Storie

di Mario Adinolfi

Perché il disegno di legge Cirinnà è inemendabile

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Bisogna essere chiari. Il “compromesso alto” sul ddl Cirinnà di cui parlava il parlamentare Ncd Gaetano Quagliariello dalle colonne di Avvenire qualche giorno fa, non è praticabile, non è un’ipotesi politicamente percorribile. Semplicemente, non esiste. Il ddl Cirinnà non è una proposta di legge come le altre, su cui si può discutere e trovare intese sui dettagli. Il ddl Cirinnà è il tentativo di imporre una visione antropologica, è un passaggio ideologico e rispetto a una norma così pensata ci sono solo due strade: farla passare o opporsi e batterla. Il popolo di piazza San Giovanni credo che abbia detto chiaramente che intende opporsi. Si può ignorare quel popolo, far finta che non abbia dato vita alla più partecipata e spontanea manifestazione degli ultimi cinque anni che l’Italia abbia visto. Non lo si può ingannare.

Renato Schifani, ex presidente del Senato e anch’egli parlamentare Ncd, si dice disponibile a trovare intese sulla legge “se vengono cancellate reversibilità della pensione e adozioni”. Lo stesso, più o meno, dice il capogruppo di Area popolare (sarebbe sempre Ncd, con qualche aggiunta Udc e altri) Maurizio Lupi. Giorgio Tonini, senatore cattolico del Pd, prova a dire che il ddl Cirinnà è sì emendabile, ma su alcuni dettagli, non sulla sostanza. Tende la mano apparentemente, ma aggiunge subito che Ncd deve rinunciare a “fare ostruzionismo”, altrimenti scatterà un “piano b”. Che sarebbe per il Pd fare a meno dell’Ncd, cioè del suo decisivo alleato nella maggioranza di governo, puntando a cercare liberamente alleanze in Parlamento anche tra chi è all’opposizione. La stessa Monica Cirinnà parla di “aperture in Forza Italia”. In effetti in commissione Giustizia al Senato, luogo dove si sta combattendo questa complessa partita politica, Forza Italia si è divisa tra contrari e astenuti, al momento dell’adozione del provvedimento come testo base di discussione.

Mi scuso di tutta questa premessa politicista, apprezzabile forse solamente dagli addetti ai lavori, ma serve a spiegare il quadro in cui ci si sta muovendo. La Croce ha fatto della battaglia contro il ddl Cirinnà il simbolo stesso di quella lotta “contro i falsi miti di progresso” che ci caratterizza fin dalla testata. Papa Francesco ha invitato le famiglie ad essere “contro” la colonizzazione ideologica del gender e il ddl Cirinnà dell’ideologia gender è compimento e coronamento. Ora stiamo arrivando allo snodo decisivo di questa vicenda ed è dunque necessario che gli elementi di comprensione siano tutti sviscerati. Avendo il quadro completo, sarà chiaro perché il ddl Cirinnà è inemendabile e l’unico lavoro che va richiesto ai parlamentari di Ncd-Area Popolare è di essere coerenti con la loro presenza in piazza San Giovanni, agendo dunque con due leve: ostruzionismo in commissione Giustizia, crisi di governo se il Pd dovesse insistere con il fantomatico “piano b”, comunque di difficile se non impossibile praticabilità. Dunque la crisi basterà minacciarla (provo in questo modo a tranquillizzare i parlamentari che temono di perdere tre anni di mandato e conseguenti emolumenti, conosco le miserie umane e anche quelle di deputati e senatori, ho avuto modo di farne esperienza diretta).

Dunque è un muro contro muro? Perché il ddl Cirinnà va considerato come inemendabile? Non basterebbe eliminare la questione della reversibilità della pensione e il vergognoso articolo 5 che prevede persino la legittimazione dell’utero in affitto, purché praticata all’estero?

