Società

di Renzo Puccetti

I numeri falsi degli abortisti

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Questo quotidiano nasce e vive per smontare i tanti miti del progresso. Di questi miti c’è n’è uno che in molte nazioni è servito e serve da ariete per le legislazioni abortiste. Più o meno può essere declinato così: l’aborto non è una cosa bella, ma le donne abortiscono comunque, se legalizziamo l’aborto almeno le donne non moriranno per le complicanze degl’interventi clandestini. È la seducente dottrina del male minore, capace non solo, come ammoniva Hanna Arendt, di fare dimenticare troppo in fretta il male comunque compiuto, ma addirittura di lasciare credere che si sta facendo il bene, che si è persone responsabili, in ultima analisi che così facendo si è veramente buoni. Non è uno scherzo, ad esempio “aiutare le donne nel momento del bisogno” è ciò che fa pensare al dr. Willie Parker di essere un buon samaritano mentre esegue gli aborti. Effettuare aborti tecnicamente impeccabili era quello che faceva dire nel 2006 al presidente di una sessione del convegno mondiale dei sanitari abortisti a Roma: “Noi, siamo i veri pro-Life”. È seguendo questa logica che l’Organizzazione Mondiale della Sanità promuove la legalizzazione dell’aborto come elemento fondamentale per la tutela della vita e della salute delle donne. Ed è questo il pensiero che nelle società occidentali mantiene il sostegno alle leggi abortiste. È vero? Diffondendo l’aborto legale si è davvero pro-Life? Si tutela davvero la vita?

La cifra fornita dall’OMS nel rapporto 2004 sull’aborto clandestino (l’aborto clandestino è considerato “unsafe”, cioè non sicuro) per un paese come l’Italia è questa: una donna morta ogni centomila nati vivi (WHO. Unsafe abortion: Global and regional estimates of the incidence of unsafe abortion and associated mortality in 2000. Fourth edition). Le donne morte in Italia per aborto clandestino prima della legalizzazione quante erano? 20.000 era il numero che i manifestanti pro-aborto scrivevano sui cartelli durante i cortei, un numero che per essere vero avrebbe richiesto che in un anno nascessero in Italia 2 miliardi di bambini. Peccato che nel 1977 le nascite fossero soltanto 741.103. Considerando il numero dei nati, i decessi legati alle procedure di aborto clandestino era dunque stimabile a meno di una decina all’anno e complessivamente sarebbero stati ad oggi circa 200 se la legge non fosse mai entrata in vigore. Ma questo è solo uno dei termini dell’equazione che non è completa se non si risponde ad un’altra domanda: legalizzare l’aborto ha lasciato il numero di aborti tali e quali? A questa domanda il demografo abortista Christopher Tietze, premiato dalla Planned Parenthood Federation americana col Margaret Sanger Award, ammetteva su Family Planning Perspectives del 1975 che “il numero totale di aborti legali e illegali aumenta dopo la legalizzazione” ed indicava in un meno 25% la variazione di nascite correlata alla sentenza Roe v Wade. Per l’Italia lasciamo che a rispondere sia il professor Cazzola, professore di Statistica all’Università di Bologna, che in un suo studio ha quantificato in 20.000, cioè il dieci per cento degli aborti, il numero di bambini non nati a causa del varo della legge 194 (Alberto Cazzola, Aborto e fecondità. Franco Angeli ed. Milano, 1996).

