Politica

di Renzo Puccetti e Giuliano Guzzo

In difesa dello studio Sullins

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«In assenza di certezze scientifiche o dati di esperienza, costituisce mero pregiudizio la convinzione che sia dannoso per lequilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale». Era quanto il tribunale dei minori di Bologna metteva nero su bianco per respingere l’appello del PM contro il decreto di affido di un minore ad una coppia omosessuale.

Se è sempre illusoriamente improprio parlare di “certezze scientifiche”, tanto più in scienze deboli come la medicina, la psicologia e la sociologia, tuttavia il quadro che progressivamente si va delineando dai risultati della ricerca sui minori e la struttura familiare è questo: i bambini stanno meglio quando vivono con il loro padre e la loro madre. L’altro dato che sempre più assume solidità è questo: i bambini che crescono in famiglie dove le figure parentali appartengono allo stesso sesso, manifestano condizioni peggiori nell’ambito della salute e della performance. L’ultima pietra posta nell’edificio scientifico giunge dal British Journal of Education, Society & Behavioural Science. L’autore della ricerca, Donald Paul Sullins, ha utilizzato come campione il National Health Interview Survey (NHIS), un dataset che con le sue 75.000-100.000 interviste all’anno condotte su un campione rappresentativo di famiglie, costituisce una delle fonti primarie d’informazioni sulla salute degli americani. Per ciascuna famiglia intervistata viene scelto in modo casuale un figlio riguardo al quale gli adulti sono invitati a fornire le informazioni richieste. In questo studio sono state esaminate le risposte ottenute in 17 anni (1997-2013) da 1.390.999 adulti che hanno fornito informazioni su loro stessi e su 207.007 minori. La metodologia dello studio ha consentito di identificare 2.751 coppie dello stesso sesso (2,304 conviventi e 447 sposate; 1.387 maschili e 1.384 femminili. Tra queste, 582 coppie (406 femminili e 176 maschili) avevano dei figli minorenni a casa, per un totale di 512 bambini e ragazzi che vivevano in case dove gli adulti erano legati da vincoli omosessuali. È stata esplorata la presenza di eventuali problemi emotivi, comportamentali o relazionali attraverso l’uso combinato di due procedure distinte. Le variabili di cui è stato tenuto conto sono state il sesso, l’età, la razza dei bambini, la scolarità dei genitori, il reddito familiare, eventuali episodi di bullismo di cui sono stati vittime negli ultimi sei mesi, la proprietà o meno della casa, la presenza di disturbi mentali tra i genitori. I risultati del lavoro di Sullins mostrano che la probabilità di problemi psicologici risulta due-tre volte maggiore tra i bambini e i ragazzi che vivono con genitori omosessuali; 8 dei 12 parametri psicometrici indagati sono risultati deteriorati. Il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività (ADHD) mostrava incidenza più che doppia, i disturbi dell’apprendimento erano più frequenti del 76%, i medici di medicina generale erano stati interpellati per problemi psichici dei minori con una frequenza due volte e mezzo più elevata. La proprietà o meno della casa, gli episodi di bullismo e la presenza di seri disturbi mentali tra i genitori risultavano incrementare il rischio di problemi emotivi e comportamentali tra i figli di coppie gay, mentre i legami biologici tra minore ed adulti sono risultati l’elemento preponderante nella spiegazione delle differenze tra minori in coppie etero od omosessuali. Tra i figli biologici di coppie eterosessuali sposate l’incidenza di disturbi psico-affettivi è infatti risultata del 4,3% contro il 7,1% dei figli dell’intero gruppo di genitori eterosessuali e il 14,9% dei minori che vivono con adulti omosessuali, tra cui “non c’è corrispondente gruppo di bambini con un livello parimenti basso di problemi emotivi”, quindi anche quelli che vivono con omosessuali sposati. Contrariamente a quanto da qualcuno già messo in giro, i figli con genitori dello stesso sesso risultavano infatti avere maggiori problemi non solo dei figli con genitori eterosessuali sposati, ma anche di quelli adottivi, conviventi e persino single (triplo considerando i cofattori e del 50% maggiore inserendo i legami biologici, a indicazione, secondo il professor Sullins, che la struttura familiare