Società

di Mario Adinolfi

Distruggiamo ciò che serve?

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Cupio dissolvi, mi viene in mente questa espressione latina che sta per “desiderio di autodistruzione”, nel giorno in cui comincia il triduo pasquale e ricordiamo la Passione, morte e resurrezione di Gesù. Absit iniuria verbis (aridaje col latino, che ci volete fare, oggi va così) quell’espressione mi è saltata in testa mentre vedevo Antonio Conte entrare nello Juventus Stadium preceduto da una settimana di intense polemiche attorno alla sua capacità di gestione della nazionale italiana di calcio, con condimento di tensioni tra il ct e la squadra che lo ha portato al successo, la Juve appunto. Avrei potuto fare analoghe riflessioni pensando al pilota suicida e stragista della Germanwings, ma sarebbero state più cupe.

Ragionavo, pensavo: Antonio Conte è stato il capitano amatissimo dei bianconeri, poi l’allenatore che dopo la tragedia sportiva della serie B e una serie di fallimenti a lui precedenti ha preso la squadra e l’ha condotta a vincere lo scudetto per tre anni consecutivi, l’ultimo conseguendo anche il record assoluto di 102 punti. Da allenatore della nazionale poi è stato prima corteggiato, visto che di meglio il panorama calcistico italiano non offre, poi comunque dopo un mondiale disastroso è riuscito a raddrizzare la baracca. Da ct della nazionale non ha mai perso, ma è bastato un pareggio fuori casa in Bulgaria e un mezzo equivoco sul presunto infortunio di un calciatore della Juventus durante la permanenza in maglia azzurra, per scatenare una tempesta che ha portato Conte sull’orlo delle dimissioni. E la freddezza con la Juventus comunque resta, anche se i contendenti dovrebbero essere reciprocamente grati.

Che c’entra tutto questo con il triduo pasquale? Seguitemi, c’entra. Ma ci vuole anche qualche passo per arrivare al nodo. Mettere in discussione Conte, uno che vince sempre, rompere persino il legame affettivo con la Juventus, portarlo a un passo dall’addio con porte sbattute, è sciocco. Nessuno meglio di Conte potrebbe guidare la nazionale di calcio e la buona prova contro l’Inghilterra, con il pareggio di mercoledì sera, ne è un’ulteriore prova: con questo ct l’Italia non perde mai. Eppure lo si discute, lo si provoca, colleghi ne mettono in dubbio persino l’onestà professionale per via della convocazione in nazionale dei cosiddetti oriundi. Badate bene, sia nella partita con la Bulgaria che con quella di Torino contro l’Inghilterra gli oriundi sono stati decisivi. Ma l’idea di fondo sembra essere quella di distruggere ciò che serve. Alla guida della nazionale serve Conte? Distruggiamolo. Per tenere in piedi una squadra azzurra ormai priva di grandi talenti servono gli oriundi e questi segnano anche gol decisivi? Distruggiamoli.

Distruggiamo ciò che serve. Questa è esattamente la cupio dissolvi, è il desiderio di (auto)distruzione. Insano e illogico. Si tratta del male che rovina le nostre vite, ci salviamo solo se lo individuiamo e lo eliminiamo dal nostro cuore. Pensate al triduo pasquale. Oggi, Giovedì Santo. Gesù è tradito da Giuda, Gesù è rinnegato da Pietro. Cupio dissolvi al massimo grado, frustrazioni e paure vincono. Nel Venerdì di Passione il popolo accecato dalla cupio dissolvi sceglierà Barabba.

La cupio dissolvi di Giuda il traditore lo porta alla dissoluzione definitiva, alla morte, al suicidio. Pietro individua invece la radice di questo male, sa che quel suo rinnegare non porta solo a distruggere ciò che serve (Gesù, nulla serve più di lui) ma finirebbe per distruggere lui stesso. Il pentimento per aver rinnegato il Maestro, rintracciato nel proprio cuore, lo salva. Ma è un’esperienza che in pochi riescono a compiere, i discepoli di Gesù sono tutti preda della cupio dissolvi. Paure e frustrazioni la provocano. Sarebbero pronti a distruggere tutto quel che con Gesù hanno costruito. A distruggere quel che serve.

