Chiesa

di Giovanni Marcotullio

Cosa è successo davvero in Gregoriana per via dei vescovi tedeschi

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Volete la parrhesìa, questa parola che tanto ricorre nei vostri testi quando parlate delle cose che ci interessano come se fossero quelle che interessano a voi? Volete che si dicano le cose come stanno? Volete i nomi? Va bene, visto che volete franchezza ne avrete più di quanta ne desiderate.

Tanto per cominciare, facciamo un passo indietro e torniamo alla giornata di ieri: torniamo alla Rivelazione scalfariana che, per singolare elezione, ha potuto narrare a tutti gli italiani il conciliabolo consumatosi in Gregoriana lunedì. Ieri abbiamo provato a prendere sul serio le “indiscrezioni ufficiali” di Repubblica – e come altrimenti dovremmo chiamarle, visto che non ci sono neanche i nomi? – ma ci siamo resi conto che l’esperimento ha toccato le soglie del ridicolo. Date le premesse, non poteva andare diversamente.

Oggi invece facciamo il contrappunto sulle omissioni malevole di Repubblica, non su quelle cui la docile penna dell’articolista si è piegata per volontà di chi lo aveva invitato (e hai visto mai che il diritto di cronaca prevalga sulla cortesia salottiera?): come mai la Pontificia Università Gregoriana, l’antico Collegio Romano, ha ospitato un conciliabolo a porte chiuse? Come mai, se voleva farlo a porte chiuse, la notizia è trapelata ben prima di lunedì, al punto che sabato sera io ne parlavo a Torino con degli amici davanti a una pizza? Perché mai, infine, a questo conciliabolo segreto avrebbe dovuto assistere un osservatore della stampa? E se un osservatore ci doveva essere, perché unico? E se unico, perché non di un giornale “al di sopra di ogni sospetto” (per carità, non parliamo di noi, andavano benissimo l’Osservatore o Avvenire!) bensì di Repubblica? Perché è l’unico che – come ormai tutti sanno – il Papa legge? E farà bene a leggerlo, dovrà essere parso strano anche a lui che i suoi confratelli organizzino certe cose. O più probabilmente sapeva tutto in anticipo. Anche lui. Anche quello che ora vi dico (e sicuramente molto di più).

Per prima cosa, e per non lasciare troppa carne al fuoco, bisogna dire che la Gregoriana non ha organizzato alcuna “giornata di studio”, né pubblica né segreta, nella data di lunedì. «Ha fatto tutto – sappiamo da fonte certa – la Conferenza episcopale tedesca». E difatti sappiamo che l’incontro ha riunito – peraltro per la seconda volta – rappresentanti delle conferenze episcopali di Francia, Germania e Svizzera. «Infatti – prosegue spiegando la mia fonte – sono stati alloggiati nel Centro Congressi, che è gestito da una società esterna, e non in Aula Magna o altra aula dell’Università». Accidenti, e come mi è potuto sfuggire? Repubblica, “unico media italiano invitato a partecipare”, non può aver taciuto un “particolare” del genere, ossia che la giornata di studio si è svolta nel perimetro architettonico dell’università ma senza alcun contatto con le sue istituzioni. Invece sì, lo tace. Però il nome della Gregoriana, invece, torna tre volte nel testo e una nella titolazione.

A proposito di istituzioni, la sacra pagina scalfariana menziona «il vice rettore della Gregoriana», il quale avrebbe “ospitato tutti” – e la società che gestisce il Centro Congressi che ha fatto? –. In realtà il conciliabolo puntava più in alto: sul programma avevano scritto che avrebbe partecipato il rettore, padre François-Xavier Dumortier, ma pare che costui non abbia ritenuto opportuno offrire il proprio volto e il proprio nome alla “giornata di studio”. Possibile che rettore e vicerettore non si parlino tra di loro? Impossibile, certo, ma potrebbe sempre darsi il caso che padre Zollner sia anche il presidente del Center for Child Protection della Gregoriana, e che il cardinal Marx avesse una leva privilegiata con lui, se ad esempio la Conferenza episcopale tedesca foraggiasse generosamente quella (benemerita) istituzione. Di fatto è andata così: il sacro potere del dio quat-trino ha spalancato le porte della Gregoriana a Marx come la verghetta d’oro del messo celeste spalancò a Dante quelle di Dite. Viceversa, come Dante entrò in Dite ma non per essere uno dei suoi abitanti, così pure Marx e il suo corteo sono entrati in Gregoriana senza avere alcunché a che fare con l’università.

