Società

di Federica Paparelli Thistle

#Donnetradite: ecco come sono sezionati e venduti i feti

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David Daleiden è senza dubbio una persona di parola. In un’intervista al canale televisivo Fox News, il fondatore di Center for Medical Progress, la squadra di giornalisti prolife d’assalto, aveva promesso che avrebbe rilasciato nuovo materiale scottante sul presunto traffico di organi delle cliniche di Planned Parenthood. Come promesso, ieri alle 8 di mattina della costa est è apparso un nuovo video. E questa volta sarebbe la vice-presidente di un ramo di PP a vendere membra di bambino, 75 dollari cadauno.

Il video, undici minuti circa, è il primo episodio di una serie di documentari per il web ed il titolo è emblematico: il mercato nero di parti di bambini di Planned Parenthood. Niente ristoranti, niente insalate o cocktail, come per i precedenti video, stavolta entriamo nel ventre della bestia. Non si preannuncia una passeggiata.

Il montaggio del terzo video è più articolato degli altri: le immagini del racconto di una testimone oculare, Holly O’Donnell, ex-dipendente di Stem Express, si sovrappongono ad altre girate con una telecamera nascosta, in cui compaiono personaggi che rivestono alte cariche a Planned Parenthood. A queste, poi, si sommano altre scene altamente impressionanti che mostrano cosa realmente avviene nei laboratori delle cliniche della morte. Cercheremo quindi di dipanare la matassa.

Il racconto inizia con la voce fuori campo della O’Donnell, una giovane diplomata “phlebotomist”, cioè un tecnico dei prelievi di sangue. «Pensavo che avrei solo prelevato sangue, non procurato tessuti da bambini abortiti». La sua storia comincia in modo piuttosto banale: prende questo diploma perché vuole facilitare l’esperienza del prelievo, soprattutto nei bambini, «io mi appassiono alle persone» dice, «sono una persona compassionevole, sensibile». Risponde così a un’offerta di lavoro su Craigslist, un sito online di annunci, e si candida per una posizione di phlebotomist per la famigerata Stem Express LLC. Se avete seguito questa vicenda, ricorderete forse che la Stem Express è citata varie volte nel primo video dalla dottoressa di Planned Parenthood Deborah Nucatola, come una delle aziende con cui le cliniche abortiste intrattengono regolari rapporti per la fornitura di vari organi e tessuti. Nel primo video, infatti, si mostra la schermata del sito della Stem Express da cui si possono ordinare parti di bambini abortiti, così come si comprano un paio di scarpe su Amazon. Ma questo Holly non lo sapeva, ha solo riempito il modulo con i suoi dati, ha ricevuto un’email di risposta, fatto il colloquio e via, assunta. Nessuno al colloquio, però, le dice in che cosa consista il suo lavoro: lo scoprirà solo dopo qualche giorno, in una clinica di Planned Parenthood, dove viene mandata per la sua sessione di tirocinio. Qui verrà messa davanti ai miseri resti di un bambino abortito e le verrà mostrato che cosa in effetti vogliono che prelevi: organi e tessuti.

Il modo in cui lo riferisce è raccapricciante, siete avvertiti, ma poiché le parole non dicono mai quanto i fotogrammi, il video di Center for Medical Progress ci fa vedere esattamente quello di cui Holly O’Donnell sta parlando: le immagini sono datate 7 aprile 2015 (il racconto dell’ex-addetta si riferisce al 2012), presumibilmente girate di nascosto, e mostrano un tecnico che entra nel laboratorio e, dopo aver messo il contenuto del campione in un piatto trasparente, con un paio di pinzette comincia a separare il tessuto vaginale dalle membra del bambino abortito. Nelle parole di Holly i dettagli terrificanti: con le pinzette in mano, la sua superiore avrebbe cominciato a fare l’inventario, «Ok, questa è la testa, questo è il braccio, questa è la gamba…» Chiamata a fare lo stesso, Holly sviene, lì, sul pavimento del laboratorio di Planned Parenthood. Quando si riprenderà, racconta sempre la O’Donnell, l’infermiera di Planned Parenthood che la assiste le dice che non c’è niente di cui essere imbarazzati, perché succede ancora ad alcuni di loro: «Ci sono persone che non lo superano mai». La fede nell’umanità è ripristinata.