è significativa nella misura in cui essa riflette principalmente i legami biologici). Come ogni studio trasversale anche lo studio di Sullins non è in grado di spiegare le cause, ma è già significativo evidenziare l’associazione di famiglia biologica integra con migliore condizione dei figli da una parte e genitorialità omosessuale con peggiore stato dei minori dall’altra. Un altro limite consiste nella rilevazione indiretta attraverso i genitori delle condizioni dei bambini, elemento questo che verosimilmente è assai meno rilevante in un campionamento randomizzato come quello dello studio di Sullins rispetto agli studi non randomizzati. Com’era prevedibile lo studio è già stato messo nel mirino della gioiosa macchina da guerra arcobaleno. L’autore è un prete cattolico e pertanto lo studio è viziato, hanno detto. Se si vuole sostenere che un sacerdote non possa essere qualificato a svolgere una ricerca scientifica, allora chi lo fa dovrebbe essere disposto a considerare inattendibili le leggi sulla trasmissione genetica e il big bang, notoriamente frutto della mente del Monaco agostiniano Greg Mendel e del sacerdote Georges Edouard Lemaître (per un’ampia rassegna di scienziati religiosi si legga “Scienziati in tonaca” di Francesco Agnoli e Andrea Bartelloni, Lindau, 2013). Il professor Sullins ha pubblicato decine di studi sociologici su riviste peer review ed è referre per numerose riviste scientifiche tra cui l’American Journal of Sociology, la più antica rivista di sociologia d’America, collegata al dipartimento di sociologia della Chicago University e l’American Sociologica Review, organo ufficiale dell’associazione dei sociologi americani. Se invece si ritiene la fede religiosa un conflitto d’interesse insanabile, allora a seguirlo i preti non dovrebbero parlare di teologia e gli ateologi di ateologia. Ed è un argomento che si presta ad un rovescio: la richiesta di rivelare l’orientamento e le pratiche sessuali da parte di tutti i ricercatori che affrontino l’argomento dell’omosessualità, o la propria posizione ideologica, tanto più in un ambito come quello sociologico dove, secondo il vice-cancelliere della Chapman University, Richard Redding, i ricercatori progressisti sono 8-30 volte più numerosi dei conservatori. Della professoressa Charlotte Patterson, docente del dipartimento di psicologia dell’Università della Virginia, sappiamo invece che nelle 25 pagine di curriculum vitae pieno zeppo di attestati, incarichi e premi, non c’è traccia della sua omosessualità dichiarata durante l’interrogatorio in un processo in Florida, non c’è traccia della sua ammissione davanti alla corte che le proprie ricerche erano viziate dall’impiego come campione di amici omosessuali (un campione sicuramente neutro), non c’è traccia del suo rifiuto di consegnare la copia della documentazione originale usata per le proprie ricerche né dell’esclusione dei suoi studi decisa dalla corte d’accordo con i suoi stessi avvocati. Eppure gli stessi lavori della professoressa Patterson sono inclusi numerosi nell’elenco bibliografico dell’American Psychological Association e dell’American Academy of Pediatrics concorrendo a provare che è Okay avere i genitori Gay. Qualcuno ha sollevato obiezioni sulla rivista che ha pubblicato la ricerca, considerata non scientifica. Si tratta in realtà di una rivista peer review con procedura di revisione trasparente inclusa nell’Index Medicus con altre 14 riviste dello stesso editore. È stato detto che i risultati sono contraddetti da quelli di un’altra ricerca che ha esaminato lo stesso dataset NIHS presentato all’ultima assemblea della Population Association of America. Peccato che in quel rapporto gli autori abbiano preso in considerazione un solo indicatore, lo stato generale di benessere riferito dai genitori. Sarebbe stato sorprendente trovarlo diverso tra i figli delle coppie gay dal momento che si tratta di un parametro che cambia assai poco tra le diverse strutture familiari. Si dice che si dovrebbero controllare situazioni simili: coppie eterosessuali sposate e stabili con coppie omosessuali sposate e stabili e confrontare i rispettivi figli. Piccolo problema: tra i 15.000 soggetti di 18-39 anni esaminati dal professor Regnerus (la cui ricerca ha subito un impressionante tentativo di demolizione, ma è infine stata riconosciuta corretta da un’indagine interna