Società

di Marco Scicchitano

Positivo e contro

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Il 13 Giugno appuntamento per tutti al Palalottomatica di Roma, chiamati a prendere posizione, a partecipare non solo per affermare il valore della differenza e complementarietà maschile e femminile, non solo per promuovere il positivo della vita dal suo concepimento al declino finale, non solo per riproporre la bellezza di poter continuare a dire mamma e papà, ma anche perché siamo Contro. Il mio lavoro di psicoterapeuta è caratterizzato da una forte disposizione all’ascolto, da domande che sappiano aiutare nell’esplorazione personale, da attesa e pazienza. Spesso sono molto utili ragionamenti e riflessioni introspettive che, condivise, attivino processi di comprensione e cambiamento. Come psicologo e terapeuta devo spesso decidere quando ho davanti una persona che viene per i suoi problemi su cosa puntare lo sguardo condiviso nel setting terapeutico: ci focalizziamo sul risolvere i problemi e su quello che non va, oppure puntiamo a cambiare posizione e prospettiva stimolando la visione positiva, l’enfatizzazione delle qualità e la valorizzazione dell’esistente? è quest’ultima la così detta psicologia positiva, approccio terapeutico giovane ma entusiasmante che io seguo con convinzione.

Per troppo tempo la psicologia si è concentrata sulla patologia, mentre la salute mentale è qualcosa di più come scrive Seligman : la capacità di amare, la vocazione, il coraggio, le abilità inerpersonali la sensibilità estetica, la perseveranza, il perdono, l’originalità, l’orientamento verso il futuro, la spiritualità, la fede. È gratificante aiutare le persone a porsi nei propri confronti con un atteggiamento benevolente, puntare su ciò che c’è di buono e trovare nuove risorse ed energie, vederli sorpresi, volersi bene.

Ma non sempre posso. A volte è funzionale occuparmi di qualcosa che emergente, critico e problematico, minaccia seriamente l’equilibrio e il lavoro positivo che stiamo facendo. Una relazione negativa e patologica può svilire e denigrare, un trauma passato può aver sclerotizzato comportamenti disadattivi, uno stress attuale può confondere e attivare una sintomatologia reattiva. A volte devo mettermi contro, per poter preservare la possibilità di fare diversamente nel resto del tempo e preservare e difendere uno spazio sereno di crescita e sviluppo. Compete alla mia respons-abilità occuparmi anche di ciò che va contrastato ed osteggiato ed è importante che la mia attitudine funga da modeling per il paziente in modo che possa farla sua ed agirla autonomamente in futuro. Nei colloqui con una giovane ragazza, che ha concluso la sua terapia con successo questo inverno, abbiamo individuato in un modo di dire americano una chiave di lettura importante che ci è stata d’aiuto per assumere un atteggiamento di fronte a sopraffazioni psicologiche endogene di pensieri svalutanti (“non vali niente” “non ce la farai” “non te lo meriti”) che condizionavano molto il suo vivere quotidiano, così come a intrusioni relazionali che la tenevano legata a dinamiche infantili e le impedivano di assumere la forma e la statura di donna adulta qual è adesso. In americano rende meglio che nelle traduzioni italiane che ho saputo trovare: Rage is self worth rising. La rabbia è valore personale che sorge. Ed è vero.

L’aggressività è un’emozione umana positiva ed adattiva correlata spesso a questioni di confine violato, fisico o psicologico. Nel momento in cui un individuo supera invadendo i confini entro i quali è circoscritta la mia intimità, la mia zona di sicurezza, istintivamente nel mio corpo si attivano delle risposte biologiche e fisiologiche che pongono il mio corpo in una tesa e guardinga attesa, che danno vigore alle mie fasce muscolari pronte a scattare e colpire, aumentano i battiti del mio cuore e s’irrora di energia tutto il mio corpo mentre la mia voce si fa più forte e stentorea per spaventare. Di fronte alla minaccia aggressiva, scatta la difesa aggressiva. La reazione avviene solo se c’è qualcosa da difendere o proteggere. Se manca, la sopraffazione non trova resistenza ed allora razzia ed occupa a piacimento. Ma se individuo un valore da tutelare, un tempio sacro (separato) da preservare, un’intimità inviolabile, allora la mia resistenza sarà strenua, troverò forza nelle mie motivazioni perché non posso permettere che venga fatta manbassa di qualcosa di bello che mi appartiene, che ha valore per me e mi identifica, qualcosa che magari l’altro non vede o non sa vedere, ma che comunque spetta a me difendere ed è mia responsabilità farlo. Ritrovare le ragioni del valore personale hanno permesso alla ragazza di reagire e affermarsi: rage rising. Quando ha ricominciato ad amarsi, ha saputo anche fronteggiare con forza e fierezza chi la preferiva inerte e debole, pensiero parassita personale o giudizio esterno che fosse. Affermare il valore comporta aggressività positiva. Se questo è vero all’interno del contesto terapeutico, io trovo che sia altrettanto valido nel contesto sociale. Noi professionisti della salute mentale non possiamo dimenticare quanti hanno saputo alzare la voce a difesa dei più deboli perché reietti e a volte silenti o silenziati dallo stigma sociale o dall’inabilità.