Ragionavo su questi paralleli arditi (troppo arditi) tra un pallone che rotola e la storia dei giorni della Salvezza, anche rispetto alle questioni su cui questo giornale gioca molta della propria identità. La messa in discussione della famiglia, l’avanzata dell’ideologia gender, l’adozione del ddl Cirinnà, le leggi per il “matrimonio” omosessuale e l’utero in affitto, altro non sono che l’espressione di questa cupio dissolvi. C’è un desiderio di distruzione di ciò che serve e ciò cher serve più di tutto nel contesto sociale drammatico in cui viviamo è la famiglia.

Nel momento in cui più c’è bisogno di famiglia, ecco che l’intervento dei legislatori è volto a minarla. Il divorzio breve la trasforma in un meccanismo transitorio e, soprattutto, da regime privatistico; l’equiparazione dell’inequiparabile tra matrimonio e unione omosessuale apre la strada all’ideologia di chi vuole andare “oltre il matrimonio” cioè verso la legittimazione di qualsiasi legame sentimentale come legame “familiare”, svuotando così di senso anche solo la parola stessa “famiglia”; la commercializzazione di gameti, uteri, di bambini belli e fatti a prescindere da chi li procrea ci rende tutti prodotti, oggetti, degni di cura solo se si è perfetti e non fallati (il contrario di quel che avviene nella dimensione familiare reale, dove il livello di attenzione è più alto dove più si evidenzia un bisogno, pensiamo ai bambini malati e agli anziani anche non autosufficienti, che solo in famiglia hanno il grado di cura di cui hanno necessità).

La famiglia serve, più che mai in tempo di crisi. Allora la soluzione sapete qual è? Distruggiamo la famiglia. Distruggiamo ciò che serve. Se non è cupio dissolvi questa…

Insomma, è come se in questo triduo pasquale ci fosse offerta una fotografia del mondo che restituisce l’immagine di un contesto impazzito che vive in un Venerdì Santo permanente, quasi senza speranza di resurrezione. La logica pare abolita, il ragionamento è appannato da evoluzioni emozionali che si trasformano spesso in reazioni violente. Siamo partiti dal territorio lieve del pallone e siamo passati alle questioni più gravi delle leggi che stanno dando l’assalto devastante al diritto di famiglia. Ma se solleviamo lo sguardo e ci rivolgiamo fuori dai confini nazionali, appena fuori, troviamo le bandiere nere dell’Isis sventolare in Libia e fare le stragi persino in un museo tunisino contro ignari impiegati comunali nostri connazionali, troviamo l’inquieta Turchia attraversata da un dramma al giorno, arriviamo agli Stati della guerra permanente in una fascia che ormai va dal Pakistan alla Nigeria, con la persecuzione sistematica dei cristiani.

E poi l’aggressione all’ambiente (attendiamo con ansia l’enciclica di Papa Francesco sull’argomento), l’umiliazione sistematica delle energie più giovani vittime di un precariato ormai diventato esistenziale, la tragedia dell’aborto con i sei milioni di bambini morti solo in Italia che sarebbero state giovani braccia per tirarci fuori dalla crisi. Distruggiamo ciò che serve, siamo in preda alla cupio dissolvi. Dobbiamo saperlo, ma dobbiamo essere Pietro, non dobbiamo essere Giuda.

Per restare su un tono più lieve, dobbiamo essere Antonio Conte, arrivare a un passo dal farci travolgere dall’istinto negativo di gettare via tutto, poi entrare in campo e fare quel che dobbiamo fare: non essere battuti dall’avversario, da chi vuole il nostro male.

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02/04/2015
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