della Texas University e dall’editor della rivista scientifica che l’ha pubblicata, rivelando, ancora secondo il professor Redding, l’esistenza di un “gruppo di pensiero sociopolitico operante nella comunità delle scienze sociali” che spinge a “giocare in modo politicamente sicuro, evitare le domande controverse, pubblicare le conclusioni giuste”), solo 175 hanno dichiarato di avere una madre che ha avuto una relazione omosessuale, di questi solo 85 hanno vissuto con la partner della madre, 31 per meno di un anno, 20 per non più di due anni, 5 per 3 anni e 8 per 4 anni; solo 29 hanno passato almeno 5 anni con la partner della madre e solo due hanno trascorso con essa tutta la minore età fino ai 18 anni. Nessuno ha invece potuto affermare di essere vissuto col padre e col suo partner per tutti i primi 18 anni di vita. L’instabilità è la regola delle unioni omosessuali, la stabilità l’eccezione. I campioni del New Family Structures Study (NFSS), dell’Early Childhood Longitudinal Study (ECLS), dell’US Census (ACS), del Canadian Census e del NHIS confermano ciò che i giudici bolognesi hanno definito un pregiudizio e smentiscono quella montagna di letteratura pseudoscientifica volta ad ottenere fini politici: dimostrare che i figli crescono bene, se non meglio, con due adulti dello stesso sesso. Per comprendere come l’obiettivo sia tecnicamente raggiungibile si deve pensare alla questione come ad una partita di un campionato dove una squadra ha due risultati utili su tre a disposizione. Il pareggio corrisponde al risultato degli studi che concludono che “non c’è differenza”. Per potere dire che non c’è differenza le vie più efficaci sono due: ignorarla, o schivarla. Nel primo caso basta prendere un campione molto piccolo grazie al quale la differenza non può essere vista. Così come potrete affermare che non vi sono batteri in un tessuto in gangrena cercati con strumenti d’ingrandimento usando un binocolo, allo stesso modo quanto più sarà piccolo il campione tanto più potrete celare differenze grandi. Prendo a caso uno dei numerosissimi studi della premiata ditta di normalizzazione omogenitoriale Golombok & Tasker pubblicato su Developmental Psychology nel 1996 e leggo di appena 25 casi e 21 controlli. Il secondo sistema è quello di annullare le differenze selezionando il campione oggetto di studio. Immaginate di volere dimostrare che non esistono bambini di colore in America, cosa ci sarebbe di meglio per raggiungere il risultato che arruolare nello studio solo le famiglie dei membri del Ku Klux Klan? Prendo un altro articolo di Susan Golombok & Co. pubblicato su Child Development del 2013 e leggo di “gruppi di supporto per famiglie adottive gay e lesbiche che hanno fornito informazioni per la ricerca dei loro membri”. Il celebrato studio australiano ACHESS (Australian study of child health in same-sex families) che tanto ha eccitato la fantasia di Roberto Saviano circa una presunta superiorità della genitorialità omoparentale, è stato condotto proprio con questa modalità di arruolamento. Quando leggete negli studi le parole “snowball sampling” o “convenience sample” potete essere certi che si tratta di questa tecnica. Sommare studi di piccole dimensioni e di infima qualità non conduce ad altro che al cumulo della spazzatura spacciata per una verità scientifica. Un altro studio appena pubblicato ancora da Sullins sul Journal of Scientific Research & Reports offre convincenti conferme: confrontando tre studi non randomizzati con due studi rappresentativi della popolazione generale è stato dimostrato che mentre nei primi il 79,3% dei parametri esaminati era migliore per i figli delle coppie gay, negli studi randomizzati la percentuale crollava a zero.

A ben vedere dunque ciò che può dire la scienza, quella minimamente seria ed intellettualmente onesta, è che avere una mamma e un papà old style è la situazione migliore che possa sperare un bambino. Il direttore di questo giornale lo sta dicendo in tutta Italia da oltre un anno. Si può dire, deliberare e sentenziare ciò che si vuole, ma la biologia conta. Con il dovuto rispetto, continuare a diffondere idee contrarie pare sempre più roba da articolo 661 del codice penale: abuso della credulità popolare.

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17/02/2015
1909/2019
S. Gennaro

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