No, non basterebbe. Martedì 30 giugno durante la trasmissione “Coffee Break” su La7, Monica Cirinnà in persona ha espresso tutto il suo sostegno alla pratica di utero in affitto ed è finalmente uscita allo scoperto dopo aver tentato di ingannare il popolo italiano per mesi, negando che l’articolo 5 legittimasse tale pratica e aggredendo nei dibattiti televisivi chi provava a svelare l’imbroglio di quella norma scritta in politichese-burocratese e mascherata sotto la formula anglofona della “stepchild adoption”. L’articolo 5 è il cuore della legge, è voluto dal reale ispiratore del ddl Cirinnà che si chiama Sergio Lo Giudice, è senatore del Partito democratico già presidente di Arcigay, siede nella stessa commissione Giustizia che sta deliberando sull’utero in affitto e sostiene la norma perché lui stesso ha svolto quella pratica negli Stati Uniti con il suo compagno. Tralasciando il palese conflitto d’interessi, appare evidente che l’articolo 5 sulla legittimazione della pratica dell’utero in affitto non sarà lasciato andare molto facilmente. E quand’anche accadesse e magari saltasse anche la reversibilità della pensione (cosa che non accadrà mai perché il mondo delle associazioni Lgbt solo a quei due punti mira, in realtà) ci penserebbero le Corti, dai tribunali ordinari alla Corte costituzionale, a introdurre quegli istituti per via giurisprudenziale, secondo il modello già adottato con la legge 40. Una legge, lo voglio ricordare, non solo adottata dal Parlamento a vasta maggioranza, ma anche confermata dal voto referendario. Che le corti non hanno temuto di smembrare, correggere, di fatto riscrivere a loro piacimento. Da tutto questo derivano alcune conclusioni operative:

1. Dichiarare ai giornali che si è disposti a votare il ddl Cirinnà a patto che sia modificato è un atto politico grave, che va immediatamente ritirato. I punti di mediazione richiesti su articolo 5, stepchild adoption e reversibilità della pensione non sono disponibili, i proponenti non hanno alcuna intenzione di discuterli. La teorica dichiarazione di disponibilità alla trattative è di per se stessa una manifestazione di preparazione al cedimento, di collocazione della questione sul piano di una possibile mediazione politica. Una mediazione che è assolutamente irricevibile, almeno da chi è stato in piazza a San Giovanni. E che i parlamentari che in quella piazza erano presenti sanno bene di non poter portare avanti, pena il tradimento esplicito degli impegni assunti in quel luogo.

2. Gli strumenti da adottare solo, nell’immediato, l’ostruzionismo in sede di commissione Giustizia. Con centinaia anche di subemendamenti presentati e la disponibilità espressa dai senatori Mario Mauro e Carlo Giovanardi, si può facilmente inchiodare i proponenti per mesi alla discussione in commissione. Non farlo vorrebbe dire che si è deciso di non farlo, la questione sarebbe una scelta politica. Noi saremo vigili.

3. In qualsiasi forma il ddl Cirinnà dovesse essere varato, anche in forma emendata, servirà semplicemente da base per successive operazioni giurisprudenziali tramite i vari tribunali e la Corte Costituzionale, che ci condurranno rapidamente al matrimonio omosesssuale con pieni diritti di filazione e pensione di reversibilità, in ossequio agli articoli 2 e 3 della Carta. La fine è nota. Ad oggi le corti non hanno potuto muoversi per via dell’assenza di uno strumento normativo su cui far leva. Quello strumento normativo non va in alcuna forma offerto.

La battaglia sul ddl Cirinnà si può vincere e si può perdere, ma di certo non si può non combattere, perché è una battaglia su un punto di principio. Le condizioni per vincerla ci sono tutte. Basta volerlo, basta una seria determinazione a far seguire i fatti alle parole belle ascoltate dai politici nel pomeriggio di entusiasmo del 20 giugno a piazza San Giovanni.

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02/07/2015
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