Chiesa

di La redazione de La Croce

Sinodo, La Croce risponde alle 46 domande

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1. Quali sono le iniziative in corso e quelle in programma rispetto alle sfide che pongono alla famiglia le contraddizioni culturali (cf. nn. 6-7): quelle orientate al risveglio della presenza di Dio nella vita delle famiglie; quelle volte a educare e stabilire solide relazioni interpersonali; quelle tese a favorire politiche sociali ed economiche utili alla famiglia; quelle per alleviare le difficoltà annesse all’attenzione dei bambini, anziani e familiari ammalati; quelle per affrontare il contesto culturale più specifico in cui è coinvolta la Chiesa locale?

Come ci ricorda la Relatio Synodi, nella veglia di preghiera celebrata in Piazza San Pietro sabato 4 ottobre 2014 in preparazione al Sinodo, Papa Francesco ha evocato la centralità dell’esperienza familiare nella vita di tutti, esprimendosi così: “Scende ormai la sera sulla nostra assemblea. È l’ora in cui si fa volentieri ritorno a casa per ritrovarsi alla stessa mensa, nello spessore degli affetti, del bene compiuto e ricevuto, degli incontri che scaldano il cuore e lo fanno crescere, vino buono che anticipa nei giorni dell’uomo la festa senza tramonto. È anche l’ora più pesante per chi si ritrova a tu per tu con la propria solitudine, nel crepuscolo amaro di sogni e di progetti infranti”. Dentro quegli affetti e dentro quelle solitudini c’è da scovare la presenza di Dio. Per aiutare questa Epifania occorre riconoscerne il valore salvifico e le difficoltà materiali aiutano la Chiesa locale a svolgere il compito di portare il soccorso di Cristo, che non è però soccorso materiale, non è filantropia. Solo la riscoperta della centralità di Cristo nella vita della famiglia, agevolata da un ruolo umile della Chiesa a partire dalla parrocchia e dai singoli sacerdoti che mai dovranno essere distratti rispetto al bisogno d’attenzione dei più deboli all’jnterno dei contesti familiari, porta ad affrontare con consapevolezza il “contesto culturale” in cui la famiglia contemporanea è immersa. Scrive San Giovanni Paolo II nell’incipit della sua prima Lettera Enciclica del 4 marzo 1979, la Redemptor Hominis: “Il Redentore dell’uomo, Gesù Cristo, è centro del cosmo e della storia. A Lui si rivolgono il mio pensiero ed il mio cuore”. Così sia e così per quanto ci riguarda è, nelle iniziative in corso e in quelle in programma. Questo pensiero solo ci guida nelle risposte che seguiranno.

2. Quali strumenti di analisi si stanno impiegando, e quali i risultati più rilevanti circa gli aspetti (positivi e non) del cambiamento antropologico culturale?(cf. n.5) Tra i risultati si percepisce la possibilità di trovare elementi comuni nel pluralismo culturale?

Il cambiamento antopologico e culturale va analizzato con un duplice approccio: documentale e esperienziale. Seguire l’evoluzione, anche attraverso i media che sono strumento sempre più pervasivo e frenetico, di un cambiamento documentato che subisce brusche accelerazioni che spesso rendono inadatti i tradizionali lunghi tempi di comprensione e risposta della Chiesa, può essere persino frustrante. Ma è necessario, assolutamente necessario. Proprio per adeguare i tempi di reazione. L’approccio esperienziale, però, è quello più efficace per riuscire a trovare gli “elementi comuni”. Nel dialogo e nell’incontro fisico e costante con le storie delle persone si coglie la costante necessità di accoglienza del punto di vista dell’altro, che però non può trasformarsi in relativismo permanente. L’opinabilità di qualsiasi questione è l’aspetto più evidente della contemporaneità e racchiude al proprio interno sia gli aspetti positivi che quelli negativi su cui ci si invita a riflettere. Il dubbio aiuta a determinare in maniera più consapevole la propria identità, a patto che non si trasformi in dubbio permanente. Sullo sfondo resti lo splendore della Verità a guidarci. E l’insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica.

3. Oltre all’annuncio e alla denuncia, quali sono le modalità scelte per essere presenti come Chiesa accanto alle famiglie nelle situazioni estreme? (cf. n. 8). Quali le strategie educative per prevenirle? Che cosa si può fare per sostenere e rafforzare le famiglie credenti, fedeli al vincolo?

