{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} Il senso della festa dell’Ascensione

Storie

di Antonio Iannaccone

Il senso della festa dell’Ascensione

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Se c’è una festa cristiana che il nostro tempo dovrebbe celebrare come la sua ricorrenza per eccellenza, ebbene è proprio la domenica appena trascorsa, quella dell’Ascensione.

Che cos’è, infatti, in sintesi, il cuore del pensiero contemporaneo? L’assenza di ogni verità (Dio in primis) e il totale protagonismo della libertà del singolo.

Ebbene, un paio di millenni prima che Nietzsche e i suoi amici decidessero di cacciarLo per sempre dalle nostre umane faccende, nell’Ascensione accade proprio il fatto che Dio in carne e ossa lascia la scena di queste lande desolate e lo fa in favore di un totale protagonismo umano.

Allora, tutto a posto? La vicenda di Cristo si conclude in modo simile a quella di noialtri relativisti a tempo pieno, e tutti contenti? Niente affatto. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto, siamo sicuri di aver inteso l’Ascensione nel senso giusto? Non sto parlando tanto di un fatto intellettuale o religioso, ma di come essa è entrata nelle nostre ossa di uomini di questo tempo. In sintesi, il senso che abbiamo dato all’Ascensione mi pare questo: Dio doveva dirci qualcosa, lo ha fatto in modo sublime attraverso la bocca di Gesù e poi ha lasciato la scena. Ovvero – questo il nostro diffusissimo retro-pensiero, diventato onnipresente luogo comune – Gesù è stato un grande uomo del suo tempo, che ha detto cose bellissime e giustissime, ma, ora che non è più qui, è inutile farsi strane domande su chi fosse e sulle sue strane pretese di essere la verità che ci salva: adesso, tocca a noi, che dobbiamo realizzare la nostra esistenza come meglio crediamo e poi, al più, cercare di vivere le bellissime (anche se un po’ troppo difficili) leggi morali del Nazareno.

Ma, così facendo, abbiamo fatto fuori, oltre all’Ascensione, la sua stupenda premessa: l’Incarnazione. Dio non ha voluto soltanto “dirci” qualcosa (avrebbe potuto farla dettare da un suo arcangelo a un profeta…), ma ha voluto “darci” quello che sembrava impossibile: la bellezza sconfinata della Sua risposta all’uomo che cerca tutto. E questa risposta non è un’idea o una parola: è una persona fatta di carne e ossa, Gesù.

Con l’Ascensione allora che cosa accade? È vero o no che Dio vuole rendere protagonista l’uomo? Sì, è vero, solo che il protagonismo che Dio vuole per noi è assolutamente diverso da come lo intendiamo e assolutamente di più.

Il nostro protagonismo, per essere tale, ha bisogno di negare importanza a tutto eccetto che all’io (ottenendo, per altro, così l’effetto – sotto gli occhi di tutti, oggi – di far fuori anche l’io medesimo). Infatti, noi cerchiamo la libertà allontanandoci dalla realtà, ovvero strappandoci dalla natura, dal presente, dal nostro limite. Pensiamo di essere più liberi, ad esempio, se possiamo scegliere il nostro genere sessuale (oltre la natura maschile o femminile) oppure se possiamo evitare le difficoltà del presente attraverso stordimenti chimici oppure ancora se possiamo affogare le nostre ansie in esperienze di piacere sessuale immediate, senza vero contatto umano.

L’Ascensione invece dona una libertà molto più grande di questa: un essere umano, Gesù, è già arrivato dentro la pienezza stessa di tutte le cose, dentro la realizzazione totale dell’esistenza, con tutta la sua carne e il suo sangue.

È vero, il Dio che si è fatto uomo non cammina più per le nostre strade, non mangia più alle nostre tavole, non resuscita più le figlie delle vedove davanti ai nostri occhi. Ha lasciato noi come protagonisti sulla scena. Siamo noi che ci muoviamo alla ricerca della nostra realizzazione nell’apparente invisibilità di Lui. E siamo ancora noi che portiamo il Suo Mistero a tutti gli uomini, con l’aiuto irrinunciabile del Suo Spirito. Ma tutto è cambiato rispetto al giorno prima della Sua venuta: ora siamo certi che l’impossibile desiderio del nostro cuore può incontrare risposta totale; e risposta reale, fino alla carne. Una risposta che tiene dentro fino all’ultimo capello e all’ultima goccia di sangue di ogni essere umano.

L’uomo per essere libero – anzi, diciamola tutta, per essere parte stessa di Dio (come ci è stato promesso) - non ha bisogno di negare nulla di sé, non ha bisogno di far fuori nulla del suo limite, perché un uomo è già con la Sua carne risorta nella pienezza di tutte le cose e nella libertà totale di Sé, alla destra dell’Amore che ha voluto questo impossibile bene per ognuno di noi.

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19/05/2015
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