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di Mario Adinolfi

Le strategie dei grandi giornali sul ddl Cirinnà

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Esiste la verità, poi esistono gli inganni. Chi fa il mio mestiere e scrive sui giornali dovrebbe avere come missione quella del racconto di ciò che più si avvicina alla verità. Purtroppo in Italia questo mestiere non esiste: il giornalismo italiano non narra i fatti, li piega alle proprie esigenze politiche e propagandistiche. In alcuni casi i fatti sono inesistenti e allora il bravo giornalista italiano che vuole piacere al proprio editore e al proprio direttore se li inventa direttamente. La vicenda del ddl Cirinnà, per certi versi surreale, sta mettendo in evidenza questa prassi. Questa triste prassi, fatemi aggiungere.

Repubblica, Corriere della Sera e La Stampa guarda caso subito dopo la manifestazione di piazza San Giovanni hanno avviato una strategia tutta mediatica, scollegata dai fatti politici in essere, per obbligare il governo a far uscire con un voto positivo il ddl Cirinnà dalla commissione Giustizia del Senato prima della pausa estiva, per dare un segnale di “fatto ineluttabile” alla ripresa autunnale. Una ripresa autunnale che, ricordiamolo, sarà segnato dal sinodo sulla famiglia di ottobre, in cui la Chiesa dirà una parola chiara e netta sulla questione “matrimoni gay”. La strategia mediatica, ricordando sempre che dietro i grandi giornali ci sono i poteri economicamente forti del Paese che stanno creando sul tema un clima da pensiero unico orwelliano e totalitario, prevede un’opera di disarticolazione delle resistenze dei cattolici italiani mediante una serie di articoli che dimostri come non si possa “fermare il vento con le mani”. In sostanza bisogna far credere a chi si oppone che l’opposizione al ddl Cirinnà è inefficace, di modo da far sussistere solo una opposizione di facciata non concretamente operativa.

Il meccanismo era quasi riuscito, erano riusciti a creare questo clima nel paese e, purtroppo con la complicità anche di alcuni vertici ecclesiali e dei mezzi di comunicazione di loro emanazione, stava passando una idea di “necessario compromesso” per limitare i danni dell’approvazione di una legge che comunque sarebbe avvenuta. Il fatto nuovo di piazza San Giovanni, da quei vertici e da quei mezzi di comunicazione platealmente osteggiata nel suo farsi e poi ridicolmente silenziata una volta fatta, è che tra lo stupore di un’Italia giornalistica degli “happy few” che da tempo è del tutto scollegata dalla realtà, si è manifestata l’Italia vera, quella delle famiglie vere che scendono in piazza per difendere la famiglia vera, senza vescovi pilota, da donne e uomini liberi. E l’Italia giornalistica ha sgranato gli occhi e ha capito che il problema per la strategia mediatica messa in piedi in questi mesi diventava bello grosso, dunque ha cominciato a inventare. La Croce ha raccontato tutti i passaggi di questo canovaccio giornalistico, affiancando sempre il racconto della realtà, quella vera. Per questo leggere La Croce tutte le mattine non è mai un esercizio inutile: per il racconto della realtà. Attività per la quale i grandi giornali non me la perdoneranno e non me l’hanno perdonata. Ma qui si va avanti.

Dunque, subito dopo piazza San Giovanni ad aprire le danze è stato il Corriere della Sera, con la famigerata paginata che giurava su un Renzi determinatissimo a portare in aula il ddl Cirinnà prima della pausa estiva. Abbiamo spiegato su La Croce che era un ballon d’essai e Maria Teresa Meli, autrice dell’articolo, se l’è presa molto. Ha cominciato a insultare piazza San Giovanni affermando che era composta da “trecentomila scalmanati” che non avrebbero fermato il ddl Cirinnà, ha invitato in malo modo me a darmi “una calmata”, ma all’interno dello sfogo avvenuto su Facebook è arrivata anche l’ammissione della strategia del Corriere della Sera: “E’ stato il giornale a chiedermi la paginata”. Oh, non c’era una notizia. C’era una tesi a monte su cui bisognava imbastire un lunghissimo articolo. Per esercitare pressione sul governo e invitarlo a ignorare, minimizzare, rendere inutile l’effetto piazza San Giovanni.

