Storie

di Andrea Vannicelli

“Io ritornerò”: pubblicate le lettere di Eugenio Corti dalla Russia

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Premesso che a Eugenio Corti ho dedicato un lungo articolo su uno dei primi numeri de «La Croce», sento la necessità di tornare a parlarne. È un po’ forse la stessa sensazione che provavano gli antichi predicatori del Medioevo quando dicevano: «De Maria nunquam satis», cioè «Della Madonna non si parlerà mai abbastanza», nessuna lode aggiuntiva è superflua per la Madre di Dio.

Ricordo ancora quell’estate del 1993 in cui, per interessamento dell’editore italiano di Corti, Cesare Cavalleri, mi spinsi (dal Belgio, dove studiavo lettere moderne) a Besana Brianza. Avevo telefonato a Eugenio da Bruxelles, e lui si era subito entusiasmato all’idea di incontrare uno studente che si era appassionato alla sua opera. Venne a prendermi in macchina alla stazione di Besana e prenotò per me una stanza al Fantello, un ostello in loco, affinché potessi rimanere un paio di giorni e così chiacchierare varie ore con lui. Non ero davvero degno di tante attenzioni e sento di non avergli ancora reso fino in fondo l’onore che merita. Accanto a lui c’era la carissima moglie Vanda, che insistette per tenermi prima a pranzo e poi anche a cena, inquieta perché il marito divorava con gusto tutti i cioccolatini belgi che gli avevo portato (che non facevano bene alla salute del coniuge).

Nel pomeriggio di quel venerdì di giugno, mentre passeggiavamo nel giardino davanti alla villa dei Corti, suonarono le campane. Lui interruppe il discorso che mi stava facendo, guardò l’orologio e disse: «Sono le tre. È la morte del Signore». Chiuse gli occhi, si batté tre volte il petto e pregò mentalmente. Io ne rimasi profondamente edificato. Come anche rimasi profondamente impressionato dai racconti che mi fece durante la cena, riguardo alla campagna di Russia, alla quale aveva partecipato. Sono cose che ha scritto nei suoi libri: personalmente quello che a me piace di più è il diario I più non ritornano, che narra appunto la sua ritirata dalla Russia e che è ancora nel catalogo di Cesare Cavalleri, cioè delle Edizioni Ares. Eugenio stesso mi fece vedere la lettera in cui Benedetto Croce gli scriveva la sua ammirazione per quel diario in cui brillava una grande nobiltà d’animo. E la parte più bella del Cavallo Rosso (l’altro grande libro di Corti, a giudizio dello scrivente) è per me appunto quella dedicata alla Russia.

È il motivo per il quale francamente consiglio a tutti i lettori di non tardare ad acquistare e a leggere un libro che da pochi giorni è in libreria: Eugenio Corti, «Io ritornerò» - Lettere dalla Russia 1942-1943, a cura di Alessandro Rivali, «Collana Opere di Eugenio Corti», Ares, Milano 2015, pp. 248, 14€. Non lo dico soltanto perché la curatela delle lettere è eccezionale (Alessandro Rivali ha conosciuto Eugenio molto meglio di me, ed è un sensibilissimo e grandissimo letterato e poeta). E non lo dico neanche per il fatto che in questi giorni praticamente tutti i grandi quotidiani nazionali ne stanno scrivendo. Lo dico perché davvero queste lettere meritano.

È il 9 giugno 1942 che Eugenio Corti partì volontario per la campagna di Russia, l’esperienza decisiva della sua vita, in cui maturò la sua vocazione di scrittore (I più non ritornano fu il suo primo libro). Inoltre tutto ciò che visse in Russia (dove rischiò più volte di morire sotto i colpi del nemico, e poi anche per la fame, per il freddo, per le condizioni disperate in cui si trovarono le sue truppe) lo segnò a vita e maturò anche letterariamente nella sua memoria, andando a costituire buona parte della materia della saga Il cavallo rosso, come si è detto. C’è di più, però.

C’è il fatto, che Eugenio Corti è stato, in tutte le cose che ha fatto, un uomo di Dio, un bardo di Dio, come scrivevo qualche mese fa su «La Croce». Era convinto di essere stato conservato in vita dalla Madonna, per raccontare le sue esperienze e rendere lode a Dio con i suoi scritti, ed era proprio così. Ai familiari scrisse (e qui sto già citando le lettere curate da Rivali): «Potrò magari essere ferito o esser dato disperso, ma di una cosa voglio che vi ricordiate assolutamente: che tornerò. Sento che Dio mi guida per una strada che Lui solo conosce». Ora possiamo conoscere anche i risvolti più intimi e profondi di quella straordinaria esperienza umana, fisica, militare, spirituale; sovrumana, vorrei dire, che fu per Corti la Russia.