Divorzi, famiglie allargate, bambini nati fuori dal vincolo matrimoniale sono ormai tutt’altro che situazioni estreme, sono banalmente ordinarie. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili i divorziati in Italia sono 1.218.075, oltre due milioni e mezzo sono i separati, due milioni i figli minori coinvolti, 310 matrimoni ogni 1000 celebrati quest’anno si chiuderanno con una separazione, secondo le previsioni statistiche. Sempre gli stessi dati però ci dicono che il matrimonio religioso tende ad avere una durata maggiore rispetto quello di chi si sposa solo civilmente. Il ruolo delle famiglie credenti è dunque decisivo, è ruolo d’esempio e va sostenuto attraverso, prima di tutto, un pieno coinvolgimento nelle dinamoche della formazione al matrimonio in Chiesa delle giovani coppie. I corsi pre-matrimoniali delle parrocchie, troppo spesso considerati dai giovani stessi solo una “pratica” da sbrigare formalmente, devono diventare il vero luogo di coinvolgimento delle famiglie credenti nell’attività pastorale, prima di tutto proprio a sostegno delle stesse famiglie fedeli al vincolo. Un loro coinvolgimento a livello pastorale ne rafforzerà la responsabilizzazione per evitare di veder accrescersi quell’altro triste dato che emerge leggendo i tabulati dell’Istat: a separarsi e a divorziare sono i giovani, le coppie giovani: il 65.6% delle separazioni arriva prima dei 49 anni di età. Pochi anni di matrimonio e ci si lascia, il 9.5% chiude entro sette anni la propria esperienza matrimoniale, in media la separazione viene chiesta dopo 16 anni di matrimonio. Dunque con questi dati i figli minori di separati e divorziati saranno sempre di più, sono e saranno i veri “deboli” verso cui indirizzare la massima attenzione pastorale, cementando attraverso l’attenzione catturata dei più piccoli anche i residui di vincolo familiare che sono ancora in piedi, lavorando ove possibile anche alla ricostituzione di una vita matrimoniale illuminata dalla consolazione di Cristo.

4. Come l’azione pastorale della Chiesa reagisce alla diffusione del relativismo culturale nella società secolarizzata e al conseguente rigetto da parte di molti del modello di famiglia formato dall’uomo e dalla donna uniti nel vincolo matrimoniale e aperto alla procreazione?

Il Sinodo è chiamato proprio a questo, a reagire. Come ci si oppone al relativismo culturale e alla società secolarizzata? Con la luce di Cristo. Richiamando al senso, perché dalla famiglia si alza una richiesta di senso, una fame di senso. Relativismo e secolarizzazione hanno lasciato ferite profonde e profonda infelicità. In particolare i più piccoli, i bambini e i ragazzi, chiedono un orizzonte di senso e possono essere loro, sono spesso loro, i testimoni di Cristo in ambiti familiari che subiscono la secolarizzazione e vedono allentarsi i vincoli matrimoniali. Il primo dovere pastorale è proprio l’apertura alla procreazione. Nel ventennale della Evangelium Vitae non si può non ricordare uno dei suoi passaggi centrali, tratto dal paragrafo 19 dell’Enciclica di San Giovanni Paolo II: “Talvolta la soppressione della vita nascente o terminale si colora anche di un malinteso senso di altruismo e di umana pietà, non si può negare che una tale cultura di morte, nel suo insieme, tradisce una concezione della libertà del tutto individualistica che finisce per essere la libertà dei «più forti» contro i deboli destinati a soccombere.

Proprio in questo senso si può interpretare la risposta di Caino alla domanda del Signore «Dov’è Abele, tuo fratello?»: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» (Gn 4, 9). Sì, ogni uomo è «guardiano di suo fratello», perché Dio affida l’uomo all’uomo. Ed è anche in vista di tale affidamento che Dio dona a ogni uomo la libertà, che possiede un’essenziale dimensione relazionale.Essa è grande dono del Creatore, posta com’è al servizio della persona e della sua realizzazione mediante il dono di sé e l’accoglienza dell’altro; quando invece viene assolutizzata in chiave individualistica, la libertà è svuotata del suo contenuto originario ed è contraddetta nella sua stessa vocazione e dignità.

C’è un aspetto ancora più profondo da sottolineare: la libertà rinnega sé stessa, si autodistrugge e si dispone all’eliminazione dell’altro quando non riconosce e non rispetta più il suo costitutivo legame con la verità. Ogni volta che la libertà, volendo emanciparsi da qualsiasi tradizione e autorità, si chiude persino alle evidenze primarie di una verità oggettiva e comune, fondamento della vita personale e sociale, la persona finisce con l’assumere come unico e indiscutibile riferimento per le proprie scelte non più la verità sul bene e sul male, ma solo la sua soggettiva e mutevole opinione o, addirittura, il suo egoistico interesse e il suo capriccio”. Ecco, in una pastorale familiare rivolta all’apertura alla vita nascente e al rispetto per quella morente, in una pastorale della libertà rettamente intesa rivolta in particolare ai più giovani, ai figli minori di coppie che vivono la difficoltà della separazione o anche il dolore del divorzio, sta la base di una possibile rinascita, di un possibile recupero di vincoli relazionali ai quali non si deve mai rinunciare, sempre con lo sguardo rivolto al benessere dei più piccoli che non devono perdere il rapporto con la figura materna e la figura paterna, anche nei marosi ormai permanenti della navigazione della coppia contemporanea. Compito della Chiesa è abbracciare con il massimo dell’apertura il dolore di queste coppie e dei loro figli, accogliere i divorziati anche risposati che dopo un percorso lontano dalla Fede proprio attraverso il loro dolore possono riavvicinarsi alle comunità parrocchiali o anche non le hanno mai abbandonate, restare fermi nelle indicazioni del Catechismo della Chiesa Cattolica utilizzando però tutti gli strumenti per ricondurre ad una piena vita anche sacramentale chi è nelle condizioni di potervi essere ricondotto. La Chiesa non compiace il mondo, ma è aperta al mondo. Ne ascolta il grido di dolore, derivante dall’insensatezza del relativismo, proponendo il suo percorso nel senso. Tra sensato e insensato, la luce di Cristo sa guidare. Compito della Chiesa è tenerla accesa.

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05/03/2015
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