Non si sono potuti tirare indietro, i gesuiti dell’ex Collegio Romano: il massimo che hanno potuto è stato evitare di concedere ogni ambiente gestito direttamente dall’università e declinare ogni presenza istituzionale. Sarebbe stato bello apprenderlo dall’“unico media italiano invitato a partecipare”.

E veniamo a quest’altro punto: perché invitare un solo giornale? Perché non uno “ufficiale” (ma diremmo pure “affidabile”, ormai…) ma quello che più di ogni altro in Italia ha contribuito all’eversione di massa, indiretta e diretta, degli interessi della Chiesa? Viene facilmente il sospetto, soltanto legando insieme i punti sparsi sul foglio, che ci sia stato un pactum sceleris di questo tipo: noi vi diamo l’esclusiva su questo importante evento (comprendente il non marginale smacco sui colleghi cattolici e sulla loro immagine) e voi ci aiutate a proiettare l’ologramma della Chiesa che vogliamo, che poi tutto sommato è pure quella che volete voi.

Ovvio che stiamo pensando male, ma le premesse sono buone? Se l’accordo fosse stato ordito in tal senso, si dovrebbe allora procedere ad alcune osservazioni: lo smacco dei colleghi cattolici di Repubblica, tra i quali ci annoveriamo anche noi, si ridimensiona fino ad azzerarsi nel momento in cui si ristabiliscono le proporzioni. Perché – viceversa – non si è affatto trattato di un grande evento, ma di cinquanta anonimi personaggi, legati a mondanità accademiche ed ecclesiastiche, entrati a forza – mediante la forza della “persuasione” economica – in una prestigiosa università ecclesiastica con l’ovvio fine di darsi un tono e una credibilità mediatica (che a quanto pare non hanno).

Era l’ombra di un topolino proiettata sul muro: siccome il roditore aveva studiato di avvicinarsi quanto basta a una vivace fonte di luce, ne è risultata una proiezione mostruosa e mediaticamente deflagrante. A fare il muro su cui si è proiettata l’immagine di anonimi sorcetti s’è prestata Repubblica. Certo “l’unico media italiano invitato a partecipare” non ha con ciò roso la propria reputazione quanto a trasparenza e correttezza deontologica, e per di più ha comunque assestato un’altra spallata all’immagine della Chiesa. Ma cosa c’è di grande in tutto ciò?

I giornali, si sa, sono carta straccia e le corbellerie di un giorno diventano imballaggio per il pesce del giorno dopo, quindi pazienza. Parlando invece di cose serie, non si può non registrare con una certa preoccupazione l’insistenza con cui queste “riunioni di esperti”, sempre “su invito”, si reiterano a Roma. Ce n’era stato un altro una settimana fa, organizzato dall’Intams (International Academy for Marital Spirituality) e ospitato tra la cornice della Civiltà Cattolica e quella dei Cappuccini di Via Veneto. Era un incontro su invito, anche quello, ma non blindato, e non è stato impossibile a chi scrive constatare che le relazioni (di veri e chiari esperti come Thomas Knieps, Andrea Grillo e Cesare Giraudo) esponevano dottamente problematiche serie e da tenere in tutta considerazione. Anche lì, nondimeno, serpeggiavano e si ripetevano espressioni – come “se restiamo attaccati alla dottrina non caviamo un ragno dal buco”, o la già sentita “non siamo mica filiali di Roma” – che male si accordavano alla professionalità dei relatori e alla gravità dei temi trattati. Tra i presenti, anche lì, alcuni cardinali (uno dei quali era anche lunedì in Gregoriana).