Di che cosa ha veramente bisogno il nostro tempo? Di umanità, di un vero e proprio “salto antropologico”. Tanta gente è disperata, affranta, sconsolata, drammaticamente colpita da mille contrasti. L’odio spezza tante famiglie, la disunione regna dovunque. E non c’è bisogno di guardare all’Africa o alla Grecia, basta rimanere in Italia per conoscere drammi inenarrabili. Ora, io trovo che Eugenio Corti racchiuda nelle sue opere tutto quello di cui tantissime persone oggi hanno bisogno: valori eterni e l’esempio di una vita dedicata fino in fondo a Gesù Cristo in mezzo a mille difficoltà e mille contrarietà.

Eugenio Corti era un uomo di finissima carità. Dopo che lo lasciai, mi telefonò ancora varie volte, l’ultima volta qualche settimana prima di morire. Ci legava la comune amicizia con il suo editore francese, Vladimir Dimitrijevic (del quale pure ho già scritto su «La Croce», ma anche sul quotidiano «Libero» e sulla rivista «Studi Cattolici»). La sua ultima telefonata la devo proprio al fatto che aveva letto un mio articolo su Dimitrijevic, che lo stesso Vladimir aveva letto e apprezzato. Con la particolarità però che due mesi dopo quell’articolo Vladimir Dimitrijevic morì in un incidente stradale. (Scusate se racconto questo, ma di fatto è a mio svantaggio: a questo punto più nessuno vorrà che scriva su di lui…). Lo dico perché dimostra che Corti era un uomo dal cuore grande. In quell’ultima telefonata mi chiese se Vladimir avesse letto il mio articolo prima di morire e fu felice di sapere che lo aveva letto, perché il mio articolo era pieno di elogi all’editore che aveva pubblicato tutta l’opera di Eugenio Corti in Francia. Eugenio provava una riconoscenza eterna per chiunque gli avesse fatto del bene. Per lo stesso motivo insistette molto con Dimitrijevic perché fossi io a tradurre in francese La terra dell’indio, un altro grande romanzo di Corti che meriterebbe oggi di tornare d’attualità, dato il giusto risalto che i media stanno dando al viaggio di papa Francesco in America Latina. In quel romanzo Corti narra l’avventura dei Gesuiti in Argentina e Paraguay nel Seicento e nel Settecento.

Un’altra cosa che mi piace di Corti è che si esprime in una lingua divulgativa, comprensibile per tutti. Era profondamente attento al fatto che tutti potessero capirlo quando lo leggevano. Questo si vede in tutti i suoi libri, che nascono tutti da esperienze personali. In Argentina e Paraguay, per esempio, Eugenio si era recato più volte. Gli ultimi soldati del re, un altro splendido romanzo-testimonianza di Corti che è stato appena ristampato dall’Ares, narra le avventure del soldato Eugenio che volle arruolarsi nelle truppe fedeli a Badoglio e al re dopo l’8 settembre a fianco degli Alleati che risalivano la Penisola. Combattevano i tedeschi non con odio ma spinti da senso del dovere, amore per la patria, desiderio di finire al più presto una guerra che lacerava i corpi e le coscienze.

Quando non sono frutto di esperienze vissute, i romanzi di Corti sono frutto di letture approfondite. Per esempio Catone l’antico, anch’esso di recente ristampato, che ripropone le vicende di Marco Porzio Catone, emblema della romanità in un tempo di cambiamenti epocali che sorprendentemente ricorda il nostro. Ecco, torno sempre a battere sullo stesso chiodo: Eugenio Corti è veramente un romanziere non soltanto del nostro tempo, ma per il nostro tempo. Lo dimostra tra l’altro il fatto che Il cavallo rosso è un libro che non si è mai smesso di pubblicare e che ha ottenuto un successo di pubblico notevole anche nelle numerose traduzioni all’estero.

Adesso però conviene che siano i lettori a darmi torto o ragione sull’opera di Eugenio Corti. E sono sicuro che Eugenio dal cielo mi starà sorridendo, lì dove è ora, tra i numerosi santi che sono intorno alla Madre di Dio, non molto distante dal suo ottimo amico Vladimir Dimitrijevic. n

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10/07/2015
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