto non è un diritto

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“Every life is a gift” ha twittato Papa Francesco ieri entusiasmando i partecipanti alla March of Life di Washington. La massiccia affluenza di persone nella capitale americana che hanno avuto la finalità di testimoniare il proprio impegno per la cultura della vita, per il rifiuto della cultura dello scarto, per il no diretto e senza condizioni alla cultura dell’aborto, della soppressione del soggetto in assoluto più debole: il bimbo senza voce perché ancora nel ventre materno.

Ho avuto modo di scrivere in un mio recente libro di un qualche successo che una donna abortisce, una mamma no. Non parlatemi di diritto all’aborto, parlatemi di tragedia del dover abortire. Trovatemi motivazioni decenti perché io non ne trovo in una società comunque sostanzialmente opulenta come la nostra: volete dire che se quest’anno fossero nati i centomila bambini e più che avete abortito solo in Italia non avrebbero avuto di che nutrirsi, sarebbero morti di fame? Suvvia, non fate ridere.

Chi abortisce lo fa perché non vuole veder turbato il proprio status quo, chi abortisce è il più estremo dei conservatori. Il progressista vede nella vita l’opportunità di una nuova storia che comincia e sa che nessuna razionalità può segnare un momento in cui quella storia ha inizio che non sia l’istante del concepimento quando l’amore trasforma un uomo e una donna in una carne sola che si fa vita. Solo in quell’istante può essere rintracciato l’inizio della storia di ciascuno di noi, inventarsi la quattordicesima settimana o il novantesimo giorno o la ventesima settimana come negli Stati Uniti per segnare un macabro confine tra morte possibile e vita inevitabile è semplicemente senza senso. O si ha un diritto di abortire sempre o non lo si ha mai. Io credo non lo si abbia mai. Siamo costretti dai meccanismi della democrazia ad accettare una legge che consenta di farlo, perché davanti a comportamenti sociali ormai invalsi ci dicono che non si risponde “con l’oscurantismo della proibizione ricacciando alcune donne nello strazio ulteriore dell’aborto clandestino”, ma non parlatemi per favore di diritto. Non c’è un diritto di abortire, c’è il diritto del bambino a nascere. E la legge 194 applichiamola tutta, magari come si pensava di fare almeno fino a qualche mese fa in Spagna, tornando indietro dopo la sbornia di Zapatero che non ha portato bene alla sinistra iberica, che aveva creduto di innalzare la libertà delle donne consentendo anche alle minorenni di abortire senza informare i genitori o per qualsiasi ragione a qualcuno passasse in mente, entro cento giorni dal concepimento. Ora in Spagna si ragiona sul far rimanere la libertà di scelta, ma per ragioni che abbiano un minimo di senso: stupro, gravi motivi di salute della madre, gravi malformazioni del feto. E comunque anche in quei casi per noi cattolici vale la lezione di Papa Francesco: no alla cultura dello scarto, non hanno diritto a nascere solo i “perfetti”, perché se ci analizziamo tutti con un’amniocentesi dell’anima, nessuno di noi lo è.

Non utilizzerò qui l’argomento secondo cui, se dotate di amniocentesi, le madri di Stephen Hawking e Michel Petrucciani avrebbero probabilmente privato il mondo della nascita di due dei più grandi geni del ventesimo secolo. Proprio oggi su queste pagine ospitiamo peraltro la riflessione della prima moglie di Hawking che ha letteralmente salvato la vita dell’ateo scienziato rifiutando di staccargli la spina quando trent’anni fa sembrava non ci fosse per lui più nulla da fare. Quella scelta per la vita ha garantito a Hawking tre decenni di un’esistenza piena e fondamentale per il mondo intero. Le scelte mortifere cancellano, annullano, consegnano al nulla. Sono l’inferno da cui dobbiamo tutti ragionevolmente fuggire.

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23/01/2015
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