Storie

di Fabio Piemonte

Gianna Jessen a Bologna

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«Grazie per essere qui ad ascoltare la storia della mia vita». Con queste parole Gianna Jessen ha accolto il fiume di persone giunte a San Giovanni in Persiceto, un paese della provincia di Bologna, per ascoltare la sua testimonianza. Non sono stati sufficienti i 687 posti messi a disposizione dal Cineteatro Fanin, ma è stato necessario attrezzare un’altra sala con la diretta streaming per non lasciare fuori nessuno.

Gianna ha parlato con il cuore del suo dolore, di una sofferenza soprattutto fisica che l’ha attraversata e che tuttora segna come una spina nel fianco il suo cammino quotidiano ma, nello stesso tempo, si è mostrata apertamente capace di sorridere alla vita, una vita accolta come un dono ogni giorno. Il sorriso di Gianna attesta la gioia di una persona riconciliata con la vita e con il suo Creatore che l’ha salvata, strappandola dalla morte.

Quando rimase incinta, sua madre aveva solo diciassette anni. Troppo giovane, secondo i medici, per portare avanti la gravidanza. Doveva abortire, ma poiché sua figlia aveva già sette mesi e mezzo, poteva solo partorirla morta. Un’iniezione salina avrebbe dovuto corrodere il suo corpicino, bruciarla viva. Tuttavia «il medico che avrebbe dovuto abortirmi non ha vinto; - ha affermato Gianna con soddisfazione - anzi ha dovuto firmare il mio certificato di nascita. Io sono la ragazza di Dio!». Infatti prima dell’emanazione di un decreto dell’amministrazione Bush i nati vivi in America dovevano essere soppressi per legge alla nascita, poiché non erano considerati pazienti meritevoli di cure.

«Venni soccorsa da un’infermiera e pesavo 1 kg e due etti. Fui subito posta in un’incubatrice. In ospedale si aspettavano tutti che io morissi. Io volevo solo vivere. Penso sia stato Dio a soccorrermi». Di qui Gianna ha raccontato della diagnosi infausta di paralisi cerebrale e di come fu accolta dalla madre adottiva Penny, morta nel 2013 a 91 anni. Nel corso della sua vita Penny si prese cura di ben 56 orfani. A Gianna trasmise quell’amore materno che la sua madre biologica le aveva negato. Penny ripose la propria fiducia nelle potenzialità della figlia adottiva, credette ai suoi talenti anche quando medici senza scrupoli ribadirono con forza che Gianna avrebbe vissuto come un vegetale e non sarebbe mai stata nulla.

Gianna ha perciò potuto continuare la fisioterapia e allenarsi duramente tre volte al giorno perché voleva correre, partecipare a una maratona. «Non credo nell’arrendersi. Per fare 26 miglia – ha proseguito Gianna – ci misi sette ore e mezzo. La maratona si era conclusa per tutti, tutti erano andati a pranzo, ma non mi importava perché stavo vincendo a modo mio». Pur ammettendo la propria difficoltà iniziale nel guardarsi allo specchio, ella ha rivelato di essersi sentita sempre confortata dalla consapevolezza di non essere definita né dalla madre che tentò di abortirla, né dalla malattia che le diagnosticarono. Gianna sa di non essere una vittima, anzi «ogni qualvolta che faccio qualcosa di difficile per me, imparo qualcosa di più su me stessa e su Dio».

Cosciente della propria dignità di creatura pensata, voluta e amata dal suo Creatore, ella non nasconde le sue ferite. A tal proposito ha ricordato gli amori non corrisposti, talvolta incapaci di spiccare il volo perché invischiati di finta pietà, come la difficoltà di perdonare la madre biologica che non le aveva saputo chiedere scusa e non voleva il suo perdono. Ma il perdono cristiano, si sa, è frutto della grazia divina, è dono gratuito che non pretende il contraccambio per le offese ricevute.

Gianna non teme dunque di svelare le sue debolezze, perché sa che in esse risplende maggiormente la potenza di Dio. Perciò non è solita tirarsi indietro dinanzi alle difficoltà, e non lo ha fatto neanche dinanzi a chi le ha chiesto di cantare, regalando al pubblico con la sua splendida voce la canzone “Sunshine”. Allo stesso modo a chi le ha domandato quanto il film “October baby” rispecchiasse la sua biografia ha risposto con semplicità: «Nella mia vita c’è molto di più di questo!».

Una vita vissuta nell’amore divino come quella di Gianna Jessen, che i lettori de “La Croce” hanno imparato a conoscere anche in modo più dettagliato sin dai primi numeri del loro quotidiano, diviene allora capace di portare luce nelle vite degli altri e infonde in ciascuno sentimenti di gratitudine al Signore, nella consapevolezza che tutto ciò che possediamo lo abbiamo ricevuto. In quest’orizzonte si diviene conseguentemente capaci di non indulgere in una sterile autocommiserazione, per imparare a scrutarsi con lo stesso sguardo compassionevole con cui ci guarda Colui che ci ha creati. Conformandosi a tale logica Gianna ha potuto così confessare infine che «è per me un grande onore zoppicare fino al paradiso per poi adagiarsi tra le braccia di Gesù. Io considero la mia condizione un dono. Non ho firmato per avere una vita facile; ho firmato per averne una straordinaria».

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28/02/2015
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