Politica

di Giorgio Ponte

Cara senatrice Cirinnà, sabato lei mi ha offeso

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Un milione.

Praticamente l’intera popolazione di Palermo e hinterland radunata in un unico luogo, spalla a spalla, per una volta insieme. Così tante persone che nemmeno i giornali “avversi” hanno potuto sminuire l’evidenza delle immagini.

Nessuna pubblicità, nessun media, nessun invito ufficiale dalle “alte sfere”, né tempi adeguati per organizzarsi. Eppure c’è gente che ha fatto sei ore di macchina, che ha offerto il treno a chi non poteva permetterselo, che ha rinunciato a un giorno di ferie della sua estate, che ha ritardato un volo intercontinentale: tutto pur di esserci. Ed essere un milione.

Molti non sono potuti venire. Ciascuno di noi presenti aveva almeno altre dieci persone a casa che ci seguivano col cuore. Quante piazze sarebbero servite se ci fossero stati loro? Se ci fossimo stati tutti? Dieci? Quindici?

Eravamo davvero un milione?

No. Eravamo molti di più.

“Solo cattolici”, hanno detto i nostri detrattori.

Si saranno offesi gli evangelici che erano davanti a me a esultare con gli striscioni.

“Solo cristiani”, hanno rettificato.

Si sarà offeso l’Imam di Roma che ha preso fra i primi la parola sul palco.

“Solo fascisti e razzisti” hanno congetturato.

Si sarà offeso Adinolfi, ex deputato Pd, e si saranno offesi i tanti stranieri presenti.

“Solo omofobi che odiano le persone omosessuali”.

Si saranno offesi i membri di A.G.A.P.O. l’Associazione Genitori e Amici delle Persone Omosessuali, la cui lettera a sostegno della manifestazione e contro il matrimonio gay ha aperto l’incontro con le parole più chiare e dirette dell’intero evento: Il matrimonio gay non fa il bene delle persone omosessuali in quanto rappresenta un non senso sul piano antropologico, rendendo l’uomo e la donna intercambiabili.

“Solo eterosessuali attaccati ai loro privilegi” hanno ribattuto gli oppositori, esasperati.

A quel punto a offendermi sono stato io.

Io, Adamo Creato, Cristoforo libero e tutti quei fratelli e sorelle con tendenze omosessuali, che vivono nel segreto e nella paura, senza ancora riuscire ad alzare la testa per affermare che esistono e che con i movimenti gay non hanno niente a che fare. C’eravamo anche noi lì, a dire con la nostra presenza che non ci stiamo ad essere privati del nostro essere uomini e donne, in nome di un non meglio definito orientamento sessuale. Perché noi sappiamo bene cosa genera la confusione dei sessi, e di quella confusione portiamo i segni impressi nella carne.

Insomma, se ogni categorizzazione si è dimostrata riduttiva, chi erano quelle persone presenti in piazza, tutte insieme, tutte diverse e con storie diverse?

È presto detto: ieri in piazza c’era l’Italia.

L’Italia che nessuno vuole ascoltare, quella che ancora ha il coraggio di prendersi responsabilità, che lotta per restare unita, per non cedere alla disperazione del lavoro che non c’è, delle tasse che sono troppe, di un mondo che le chiede di rassegnarsi, di parcheggiarsi, di arrendersi. L’Italia che vive ai margini, che ha bisogno di un aiuto per crescere i propri figli, perché non ha ancora perso il coraggio di farli, questi figli, nonostante tutto. L’Italia dei soggetti più deboli, quelli veri. Quelli che “quando sono deboli è allora che sono forti”.

In altre parole, l’Italia delle famiglie.

Perciò mi chiedo, se quell’Italia ieri era in piazza a protestare, chi è al governo oggi, quale Italia sta rappresentando?