Passa una settimana e si arriva all’altro capolavoro. L’invenzione della figura di martire di Ivan Scalfarotto. Su La Croce vi abbiamo raccontato i toni dell’articolo di Francesco Bei su Repubblica che ha srotolato il tappeto rosso con tanto di citazioni evocative di Gandhi. S’è messa a ridere tutta Italia per lo sciopero della fame di un membro del governo contro il governo che non farebbe abbastanza. Persino buona parte del mondo lgbt ha chiesto al membro dell’esecutivo di dimettersi, per salvaguardare uno straccio di coerenza. Invece niente, la santificazione del digiuno colmato da cappuccini di Ivan Scalfarotto ha tracimato mediaticamente, con interviste puntualmente segnalate dall’interessato che sembra attento oltre che alla linea anche e soprattutto alla rassegna stampa, che puntualmente rilancia via web tutto tronfio. Il punto più alto del ridicolo si raggiunge con un’intervista dell’Espresso versione web che si apre con la domanda accorata: “Sottosegretario, come sta?”. Meraviglioso. Il sottosegretario ci informa che dopo dieci giorni in cui non tocca cibo sta bene, ha solo perso un po’ di peso. Ora staremmo a due settimane di questa pagliacciata e mi andrebbe di mandare in rete qualche documento giornalistico serio, tipo le foto di Bobby Sands e dei suoi nove amici che tennero uno sciopero della fame serio, le foto di come stavano dopo tre settimane di digiuno, le cartelle cliniche di tutti e cinque loro che dopo cinque-sei settimane sono entrati in coma e dopo otto sono morti. Tutti e nove sono morti. Ma si sa, in Italia ti metti a copiare il gioco circense pannelliano e basta che ci siano sedicenti giornalisti pronti a raccontarti come eroe e il gioco è fatto. La verità, la realtà ancora una volta è un’altra cosa. Speriamo almeno che la pagliacciata del digiuno di Scalfarotto finisca presto o che almeno ci sia un giornalista che abbia il coraggio non di chiedere premuroso “sottosegretario, come sta?”, ma di fare una domanda seria sulla presa in giro che viene comminata all’opinione pubblica italiana.

Dopo l’invenzione della figura del martire da parte del gruppo Repubblica-L’Espresso è stata la volta de La Stampa collaborare all’operazione. Da un lato il direttore Mario Calabresi, dicendosi comunque apertamente favorevole alla legge sulle unioni gay, ha aperto un finto dibattito per coprirsi le spalle con articoli di sfumato sapore diverso. Dall’altro piazza la mossa fondamentale: in un articolo firmato da Fabio Martini afferma che la Cei è pronta a dare il via libera al ddl Cirinnà, a non opporsi frontalmente. Ci sono citazioni di Galantino e di Avvenire, ci sono i soliti riferimenti al supposto pontificato “innovativo” di Papa Francesco sull’argomento e oplà, il gioco è fatto. Chi ha manifestato in piazza San Giovanni è disconosciuto dalla Chiesa, così il quadro torna. La strategia è completata: pressioni sul governo raccontando un obiettivo a correre per avere il ddl Cirinnà in aula prima della pausa estiva, obiettivo che semplicemente non c’è; invenzione di una figura di martire atta alla bisogna, che verrà ulteriormente rafforzata nei prossimi giorni per attivare anche un ricatto emotivo sull’opinione pubblica, ovviamente anche il martire è inesistente; affermazione di una Chiesa italiana pronta alla smobilitazione e al compromesso, per delegittimare la mobilitazione di piazza San Giovanni e indicarla paradossalmente come non rappresentativa, delegittimando poi con articoli di contorno anche i suoi singoli protagonisti. Anche qui, io continuo ostinatamente a non credere a una Cei pronta all’accordo e al baratto. Mi fido, mi voglio fidare dei miei pastori. E comunque non credo, assolutamente non credo, che la Chiesa nel suo complesso da Papa Francesco al cardinale Angelo Bagnasco voglia dare il suo sostanziale via libera ai matrimoni gay. La cosa non esiste, la notizia è anch’essa totalmente inventata.

Una volta impostata da Corriere della Sera, Repubblica e La Stampa (i tre grandi giornali dell’informazione italiana pagati dai poteri forti) la strategia mediatica complessiva, ogni giorno si svolge il compitino. Ogni giorno si aggiunge un articolo di “retroscena” che spiega come Renzi stia premendo per arrivare a portare in aula al Senato il ddl Cirinnà entro l’estate, di come la Chiesa stia calando le braghe, di come Ivan Scalfarotto stia digiunando davvero. Tutte bugie. Ma le bugie ripetute dai grandi giornali all’unisono diventano verità per l’opinione pubblica. I fatti che vuoi far accadere, se non ci sono, tramite i giornale puoi renderli reali inventandoteli. E alla fine con questa operazione ingannatrice puoi farli accadere davvero.

