Società

di Giorgio Ponte

Se la Sentinella è omosessuale

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Da un po’ di tempo a questa parte la parola omofobia è sulla bocca di tutti. Anche a scuola, capita che i miei studenti quasi non sappiano cosa vuol dire bullismo, ma omofobia sì, quello lo sanno. Io invece ancora non l’ho ben capito, soprattutto alla luce di quanto mi è capitato all’ultima veglia delle Sentinelle in Piedi.

Stavo facendo volantinaggio, spiegando a una ragazza chi fossimo e per quale motivo vegliassimo, quando una bella bionda è spuntata alle mie spalle, chiedendomi con fare aggressivo se fossi omosessuale, perché dal mio modo di fare lo sembravo.

Di certo non si aspettava che io le sorridessi dicendole che sì, lo ero (so che l’omosessualità non è un’identità, ma in quel momento la situazione non permetteva disquisizioni sulla differenza tra attrazione, pulsione ecc., perciò sono andato al nocciolo).

A quel punto la ragazza, sedicente segretaria dell’Arcilesbica, ha iniziato un’invettiva dicendomi che ero fuori di testa; che ero come “un afroamericano iscritto al Ku Klux Klan”, e che era inutile che mi illudessi perché nel segreto tutti i miei amici presenti in realtà mi disprezzavano chiamandomi “frocio”.

Sorvolando sull’ultima illazione che si commentava da sola, ho ribattuto che non mi risultava che le Sentinelle avessero mai bruciato in piazza nessuno e che in ogni caso gli omosessuali non sono una minoranza etnica, ricordandole che fino a prova contraria entrambi appartenevamo ancora alla razza umana.

Ed è stato allora che è accaduto.

Dimostrando un’elevata maturità, la donna mi ha fatto il verso.

Sì, avete capito bene. Una lesbica mi ha sfottuto per i miei modi effeminati. Con tanto di manina svolazzante e vocetta stridula.

La situazione era talmente grottesca che mi è scappato da ridere. Poi, con una calma che non mi apparteneva, le ho chiesto: “Ti rendi conto che tu sei l’unica in questa piazza che mi sta sfottendo per la mia omosessualità? Nessuno dei presenti si sarebbe mai permesso di fare una cosa del genere. Ora dimmi, se questa parola avesse un senso, chi è omofobo fra noi?”

Non sapendo cosa rispondere, la sedicente Segretaria Arcilesbica ha cambiato argomento cominciando una filippica molto teatrale contro la Madonna e i Santi, con l’unico risultato di fare imbestialire l’altra ragazza con cui stavo parlando e che, pur non conoscendo le Sentinelle, non essendo cristiana e non avendo una posizione chiara sulla questione delle unioni civili, era terribilmente infastidita della prepotenza del suo atteggiamento e dalla pochezza delle sue argomentazioni.

Buonsenso, uno, Follia, zero, insomma.

Al di là di come sia finita però, la domanda iniziale si ripresenta: che cos’è dunque l’omofobia? Perché se omofobia è discriminazione o ridicolizzazione dell’omosessualità allora anche io sono stato vittima di omofobia, proprio in quella piazza, da parte di una lesbica.

Potrei anche dire che le pagliacciate che si vedono ai Gay Pride sono inni all’omofobia, in quanto ridicolizzano, umiliano e riducono a macchiette tante persone omosessuali che vivono la loro vita con grande dignità.

Se poi esistesse una legge per punirla, l’omofobia, allora bisognerebbe anche multare tutti quei frequentatori dei locali gay che sono pronti a selezionare amicizie e conoscenze in base alla disinibizione sessuale o ai canoni estetici che un dato sottogruppo gay richiede, pena l’emarginazione. Un gioco al massacro in cui ognuno afferma di essere “più maschio” dell’altro, perché più peloso, più muscoloso, o più attivo, riproponendo proprio quegli schemi orribili di cui molti omosessuali hanno sofferto nell’adolescenza: se sei più gracile non sei abbastanza uomo.

Non è discriminazione, questa? Non sarebbero quindi anche questi atteggiamenti omofobi?

Poniamo che sia la violenza il comune denominatore per definire tutti gli atti omofobi. Avrebbe davvero senso questa categorizzazione? Non dovremmo punire e combattere la violenza in quanto tale? O dobbiamo dire che un atto di violenza su un omosessuale è più grave di quello su un qualsiasi altro essere umano?

Tutto questo sarebbe mera speculazione, se non fosse che da giorni ormai i miei detrattori mi danno dell’“omofobo interiorizzato”: dicitura inventata negli anni ’70 dalla psicologia ufficiale per bollare tutti gli omosessuali che ragionano fuori dal sistema-gay. In particolare l’idea che l’omosessualità abbia della cause psicologiche è stata motivo di grandi discussioni.

Senza ironia, mi spiace davvero che le mie parole abbiano ferito involontariamente qualcuno, ma non capisco dove sia l’omofobia in una dichiarazione del genere, anche ammettendo i criteri di discriminazione, emarginazione e violenza di cui sopra.

Il fatto di riconoscere delle cause psicologiche a certi atteggiamenti, quali che siano, non implica mai un giudizio di valore su chi li vive, né toglie che il più delle volte essi non siano stati originariamente scelti, e che talora possano anche essere irreversibili.

Io stesso, pur sapendo perché provo attrazione per persone del mio stesso sesso, sono ancora qui che con quelle attrazioni ci convivo. Non mi sento colpevole per il mio desiderio, né mi giudico per questo, ma aver capito certe cose sulla mia storia mi ha permesso di vivere e gestire con maggiore consapevolezza dei comportamenti correlati al mio orientamento sessuale che erano, e sono, dannosi per la mia vita.

Perché poi negare che ci sono persone che, a partire da questo percorso di consapevolezza, hanno anche riscoperto un’attrazione per l’altro sesso? Sono persone vere, che esistono: io ho mangiato con loro, ho dormito nelle loro case, ho conosciuto i loro figli.

Anche la loro esistenza sarà segno di omofobia?

A quanto pare sì, anche alla luce della recente inchiesta di Repubblica.

Molti mi hanno detto che difendere Luca Di Tolve dalla pagine di Libero sia stato un atto omofobo, espressione “dell’odio interiorizzato che nutro per la mia natura”. Tuttavia non è per odio verso qualcuno che io ho parlato, ma per aiutare altri ad essere liberi nelle loro scelte. Non per discriminare, ma per integrarsi. Non per ridicolizzare, ma per il rispetto della sacralità della persona.

Chiamatemi pazzo, ma io in questo non vedo odio, ma solo amore.

Mi hanno insegnato infatti che l’amore vero richiede e dona libertà, ma non ci può essere libertà se non c’è verità su sé stessi. Come puoi donarti a un altro, uomo o donna che sia, se non sai qual è l’oggetto del tuo dono, il tuo mistero?

Allora ecco, se avere amato così vuol dire essere omofobo, allora sì, io lo sono.

E se per questo “amore omofobo”, dovrò essere ridicolizzato, emarginato e odiato da chi la pensa diversamente, ben venga.

Chi ama infatti ha già vinto, omofobo o no.

Qualunque cosa voglia dire questa parola.

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17/06/2015
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