Ddl Cirinnà (Unioni Civili con adozione da parte di coppie omosessuali); Scalfarotto (reato di omofobia senza definizione del reato, col rischio di limitare la libertà di parola su qualsiasi questione legata all’omosessualità); Fedeli (Teoria Gender sull’indifferenziazione sessuale, insegnata a scuola come progetto contro le discriminazioni): queste sono le leggi di cui abbiamo bisogno?

Questo è ciò che chiede l’Italia?

Quanto è successo a Roma sabato sembra dire di no.

Due giorni fa sul palco di San Giovanni ho visto sfilare alcune persone che questa nazione la rappresentano davvero. Uomini e donne grandi, non perché migliori di altri, ma perché con tutti i loro limiti non hanno rinunciato a esporsi per difendere la bellezza dell’essere umano e della famiglia su cui questo Stato, ogni Stato, è fondato.

Uomini e donne veri, perché capaci di metterci la faccia.

Anche per chi la sua faccia non ha avuto il coraggio di metterla.

Penso ai nostri vescovi: spero che la presenza dell’Imam venuto in difesa anche dei nostri figli sia per loro motivo di riflessione. Lungi da me fare la predica a chi riconosco come padre nello Spirito, tuttavia non posso nascondere la delusione mia e di molti altri, abbandonati di fronte al sinedrio del mondo.

In futuro ricordatevi di questo dolore.

Penso ai vari movimenti e personaggi politici che hanno rifiutato di presenziare per paura di essere considerati “contro le persone e non per il dialogo”.

Cattolici, protestanti, musulmani, atei, di destra e di sinistra, italiani e stranieri, uomini e donne senza differenze di orientamento: ditemi quando mai negli ultimi anni si è visto un esempio di dialogo meglio riuscito in nome di un fronte comune!

Io dico che il dialogo va cercato con chi vuole dialogare. E che dialogo non vuol dire sempre compromesso. Non quando si sta decidendo della vita delle future generazioni.

Infine penso anche a me, che su quel palco avrei avuto la possibilità di salire e, per paura di non avere abbastanza tempo per spiegarmi, ho rifiutato.

Quando ho sentito il TG2 titolare il servizio sulla manifestazione “Un milione in piazza contro i gay”, una parte di me si è sentita responsabile nell’aver esposto il fianco a questo inganno mediatico che non farà altro che alimentare una frattura. Se avessero visto uno di quelli che loro considerano “gay” parlare in difesa della famiglia, a nome di quelle persone omosessuali che vivono con dignità, magari senza nemmeno riconoscersi in una fede, ma che con onestà intellettuale sanno guardare alla propria condizione senza pretendere di essere ciò che non sono, con umiltà e chiarezza, forse quel titolo sarebbe stato diverso. Forse oggi ci sarebbe una bugia in meno da contrastare.

Tant’è. La Storia non si scrive con i “forse”.

Memento per il futuro. Bisogna sempre parlare quando si ha la possibilità di farlo.

In ogni caso io sono felice di esserci stato, anche così, perso in quel mare di fratelli. La bellezza cui abbiamo assistito a Roma infatti, non aveva bisogno di una voce che predominasse sulle altre: perché che siano in dieci, in cento o in mille a parlare, basta uno che la dica, la verità, perché essa risuoni forte come un’esplosione.

Un’esplosione che invece di distruggere genera vita.

E se una sola persona può scatenare un’esplosione così, il milione di persone presenti sabato a San Giovanni sono state l’equivalente di una bomba nucleare, la cui forza non potrà essere contenuta a lungo.

A chi nei palazzi del potere di fronte a questo boato si ostina a tapparsi le orecchie, come fanno i bambini quando non hanno voglia di sentire, chiedo: per quanto ancora potrete ignorarci?

Fate che il vostro silenzio non trasformi questo boato nel grido di milioni di figli che un giorno vi chiederanno ragione delle vostre scelte, mentre ignoravate il loro diritto ad avere una famiglia unita, con una mamma e un papà, e a riconoscersi come uomini e donne di domani.

Perché, ve lo garantisco, non esisteranno mani in grado di proteggervi dalla persecuzione di quel grido.

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23/06/2015
2405/2019
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