L’Italia può vantare in questo una storia importante e anticipatrice con le battaglie sociali per la chiusura dei manicomi, con attivismo militante e manifestazioni, ma a me viene in mente anche un’altra figura, che con la sua opposizione incrollabile ha saputo fare da bastione contro la violenza imperante e dilagante del suo tempo che ha trovato forse nel Terzo Reich la più spietata ed organizzata forma di azione, esemplificata da queste parole che Himmler rivolse alle SS “Zingari, ebrei, pazzi ed emarginati, la lista di coloro che si dovrà imparare a maltrattare senza battere ciglio, a umiliare, a torturare e, per finire, ad asfissiare nella totale impunità e senza l’ombra del minimo rimorso, è lunga” o con le teorizzazioni dello psichiatra Hoche sulle vite “indegne di essere vissute”. Si predispose un programma Aktion T4 che prevedeva l’assassinio sistematico di disabili adulti e bambini. Di fronte a questo orrore molti tedeschi erano ignari, anche perché martellati da una stampa monocorde e schierata, pronta a falsificare dati pur di far passare un’idea e orientare l’opinione diffusa. Stampa schierata, potenza e violenza, spie e un’organizzazione spietata, eppure il programma fu fermato, portata a conoscenza dei fatti, l’opinione dei tedeschi si fece sentire e il Governo fu costretto a fare qualcosa di inusueto e non più ripetuto dalla gerarchia nazista: fare un passo indietro. E molto si deve al Vescovo Von Galen, detto “il Leone di Munster” che con parole accese e forti, con aggressività manifesta si posizionò contro. Individuò valori da difendere e deboli da proteggere.

Contro la barbarie dell’uccisione di persone deboli ed indifese perché imperfette, contro il pericolo incombente per tutti di perdere un po’ di umanità negando il valore della dignità della vita umana anche quando sofferente e offesa, pronunciò parole che rimangono moniti anche oggi: “Hai tu, o io, il diritto alla vita soltanto finché noi siamo produttivi, finché siamo ritenuti produttivi da altri? Se si ammette il principio, ora applicato, che l’uomo improduttivo possa essere ucciso, allora guai a tutti noi, quando saremo vecchi e decrepiti. Se si possono uccidere esseri improduttivi, allora guai agli invalidi, che nel processo produttivo hanno impegnato le loro forze, le loro ossa sane, le hanno sacrificate e perdute. Guai ai nostri soldati, che tornano in patria gravemente mutilati, invalidi. Nessuno è più sicuro della propria vita.”

Quali sono oggi i valori degni di essere affermati e difesi anche con aggressività assertiva e fermezza se non la difesa del più debole anziano e malato, dei piccoli silenti, della generatività e della complementarietà maschile e femminile? Abbiamo dei valori stupendi da difendere, preziosi per i quali vale la pena sapersi mettere contro anche osteggiare ed attaccare, essere saldi bastioni, perché ci sono confini che non vanno superati, persone che vanno difese e bambini che vanno messi al sicuro, tra cui anche i miei, i nostri, quelli di tutti. Ciò che è in gioco non è solo la legge attuale o le mode educative sballate ed ideologiche che ci vogliono imporre ma come concepiremo l’essere umani tra 3 generazioni quando le tecnobiologie renderanno possibile molto che oggi è solo immaginabile. Quindi positivo e contro, per restare umani e perché prendere posizione fa la differenza e i processi sociali non sono inarrestabili ci vediamo tutti insieme al Palalottomatica il 13 Giugno.

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01/02/2015
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