Il racconto della giovane ex-dipendente testimonierebbe quindi quello che già da tempo i giornalisti di Center For Medical Progress vanno dicendo, cioè che Planned Parenthood avrebbe degli accordi con delle aziende di procurement, cioè di fornitura di campioni biologici, in particolare organi e tessuti fetali: in questo caso abbiamo la Stem Express, la cui proprietaria, Cate Dyer, riferisce sempre la ex-dipendente, era lei stessa un’addetta alla raccolta dei campioni e che ora, messasi in proprio, sta facendo soldi a palate «sulle povere ragazze che, la metà delle volte, non vogliono neanche abortire». Questo a confutare nuovamente la tesi che gli scambi monetari fra le due aziende si riferiscano a rimborsi per costi di prelievo, conservazione e spedizione, così come sostiene strenuamente la presidente di Planned Parenthood, Cecile Richards. Viene da chiedersi, infatti, che cosa rimborsino, dal momento che a occuparsene sembra essere direttamente la Stem Express all’interno delle cliniche di Planned Parenthood.

Il video di Center for Medical Progress, tuttavia, si spinge oltre e mira a provare come all’interno di Planned Parenthood l’obiettivo finale sia il profitto. La O’Donnell, infatti, parla di vero e proprio traffico di organi di bambini abortiti. Ricordiamo a questo proposito che la cessione e l’acquisizione di parti di feti in cambio di denaro è un reato federale ed è punito con il carcere fino a dieci anni e sanzioni pecuniarie fino a 500mila dollari. All’inizio del video, la giovane sintetizza ciò di cui si occupa Stem Express, cioè la dissezione dei resti dei bambini e la loro rivendita a istituti di ricerca; ma per fare questo, afferma sempre la O’Donnell, sono in società con Planned Parenthood che prende parte del ricavato, «perché noi [dipendenti di Stem Express, n.d.r.] usiamo le loro strutture e loro sono pagati per questo». E a conferma di questo, in sovraimpressione appare il volantino di Stem Express che promette profitti alle cliniche per invogliarle a mettersi in affari con loro.

A riprova di queste relazioni commerciali sottobanco, i giornalisti di Center for Medical Progress a questo punto inseriscono la parte scottante. Si inizia con la registrazione di un incontro con un rappresentante di Planned Parenthood, fatta con la ormai nota tecnica della telecamera nascosta e degli attori che si fingono potenziali acquirenti: è la volta della dottoressa Katharine Sheehan, direttore medico del colosso degli aborti nel suo ramo sud ovest (le sedi della California e degli stati limitrofi, per intenderci). La Sheehan nel video parla di veri e propri contratti con aziende che rivendono i campioni di organi prelevati: in particolare, cita la Advanced Bioscience Resources, INC., con cui Planned Parenthood, o almeno quel ramo dell’azienda, sarebbe in rapporti da ben dieci anni. L’attrice finta acquirente spiega che la sua azienda è solita condividere parte dei profitti con le cliniche con cui lavora, a titolo di ringraziamento (e non rimborso), e la reazione della Sheehan è tutt’altro che scandalizzata, anzi, commenta come se si trattasse di una pratica comune.

Prosegue la O’Donnell: «Quanto più difficile e di valore è il tessuto, tanto maggiori sono i soldi che fai. Se puoi in qualche modo procurare un cervello o un cuore, farai più soldi che non con dei villi coriali o con il cordone ombelicale». E inoltre: «Per qualunque cosa noi riuscissimo a raccogliere, loro [Planned Parenthood, n.d.r.] avrebbero percepito una certa percentuale. La capo infermiera cercava sempre di assicurarsi che noi avessimo i nostri campioni. Non importava a nessun altro, ma alla capo infermiera sì, perché sapeva che Planned Parenthood riceveva un compenso.”