L’impressione, e ciò lascia perlomeno perplessi, è che a chiedere di poter parlare con franchezza siano proprio quelli che più spesso adottano metodologie carbonare, peraltro ordite in combutta con quelli che da sempre e costituzionalmente aggrediscono la Chiesa e il deposito della fede che essa custodisce. Una settimana fa, durante una cena ai Cappuccini, uno di quei porporati si sfogava in escandescenze contro “un libro scritto per mettere a tacere la discussione sinodale”. Questo “diabolico ritrovato” sarebbe Permanere nella verità di Cristo, che raccoglie in un volume studî storici, dogmatici, canonici e pastorali sulla dottrina della Chiesa circa il matrimonio. Gli autori – ossia i cardinali Brandmüller, Burke, Caffarra, De Paolis e Müller, con gli studiosi Mankowski Rist e Vasil’, i cui scritti sono stati curati e introdotti da un patrologo della fama di Dodaro – a loro volta si erano “scusati” introducendo il loro libro proprio in nome della tanto invocata parrhesìa: come a dire, “se possono parlare tutti, allora possiamo parlare anche noi”. Il porporato della cena ai Cappuccini non sembrava dello stesso avviso.

Ma pure queste, in fondo, non sono cose estremamente serie, benché facciano da cartina di tornasole di un certo clima: quando le conferenze episcopali furono create, nel clima del Vaticano II, esse erano sembrate a qualcuno una novità assoluta, anzi una retromarcia rispetto alla precedente politica vaticana, che scoraggiava le riunioni episcopali nazionali. Vero a metà: le riunioni che venivano scoraggiate erano quelle che tendevano a piccoli “conciliarismi nazionali”, ossia a contrapporre e tendenzialmente a imporre al Magistero ecclesiastico universale le logiche e gli interessi di questo o quel gruppo di Vescovi, che necessariamente è pure, ipso facto, un gruppo di potere. Ora che le conferenze episcopali sono istituti ecclesiastici pubblici, ci si stupisce del clima di segretezza con cui alcune di queste (guarda caso sono le stesse di prima…) tentano manovre eversive in qualche caso persino scoperte, come si vede nel caso Gregoriana.

Le cose serie accadranno in autunno, quando le cordate e i gruppi di potere (le lobbies non sono mica solo fuori dalla Chiesa) dovranno confrontarsi con quel resto d’Israele che sempre, da sempre e per sempre, custodisce l’integrità del Vangelo di Cristo e umilmente ne approfondisce la conoscenza. Ciò porta pure – dove è opportuno e conforme al volere divino – allo sviluppo dogmatico e, in qualche caso, all’accettazione di cose che comprensioni precedenti, limitate nella loro parzialità, non potevano se non respingere. Sarebbe ingenuo però trarne una legge universale, come se un giorno, per esempio, l’omicidio (e quindi l’aborto, che ne è una specie) potesse essere sdoganato, ammesso e infine benedetto. Sarebbe per di più criminale tentare di imporre a marce forzate, quasi si fosse in un parlamento, un’idea o l’altra a seconda dei venti della “maggioranza”.

Ci sono lupi travestiti da agnelli, insegna il Vangelo, e ci sono mercenari travestiti da pastori: la prova del nove si ha quando arriva il lupo, perché quello è il momento in cui il mercenario se la dà a gambe. Può pure accadere, però, che il mercenario travestito da pastore si avvicini in buona fede al lupo travestito da agnello: allora si assiste alla gustosa scenetta del manigoldo che cova in seno chi gli darà presto il benservito.

Nessuno può presumere della propria virtù, insegna il Concilio di Trento, e se i mercenarî si presentassero molto dissimili dai pastori non sarebbero pericolosi come sono: in realtà può ben darsi che un buon pastore diventi un mercenario (e viceversa). La differenza tra l’uno e l’altro si riassume fondamentalmente nella merces, nei soldi. Quando Francesco dice che vuole una Chiesa povera, e non solo una Chiesa per i poveri, non lo dice per amore di romanticismo, ma per quella fedeltà al Vangelo che implica profonda intelligenza della realtà: come diceva monsignor Oster scoprendo gli altarini del Comitato centrale dei cattolici tedeschi, sono gli interessi economici che cancellano dai discorsi e dagli scritti di certi cristiani il nome e il senso di Cristo.

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28/05/2015
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