In Italia sono 5.538.322 i bambini abortiti legalmente a tutto il 2013, un decimo di questi è stato dunque abortito proprio in relazione al processo di legalizzazione, stiamo parlando di 553.832 bambini. 200 donne contro oltre mezzo milione di bambini finiti tra i rifiuti speciali, un rapporto di uno a duemilasettecentosessantanove. Questa è la contabilità delle leggi abortiste e della legge 194 assumendo come validi i dati forniti da fonti autorevoli e insospettabili di simpatie pro-life. Ma questo è peraltro il computo della sola mortalità materna, cioè delle morti che si verificano entro i 42 giorni dal termine della gravidanza per cause correlate alla gravidanza, al parto, o all’interruzione della gravidanza. Esso non tiene conto della mortalità tardiva, dimostratasi maggiore per le donne con un aborto alle spalle ad uno (Gissler 2004), dieci (Reardon 2012) e venticinque anni dall’evento (Coleman 2013), così come rilevata in una nazione con un ottimo sistema di registrazione dei dati come la Danimarca. E i soldi pubblici spesi per finanziare gli aborti non si poteva investirli per salvare le vittime dell’aborto? I dati sul campo sono ancora più imbarazzanti per i liberals. Nel 2013 sul Journal of American Physicians and Surgeons, è stata pubblicata l’analisi comparata della mortalità materna nella Repubblica d’Irlanda, dove l’aborto è consentito soltanto per salvare la vita della madre, e nella Gran Bretagna, dove l’aborto è invece eseguito su semplice richiesta della donna. Risultato? La mortalità materna irlandese negli ultimi dieci anni è stata la metà di quella inglese e il tasso di bambini nati morti del 25% inferiore. In compenso in Irlanda il tasso di abortività è meno di un terzo di quello dei vicini inglesi (UN. World Abortion Policies 2013). Le leggi abortiste non proteggono i bambini e non proteggono le donne.

Oggi queste considerazioni possono essere estese anche ad un paese del sud-America come il Messico ed a provarle ha provveduto un team internazionale di ricercatori di Cile, Messico e di quattro università americane: Duke, North Carolina, Utah, West Virginia, diretti da Elard Koch. Lo studio è appena stato pubblicato sulla prestigiosa rivista British Medical Journal (Koch E, et al. BMJ Open 2015; 5:). Gli autori hanno esaminato dieci anni di mortalità materna in Messico scoprendo che nelle regioni con maggiore restrizione legislativa all’aborto, non soltanto la maternità non era più elevata, ma addirittura si è mantenuta per tutto il tempo a livelli inferiori rispetto alle aree con maggiore facilità di accesso e ancor di più rispetto al distretto della capitale, dove l’aborto è effettuato su semplice richiesta della donna. I ricercatori hanno esaminato tre indicatori differenti di mortalità materna, quella totale, quella da aborto generale e quella da aborto indotto e per tutte e tre il risultato è stato il medesimo: mortalità materna più bassa nelle regioni con maggiore restrizione all’aborto. Gli stessi ricercatori sono passati poi a cercare di comprendere le ragioni delle differenze, scoprendo che la liberalizzazione legislativa dell’aborto non offre alcun contributo alla riduzione della mortalità materna, dove invece quello che conta è la scolarizzazione delle donne, la presenza di personale qualificato al parto, l’incidenza minore di violenza sessuale, l’ospedalizzazione, l’assistenza sanitaria, la disponibilità di acqua pulita, la fertilità totale. Come già in passato si può stare certi che contro questo studio si muoverà il comando tattico dell’esercito abortista, quel Guttmacher Institute, testa scientifica della multinazionale dell’aborto Planned Parenthood da cui riceve finanziamenti, così come altri soldi gli giungono dalla fondazione Ford, dalla Bill & Melinda Gates Foundation, dal Population Council, da Marie Stopes International, dall’UNFPA, dai governi olandese, svedese, norvegese e inglese, tutte realtà che non lasciano proprio tranquilli circa l’imparzialità di un ente che vanta un introito annuale di quasi 22 milioni di dollari e un patrimonio netto al dicembre 2013 pari a 44 milioni. Per il Guttmacher Institute queste evidenze scientifiche sono infatti più letali della luce del sole per Dracula, perché mandano all’aria tutta la strategia persuasiva verso la legalizzazione dell’aborto attuata presso le autorità sanitarie dei Paesi in via di sviluppo condotta a braccetto con l’agenzia neomalthusiana del Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite, la cui ricercatrice dr.ssa Cynthia Stanton, ha disinvoltamente ammesso di “fare enormi aggiustamenti per fare tornare i numeri” quando si tratta di calcolare la mortalità materna da aborti clandestini, cosicché “più del cinquanta per cento di alcuni numeri sono aggiustati”. Si può tranquillamente operare per la diffusione dell’aborto, si può tornare a casa, dare un bacio ai propri figli e pensare di avere compiuto il proprio dovere; è la vecchia storia della banalità del male, basta indossare occhiali con una lente che disumanizza la vittima e l’altra che ingigantisce i benefici dei propri interventi, ma nessuno che lo fa ha il diritto di chiamarsi pro-Life: anche i numeri sbarrano la strada.

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10/03/2015
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