Dopo l’ennesimo “retroscena” di Francesco Bei su Repubblica che, indovinate un po’, si intitola “Renzi pronto al blitz sulle unioni civili: la legge entro l’estate, non si può star fermi”, persino un esponente notissimo del mondo Lgbt e anche dirigente del Pd non ce l’ha fatta più ed è sbottato. Si tratta di Aurelio Mancuso che su Twitter si è appena sfogato: “L’articolo di Repubblica sulle unioni civili è solo un retroscena ipotetico non sostenuto dai fatti. Serve ben altro per essere fiduciosi”. Segnatevele bene queste sei parole del dirigente lgbt del Pd: retroscena ipotetico non sostenuto dai fatti. Gli articoli di questi giorni sono tutti così. E’ giornalismo questo? No, è una mera strategia complessiva e articolata di pressione affinché i fatti evocati avvengano davvero, con l’obiettivo di fiaccare le resistenze di chi a quei fatti si oppone. Si tratta di meccanismi consolidati di disinformazione, tipici dei regimi totalitari. Ovviamente conditi da pesanti tentativi di delegittimazione degli oppositori considerati più pericolosi.

I fatti, che La Croce ostinatamente vi racconta da mesi, quali sono? Eccoli racchiusi per punti, brevemente:

1. Abbiamo scritto per mesi che solo una grande mobilitazione popolare avrebbe potuto essere pietra d’inciampo per il ddl Cirinnà, l’abbiamo invocata e costruita passo dopo passo. Dopo il 20 giugno, dopo che la mobilitazione c’è stata e con una partecipazione incredibilmente superiore alle aspettative, il quadro è cambiato. Il ddl Cirinnà è diventato terreno decisivo per la tenuta della maggioranza di governo e i parlamentari dubbiosi della stessa maggioranza, che sono tanti, sanno che c’è un popolo che li guarda e non possono tradire.

2. Operativamente questo significa che l’azione compiuta in commissione Giustizia da chi ha presentato migliaia di emendamenti non può essere rimossa. Area Popolare, il segmento della maggioranza presente in piazza San Giovanni autori di molti degli emendamenti, non può cedere ad alcun compromesso che sarebbe immediatamente stigmatizzato con durezza dai milioni che nella società civile si oppongono al ddl Cirinnà che, lo ricordiamo, oltre ad istituire di fatto il matrimonio gay con un altro nome (“unioni civili”) legittima anche la pratica dell’utero in affitto purché compiuta all’estero.

3. Negli articoli della strategia disinformativa che vi abbiamo raccontato viene sempre evocato un “piano B” del Pd che prevederebbe agire sul piano parlamentare per raccogliere i voti che verrbbero fatti mancare da Area Popolare. Segnatamente di M5S e dei forzitalioti seguaci della nuova maitresse-à-penser Francesca Pascale. A parte che il M5S non ha nessun interesse a far segnare un punto a Renzi cavandogli le castagne dal fuoco, mi chiedo come possa Area Popolare accettare un’operazione del genere senza aprire immediatamente la crisi di governo. Al “piano B” bisogna rispondere dicendo a Renzi che, nel caso, deve salire al Quirinale a rassegnare le dimissioni perché la maggioranza non ce l’ha più.

4. Il presidente del Consiglio più ciarliero della storia su questo argomento tace. Parla di tutto, dà interviste su tutto, sul ddl Cirinnà tace. Nell’unica intervista data sull’argomento qualche mese fa ad Avvenire aveva detto implicitamente che non gli piaceva e che ci sarebbe stata un’iniziativa governativa sul tema. Iniziativa che non c’è stata. Renzi è un politico e se dovesse rintracciare convenienza farà approvare il ddl Cirinnà. Al momento, dopo la mobilitazione popolare di piazza San Giovanni, non è certo dei rapporti di forza. Dunque non si muove. Se la Cei, come adombrato nel pezzo di Fabio Martini su La Stampa, gli desse certezza di “tenere buoni” gli “scalmanati” di piazza San Giovanni allora si muoverebbe. Allora, a scanso di equivoci, meglio scriverlo subito. Qui non ci sono vescovi pilota, qui c’è un popolo che si ribella anche alle falsificazioni dei media, anche alla strumentalizzazione della Chiesa e ovviamente a difesa dei nostri figli, contro l’ideologia gender e il ddl Cirinnà. Dovessero provare a forzare la mano, saremo in piazza e non basteranno dieci piazze San Giovanni a contenerci.

5. Il ddl Cirinnà, come spiega La Croce da settimane, non andrà in aula al Senato prima della pausa estiva, piazza San Giovanni l’ha fermato. Nessun blitz, nessuna accelerazione, tutte fandonie. E allora prenderemo le paginate di Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa, l’Unità, il Fatto e le ripubblicheremo. E vedrete chi ha scritto il falso e chi ha scritto il vero. E capirete perché ogni mattina vale la pena leggere questo piccolo giornale che quotidianamente vi informa, non vi prende in giro.

Mi scuso per la lunghezza, ma ho ritenuto necessario spiegare con precisione a che punto di questa difficile battaglia per la libertà siamo.

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14/07/2015
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