Chiesa

di Giovanni Marcotullio

La via stretta tra fatalismo e interventismo

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«Il vostro itinerario sulle strade è finito, – ha detto ieri Papa Francesco ai rappresentanti del movimento Shalom, pellegrino a Roma “per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle persecuzioni dei cristiani nel mondo” – ma deve continuare da parte di tutti il cammino spirituale di preghiera intensa, di partecipazione concreta e di aiuto tangibile in difesa e protezione dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, perseguitati, esiliati, uccisi, decapitati per il solo fatto di essere cristiani. Loro sono i nostri martiri di oggi, e sono tanti, possiamo dire che sono più numerosi che nei primi secoli. Auspico che la Comunità Internazionale non assista muta e inerte di fronte a tale inaccettabile crimine, che costituisce una preoccupante deriva dei diritti umani più elementari. Auspico veramente che la Comunità Internazionale non volga lo sguardo dall’altra parte».

Con la perentoria ripetizione dell’appello alla comunità internazionale il Pontefice ha suggellato qualcosa di evidentemente diverso dalla generica espressione di un proprio intimo desiderio: “cammino spirituale”, “preghiera intensa”, “partecipazione concreta” e “aiuto tangibile” sono i quattro punti cardinali della bussola offerta dal Papa per seguire la rotta che ha tracciato a partire dalle indicazioni di Cristo.

Si tratta di una rotta complessa perché lo stesso semplicissimo comando evangelico di “non resistere al malvagio” (Mt 5,39) è stato dato in vista di scenari conflittuali e bisognosi di adattamenti estemporanei non codificabili: schiaffeggiato da un ruffiano, infatti, Cristo non oppone resistenza ma denuncia di star subendo ingiustizia e sollecita in tal senso la coscienza di chi lo colpisce (cf. Gv 18,23). Lo scenario conflittuale che al momento presente schiaccia i cristiani su scala addirittura planetaria è tale da riaffiorare più volte nelle recenti parole del Santo Padre. Appena domenica, infatti, nel tradizionale messaggio urbi et orbi, Francesco esortava i cristiani a implorare «la grazia di non cedere all’orgoglio che alimenta la violenza e le guerre, ma di avere il coraggio umile del perdono e della pace». Il Papa ha pure invitato i cristiani a domandare «a Gesù vittorioso» di voler e poter «alleviare le sofferenze dei tanti nostri fratelli perseguitati a causa del Suo nome [Francesco ha ricordato “in particolare” fra tutti i giovani Kenioti di Garissa], come pure di tutti coloro che patiscono ingiustamente le conseguenze dei conflitti e delle violenze in corso».

Quest’ultima preghiera suona forse un po’ strana a noi, abituati come siamo a illuderci che “volere è potere” e che il volere dipenda da noi: i conflitti sono precisamente la dimostrazione fattiva di come le azioni e le volontà – dei singoli uomini e dei popoli, dei governi e delle multinazionali – si condizionino o si impediscano a vicenda, costruendo una società in cui i miraggi della libertà e della felicità sembrano raggiungibili unicamente per via di violenza e sopraffazione. «Ma i cristiani – aveva difatti osservato il Papa poco prima – per la grazia di Cristo morto e risorto, sono i germogli di un’altra umanità [...]. Questa non è debolezza, ma vera forza! Chi porta dentro di sé la forza di Dio, il suo amore e la sua giustizia, non ha bisogno di usare violenza.

Eppure Francesco è lo stesso che lo scorso 19 agosto, tornando dalla Corea del Sud, aveva ricordato la liceità morale e politica del “fermare l’aggressore ingiusto” quando se ne dà il caso. E con questo non faceva altro che citare correttamente il Catechismo (CCC 2265). Aggiungeva però la risposta alla domanda che immancabilmente si sono posti tutti i suoi interlocutori: «I mezzi con i quali si possono fermare dovranno essere valutati». E come per non sembrare aleatorio ha precisato: «Dopo la seconda Guerra mondiale sono state create le Nazioni Unite, là si deve decidere: “C’è un aggressore ingiusto, come lo fermiamo?”».

Ma proprio alla “Comunità Internazionale” era rivolto il pressante appello di ieri dopo il Regina coeli: non salterà fuori qualcuno a dire che la Chiesa chiede pace con un braccio e invoca guerra con l’altro, quasi che l’Onu venga candidato a ricoprire il già visto ruolo del “braccio secolare”? A ben vedere, appare piuttosto vero il contrario: praticamente in contemporanea, il colonnello David Obonyo confermava infatti il raid di reazione keniota al massacro degli islamisti somali. Facilmente Papa Francesco poteva aver avuto notizia certa dei bombardamenti prima di parlare ai fedeli accorsi in piazza san Pietro: dunque l’invocazione discreta ma accorata di una risoluzione Onu deve prudentemente leggersi come la richiesta di un quadro internazionale che più facilmente scongiuri le ritorsioni e gli interessi di parte.

Resta da chiedersi in che modo l’assemblea delle Nazioni Unite potrebbe servirsi della “bussola” di cui si diceva sopra, coi cui punti cardinali il Papa invita a orientarsi quanto alle persecuzioni dei cristiani. Probabilmente la complessità di quelle delicate manovre – con cui si deve schivare la Scilla del fatalismo travestito da pietà e la Cariddi dell’interventismo travestito da carità – non può essere richiesta che ai soli cristiani, e costituisce in qualche modo il “valore aggiunto” del Vangelo pasquale, ossia la “grazia”, rispetto ai beni naturali della pace e della giustizia internazionali. Qualcosa del genere, in fondo, lo attestava già Tertulliano ai tempi delle persecuzioni dei “primi secoli”, cui faceva riferimento il Papa: «A quale guerra non saremmo stati preparati e pronti, anche se impari per numero di soldati, noi che così liberamente ci lasciamo trucidare, se per gli appartenenti a questa Chiesa non fosse preferibile lasciarsi uccidere piuttosto che uccidere?».

Così forse non potrà usare la “bussola” data dal Papa ai cristiani, ma la “Comunità Internazionale” ha da considerare una cosa importante, mentre valuta le contromisure alle persecuzioni contro il nome del Nazareno (“confessio nominis, non examinatio criminis”): «Adesso avete un numero minore di nemici – sono sempre parole di Tertulliano – a causa della diffusione dei cristiani. [Non fate l’errore di] giudicarci nemici, noi che non siamo nemici se non dei nostri peccati»

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07/04/2015
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