Arriva quindi la parte più scioccante, ma anche quella che incriminerebbe di più il gigante degli aborti: il video mostra una scena girata in un laboratorio di Planned Parenthood, un uomo in camice, indicato nei sottotitoli come “compratore”, parla con la dottoressa Savita Ginde, nientemeno che vice-presidente e dirigente medico dell’area delle Montagne Rocciose, comprendente le cliniche del Colorado, New Mexico, Wyoming e Nevada. Le sta mostrando, pinze alla mano, quali sono le parti che un potenziale compratore considera “intatte”, vale a dire che possono essere di qualche utilità. Di nuovo, ci vuole uno stomaco forte per continuare a guardare: stanno dissezionando un bambino abortito di undici settimane, si parla di reni, tessuto neurale, spina dorsale, tutti campioni perfettamente utilizzabili, nonostante il feto non avesse ancora compiuto il terzo mese. Ma la conversazione, ovviamente, non ha un mero interesse scientifico: al momento della valutazione economica, la Ginde dice di trovare più conveniente una valutazione “per-item”, al pezzo, perché «così possiamo vedere quanto possiamo farci».

Parole difficili da spiegare in termini di rimborso spese. Ma soprattutto, parole che assumono un significato molto chiaro se accostate, come si vede nel video, con quelle della dottoressa Nucatola, dirigente medico della sede centrale di Planned Parenthood, che spiega come le singole cliniche, essendo non profit, cercano di pareggiare il bilancio, ma se riescono a guadagnare qualcosa in più «in un modo che sembri ragionevole, sono contente di farlo».

L’offensiva di Planned Parenthood non tarderà ad arrivare, ma difende il proprio operato David Daleiden, l’uomo dietro ai video di Center for Medical Progress e bersaglio del fuoco di fila dei media liberal, nonché ora sottoposto a inchiesta sia dal procuratore generale della California sia da quello degli Stati Uniti per presunte irregolarità fiscali: «La vendita da parte di Planned Parenthood di parti di bambini abortiti è una realtà offensiva e orripilante, talmente diffusa da rendere disponibili numerosi testimoni in prima persona. Il giornalismo investigativo di Center For Medical Progress continuerà a far emergere altri racconti convincenti di testimoni oculari e altre prove di prima mano del traffico e della vendita di parti di bambini fatti da Planned Parenthood. Dovrebbe essere imposta una moratoria ai suoi finanziamenti con i soldi dei contribuenti, in attesa che il Congresso e i singoli stati determinino l’effettiva estensione delle infrazioni di legge di questa organizzazione». Non sarà facile, ma dal Senato degli Stati Uniti arriverebbero voci incoraggianti: la maggioranza repubblicana starebbe preparando un disegno di legge da presentare in tempi brevi per tagliare i fondi pubblici al colosso degli aborti.

Nel frattempo, in questi giorni, a Planned Parenthood non dormono sogni tranquilli: dopo che una lista di aziende sostenitrici è apparsa sul sito web dell’azienda, molte imprese, fra cui la Coca-Cola, la Ford e la Xerox, si sono affrettate a prendere le distanze e a smentire di avere mai inviato fondi alle cliniche della morte, tanto che l’elenco è stato prontamente rimosso. A questo si aggiunge la notizia di un paio di giorni fa, secondo cui Planned Parenthood sarebbe stata sottoposta ad attacco informatico, tanto che sarebbero a rischio le informazioni personali di tutti i suoi dipendenti.

Le associazioni prolife in tutto il Paese si stanno intanto mobilitando: ieri in 50 città si sono tenuti raduni di protesta contro Planned Parenthood, “Donne tradite” è lo slogan e l’hashtag su Twitter. Scopo delle manifestazioni: chiedere ai singoli stati di aprire indagini, perseguire e tagliare i fondi a Planned Parenthood. Che sia la volta che Davide faccia fuori Golia, una volta per sempre.

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29/07/2015
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