Società

di Marianna Orlandi

Se i “riparazionisti” sono ebrei: il caso Jonah

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Quando scoppia una bomba, qual è stata quella della sentenza americana dello scorso giovedì, gli organi politici, di informazione, persino l’uomo della strada non fanno che volgere ad essa la loro attenzione: ai danni, alle modalità dell’esplosione, ai superstiti. Momento perfetto, dunque, per approfittare: nella distrazione di tutti, molti crimini si compiranno; e andranno impuniti. Ma è proprio per evitare che questo accada che, oggi, dopo aver doverosamente trattato di quello scempio giuridico e abuso di potere giudiziario che è stata l’equiparazione di matrimonio e unione omosessuale, ci occupiamo di una diversa sentenza, ugualmente made in USA e pronunciata nella stessa giornata del 26 giugno. Si tratta della decisione della Superior Court di Hudson County, nel New Jersey, sul caso “JONAH”.

Per chi non lo sapesse, JONAH è l’acronimo di “Jews Offering Alternatives to Healing”, ossia di una associazione ebrea che si proponeva di offrire i propri servizi, soprattutto psicologici, a soggetti con “unwanted same-sex attraction”: persone, ebree e non, con tendenze omosessuali a loro stessi non gradite (“unwanted” è, in effetti, l’aspetto più importante). Diciamo “proponeva”, anziché propone, perché, in quello che potremmo ormai definire un “giovedì nero” per il rispetto dell’antropologia umana e per la tutela (reale) delle libertà individuali, la giuria del New Jersey ha deciso non soltanto di condannare JONAH per frode; ma ha altresì emesso il proprio giudizio sulla base di evidenze processuali ed accogliendo ragionamenti secondo i quali qualunque tentativo di limitare le proprie inclinazioni omosessuali sarebbe, d’ora in poi, da ritenersi “errato”, scientificamente “infondato”, “discriminatorio”. Insomma, chiunque in futuro volesse recuperare, o scoprire, la propria eterosessualità, per le più svariate ragioni, non potrebbe farlo. Meglio: potrebbe, ma non potrebbe contare sull’aiuto di nessuno. Offrendo questo tipo di servizi, infatti, si rischierebbe di dover sostenere processi incredibilmente gravosi, potenzialmente micidiali per il singolo e per l’intera associazione, tanto in termini di reputazione quanto, soprattutto, in termini economici.

JONAH è una organizzazione non-profit che era stata fondata da Arthur Goldberg, un “liberal New York Jew”, dai tratti quasi stereotipici: aveva lottato per i diritti civili degli afroamericani e per soluzioni abitative più dignitose per i poveri della grande mela. Suo figlio gli dichiarò, a un certo punto, di essere omosessuale; e lui voleva aiutarlo. Così conobbe Elaine Berke, altrettanto liberal e madre con la medesima esperienza. Decisero di fondare JONAH perché, all’epoca, nessuno offriva questo tipo di servizi se non in una prospettiva di fede ben delineata. I fondatori, invece, pur molto credenti, intendevano trattare le tendenze sessuali da un punto di vista scientifico, medico, psicologico e comportamentale. Nella religione ebraica l’omosessualità non è ammessa, ma essi ritenevano, alla pari dei cristiani, che la sessualità umana non abbisognasse di affidarsi al dogma o al concetto di peccato per svolgersi in maniera conforme al progetto di Dio. Essi intendevano offrire, e offrivano, i propri servizi a chiunque, ebreo o non ebreo, avesse desiderato riordinare la propria sessualità: a qualunque individuo che, liberamente e consapevolmente, avesse deciso di provare un nuovo cammino. Non si occupavano solo di omosessualità, ma anche di tutti i problemi che i singoli incontrassero nella propria intimità: istinti irrefrenabili, desiderio per i bambini, pornografia, ecc. E non si proponevano di “curare una malattia”, bensì di aiutare ciascuno a dominare quei desideri ed istinti cui il richiedente stesso non voleva soggiacere.

La giuria del New Jersey, però, consapevole o meno, ha d’ora in poi limitato grandemente una scelta che spetterebbe, in un paese civile, ad ogni essere umano. I giurati hanno deciso che non possiamo decidere della nostra sessualità: farlo significherebbe, inevitabilmente, trattare le tendenze omosessuali come un “disordine”, come una “malattia”. Sia chiaro: non è questo che sta scritto nel verdetto. JONAH, infatti, è stata condannata per frode. Questa, però, è l’intenzione dei potentissimi circuiti LGBT che hanno sostenuto l’accusa. E questo è, ovviamente, quanto riportano i titoli delle maggiori testate americane.

Il caso, nato dall’azione di quattro ex-pazienti che hanno citato in giudizio Goldberg e lo psicologo Alan Downing per aver fatto loro credere – “fraudolentemente” – che un cambiamento della loro tendenza omosessuale fosse possibile (dato, quello della possibilità di cambiamento, confermato, peraltro, anche dagli psicologici e dai medici dell’accusa in sede processuale), è stato finanziato, per la loro parte, dal Southern Poverty Law Center: un’organizzazione “arcobaleno-friendly” con un conto in banca da 340 milioni di dollari e con un profitto pari a 50 milioni di dollari all’anno. E perché li hanno aiutati? Perché, d’accordo con Wayne Besen, leader del gruppo LGBT “Truth Wins Out”, lo scopo era proprio quello di far chiudere per sempre i centri e le associazioni di consulenza per persone con tendenze omosessuali non volute.

La frode al consumatore, insomma, non è qui né più né meno dell’evasione fiscale contestata ad Al Capone. Con la scusa della tutela dei consumatori, gli attivisti LGBT hanno inferto un gravissimo colpo alla libertà di scelta di ogni abitante del New Jersey. È molto probabile, del resto, che questo giudizio valga, come precedente, in diversi stati federali (vedi: NARTH e Nicolosi). Il colpo, inoltre, come quello inferto dalla sentenza sul same-sex marriage è anche diretto alla libertà religiosa dei singoli e, prima ancora, alla loro auto-determinazione. Pare, infatti, che nel nuovo paradigma dei diritti fondamentali ci si possa autodeterminare per la morte (propria o dei propri figli abortiti), ma non si possa scegliere con chi andare a letto. Quantomeno, non se la scelta è quella etero.

Raccomando, a chiunque conosca l’inglese, di informarsi sul caso, che la stampa nazionale non ha trattato. Le testimonianze contraddittorie degli ex-clienti di Jonah rivelano, infatti, immediatamente, la mala fede di chi le ha rilasciate. Le affermazioni dei medici, al contempo, aiutano tutti a noi comprendere come non sempre alla tendenza si accompagni il desiderio. Ci aiutano a capire che c’è una bella differenza tra l’inaccettabile parlare di omosessualità in termini di “malattia” e l’aiutare le persone a vivere l’intimità conformemente alle proprie scelte di ragione, non sempre istintive. Evviva il libero arbitrio.

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01/07/2015
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