Società

di Marianna Orlandi

La famiglia è bella anche quando è “brutta”

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Che una pagina – luminosissima – di storia sia stata scritta, in Piazza San Giovanni, è fuor di dubbio. Che questo sia solo l’inizio di un cammino, sociale e umano; e che il compito di proseguirlo sia ancor più arduo dell’averne gettato le basi, lo è altrettanto. Non è di questo, infatti, che voglio parlare. Per una volta almeno, è di una cosa in qualche modo personale che voglio scrivere; personale, sì, ma, al tempo stesso, inevitabilmente condivisa.

Mi sono bastati pochi secondi, pochi sguardi alle coppie che si amano, a figli coccolati dai genitori, a padri premurosi che tengono sulle spalle bambine anche troppo cresciute (le loro eterne principesse), perché iniziasse la mia commozione. Inevitabile il raffronto con la mia esperienza, purtroppo segnata da un – forse inevitabile, ma non meno doloroso – divorzio dei miei genitori. A questa emozione, però, che non mi è nuova, frequentando oramai da tempo le “migliori compagnie”, famiglie che sono esempio di una società sana e ben ordinata, sono seguite due riflessioni per me stessa molto meno scontate. Se per voi lo saranno, perdonatemi.

La prima era una forma di tentazione. Si tratta della stessa tentazione di cui già avevo scritto e parlato, quella di sentirsi inadeguati a prendere la parola, ad essere testimoni di una verità che è al di sopra della propria portata. “Ma chi sei tu, che di famiglia hai soltanto un’esperienza imperfetta, per dire che è bella, che va tutelata, che è la ricchezza più grande che abbiamo?” Risposta immediata: sono una figlia, e questo basta. Era forse la prima volta che lo pensavo. Mentre il sole mi asciugava dalla pioggia e accompagnava il mio sguardo curioso sui presenti, ho capito (ho sentito) che, a prescindere da ogni dolore, rancore o divisione, io sono e sarò sempre figlia di quelle due straordinarie persone che, fosse anche solo per poco, o per quell’unico istante, hanno visto il loro amore coronato da un dono che noi uomini non sappiamo e non possiamo controllare. Questo basta. Intendo dire che chi denigra la famiglia “naturale”, e ciò faccia citando le sue comuni e molteplici patologie, sbaglia per due ordini di ragioni. In primo luogo perché, come tutti comprendiamo, una cosa è l’accidente, altro la programmazione, la preordinazione di un inizio dissestato. In secondo luogo, ed è questo che ieri mi ha pervaso ed illuminato proprio come il sole, perché siamo sempre e comunque figli reali di persone reali. Che a loro ci leghino odio o amore, affetto o rabbia, nulla cambia. Siamo comunque sempre e soltanto – e per sempre – la loro continuazione; di nessun altro. Ed è nostro diritto di figli, questo veramente un diritto sacrosanto e fondamentale, quello di poter amare o odiare, abbracciare o allontanare loro e non altri: chiamandoli padre e madre; o, al limite, negandogli anche, se lo volessimo, ma deliberatamente, l’onore di questo nome (che è però molto di più).

Sabato pomeriggio ho ringraziato di aver potuto piangere, negli anni, non la generica assenza di “un” padre, ma di “quel” padre, di mio padre. E ringrazio, ora, per ogni momento trascorso non con una qualsiasi figura paterna, ma con lui, con quell’uomo di cui porto le tracce nel mio corpo: nel mio modo di fare, nel mio guardare al mondo. E così sarà per sempre.

Ringraziando il cielo – e qualche parlamentare -, una legge ci garantisce ora, in termini inequivocabili, il diritto di conoscere le nostre origini biologiche. Il mio discorso, però, va un po’ più in là. Se mi consente la metafora, un po’ forte, il nascere nella propria vera famiglia, per quanto sgangherata, restare con i propri genitori e non essere cresciuti ed educati da altri – nei limiti del possibile – è equiparabile al diritto del paziente di conoscere il proprio stato di salute. Se non mi si può negare il diritto di sapere che ho un cancro e che lo dovrò combattere, non mi si può negare nemmeno il diritto di sapere da dove provengo. Solo così posso decidere dove davvero voglio andare.

Pensandoci bene, perché ero in piazza sabato? Perché mi dedico a queste cause con tanto fervore e passione, se non perché ho compreso degli errori che non voglio ripetere? E come potrei averli compresi, se non ne avessi potuto fare esperienza? Il “diritto di sbagliare” era uno slogan dei liberal. Ad esso io rispondo col “diritto di conoscere gli errori”, di non mascherarli, abbellirli, nasconderli. L’umanità non può crescere se non le si consente di vedere dove sia caduta. Ed è proprio a questo punto che è arrivata la seconda nuova riflessione: non ero l’unica ad essere scesa in piazza per quella precisa ragione.

A fronte del milione di persone presenti, infatti, non ho potuto non chiedermi quale fosse la percentuale di figli di genitori separati o divorziati. Nella mia esperienza di vita, si attesta almeno al 5%; ma riduciamola al minimo. Ipotizziamo che in questa condizione sia anche soltanto dell’1% dei figli degli italiani: sarebbero state comunque 10.000 persone. Diecimila persone: un paese intero era in piazza con me, con la mia stessa, o simile, storia, a testimoniare a tutto il mondo che la famiglia è bella e va difesa… anche quando “non lo è”. Perché non c’è bellezza; o, meglio, non c’è possibilità di bellezza (di redenzione, di grazia) al di fuori della verità.

Abbiamo titolo anche noi di parlare. Ce lo abbiamo perché, come il malato, per la sua condizione, vede la bellezza delle cose più banali, quelle che quando siamo sani ci dimentichiamo anche di poter fare (correre, saltare, respirare aria pulita, sdraiarci al sole), così i figli “un po’ sfortunati” sanno riaffermare, con maggior vigore, la bellezza dei baci, dell’essere portati sulle spalle, dell’assistere agli scontri e alle riappacificazioni tra i propri genitori, del festeggiare il Natale senza programmarlo. Noi possiamo dirvi dove è giusto ed è bene andare, perché sappiamo da dove veniamo.

Non ci sono alternative. La verità è una soltanto e non è quella che vorremmo ricostruire. Allo stesso modo, io sono il frutto, buono o meno, raro o indigesto, di chi mi ha generato. Ed è l’unica cosa di me che mai e poi mai cambierei. La famiglia è una sola davvero: la nostra.

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23/06/2015
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