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La triste morte di Paula Cooper

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Ha ucciso, si è uccisa, dopo essere tornata in libertà da appena due anni. Questa la triste parabola terrena di Paula Cooper, conclusasi con un colpo di arma da fuoco rivolto verso se stessa ieri ad Indianapolis. Ricordiamo tutti la vicenda di cui è stata protagonista.

Era il 1986 quando, non ancora sedicenne, Paula Cooper fu condannata a morte per l’omicidio di una insegnante di religione di 78 anni, Ruth Pelke, ma presto si ritrovò al centro di una campagna internazionale di solidarietà e contro la pena di morte, alla quale parteciparono tra gli altri i radicali e Papa Giovanni Paolo II, che rivolse una serie di espliciti appelli affinché le fosse risparmiata la vita dalle autorità statunitensi. Due anni dopo la Corte Suprema americana stabilì che non si poteva infliggere una condanna a morte per un reato commesso sotto i 16 anni, definendo tali sentenze crudeli e quindi incostituzionali. Lo stato dell’Indiana fece dunque salire da 10 a 16 anni l’età minima per una condanna a morte e nel 1988 la Corte Suprema dell’Indiana commutò la sua pena in una condanna a 60 anni di carcere. Cooper era rea confessa, aveva ammesso di aver colpito 33 volte con un coltello la 78enne, nel corso di una rapina che fruttò a lei - allora 15enne - ed alle sue amiche - dieci dollari e una vecchia auto.

Restò in carcere 28 anni. Poi, una volta libera, della libertà non ha saputo che farne. Un colpo e addio. Il Signore la accolga e ci piace immaginarla in cielo che abbraccia l’anziana insegnante di religione che non voleva morire.

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28/05/2015
1907/2019
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