Società

di Costanza Miriano

Aborto, lo scandalo innominabile

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Come colpire meglio il bambino per ucciderlo senza danneggiare il fegato? Quale prezzo contrattare? Perché ci impressioniamo a sentire manager di aziende sanitarie che parlano così? Perché troviamo disturbanti le infermiere che sollevano con le pinze braccia e gambe di bambini conservati in frigo, dentro una bacinella? Perché mai un medico non dovrebbe mettere le sue abilità – costruite dopo aver giurato con Ippocrate “neppure fornirò mai a una donna un mezzo per procurare l’aborto – al servizio di una tecnica che gli permetta di prendere il cervello al bambino quando è ancora vivo? Dal momento che è possibile, legale, addirittura un diritto uccidere bambini, perché dovrebbe darci fastidio l’idea che i loro organi siano smistati e poi, tanto che si buttavano, pure venduti qua e là dalla maggiore organizzazione abortista d’America, dal sinistro nome di “genitorialità pianificata” e dall’ancora più sinistro fatturato (oltre un miliardo di dollari per uccidere innocenti)?

Eppure ci impressioniamo, e molto, tanto che in America i video che raccontano l’orribile commercio di Planned Parenthood stanno sollevando un bel po’ di polemiche, sui giornali e in politica, e ci saranno anche seri guai giudiziari (vendere organi è un reato, e in America la legge si rispetta). In Europa invece silenzio di tomba, a parte La Croce e qualche organizzazione pro-vita. I giornali pro-morte, invece, si guardano bene dal parlare di questa notizia – bisogna dare spazio all’orto biologico di Michelle Obama – e sanno benissimo perché: in ogni persona nella quale sia rimasta traccia di umanità sentir parlare di bambini uccisi nella pancia della mamma, smembrati e venduti suscita repulsione, orrore, e una pena, una pena infinita. Io per esempio quando ho sentito l’infermiera dire che il più grande dei “feti” uccisi quel giorno era un gemello di venti settimane ho quasi vomitato. Mamma di gemelle, ho pensato a cosa possa portare una mamma a scegliere di uccidere uno dei suoi due bambini, chissà magari perché malato o solo perché di troppo – uno sì ma due no, eh – e al dolore che rimarrà per sempre a quel fratellino lasciato solo. E un giorno a quella mamma (che Dio perdonerà, ma lei riuscirà perdonarsi?).

Lo sanno bene i giornali pro-morte perché non si può parlare di questa storia: perché, semplicemente, non fa che portare, con logica, alle estreme conseguenze il discorso dell’aborto, confermando quello che disse Santa Teresa di Calcutta ritirando il premio Nobel per la pace: “ma io sento che il più grande distruttore della pace oggi è l’aborto, perché è una guerra diretta, un’uccisione diretta, un omicidio commesso dalla madre stessa. Tante persone sono molto, molto preoccupate per i bambini in India, per i bambini in Africa dove tanti ne muoiono, di malnutrizione, fame e così via, ma milioni muoiono deliberatamente per volere della madre. E questo è ciò che è il grande distruttore della pace oggi. Perché se una madre può uccidere il proprio stesso bambino, cosa mi impedisce di uccidere te e a te di uccidere me? Nulla”.

Appunto. Dall’aborto alla vendita di organi umani, e addirittura alla modifica dell’esecuzione dell’aborto per avere questi organi meglio conservati non c’è alcuna soluzione di continuità. Solo, l’orrore è un passetto più avanti, e forse anche nelle coscienze più anestetizzate dalla legge che ha legalizzato l’aborto – cambiando la nostra mentalità – rimane ancora un barlume di resistenza a questa idea. È per questo che non parlano di Planned Parenthood i nostri giornali, perché sanno che vedere le conseguenze logiche dell’aborto portate all’estremo (tanto che li buttavamo, ricaviamone qualcosa e aiutiamo la ricerca) così esplicite, così palpitanti carne e sangue (i video sono dolorosissimi da guardare), potrebbe mettere in crisi qualcuno di quelli che chiama l’aborto diritto. Se permettiamo di uccidere un bambino nella pancia della mamma, quale alto principio morale potrebbe impedirci di venderlo? In nome di cosa? Della tutela della dignità umana? Se mio figlio può essere ucciso e buttato nei rifiuti ospedalieri, quale principio può impedire ai medici di venderlo?

Se l’uomo perde il senso del limite, allora siamo al libera tutti. Compriamo, vendiamo, fabbrichiamo, torturiamo (far nascere un bambino per ucciderlo con un colpo di pinza che tranci di netto il collo cos’altro è, se non tortura, mentre la mamma si fa sedare per non sentire dolore…). Perché no? Tutto, tolto il limite, è permesso. E allora hanno ragione quelli di Planned Parenthood, ad arrotondare i loro già mostruosi incassi con altri milioni di dollari. Perché no, ripeto? Quale può essere il limite? Il più forte, quello che ha la tecnica, o la forza, o i soldi, fa quello che vuole.

Il limite, anche per chi non crede in Dio ma semplicemente vuole che gli uomini vivano, potrebbe essere per esempio che nessuna persona umana può essere uccisa, torturata, maltrattata, né, dobbiamo aggiungere di recente, fabbricata artificialmente. È qualcosa che ogni uomo avverte profondamente, ma poi quel baco che inceppa a tutti gli umani il funzionamento interno (noi credenti lo chiamiamo peccato originale, ma credo che l’esistenza del male nel mondo non la possa negare nessuno) ha permesso non solo che si facesse il male (che so, un tempo l’esistenza della schiavitù, o, oggi, l’aborto) ma che lo si giustificasse come progresso. Aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, utero in affitto non sono che conseguenze della rimozione del limite: l’uomo si sente signore della vita e della storia, e incaricato di giudicare quale vita sia degna di essere vissuta, da chi e come. Le conseguenze sono mostruose, infernali, e il caso Planned Parenthood lo prova. Eppure c’è chi continua a pensare che l’aborto sia una conquista, l’eutanasia una forma di carità, l’utero in affitto un’amichevole via per permettere a qualcuno di realizzare il suo sogno di essere genitore.

Come è avvenuto questo slittamento nel sentire comune? Di solito tutta la propaganda parte da un caso estremo: una povera ragazza violentata, che proprio non può tenere il suo bambino, e la cui vita sarebbe rovinata da una maternità, in quel momento. Da qui parte, in tutti i paesi del mondo, è partita la propaganda. Spesso i casi erano inventati, come per la sentenza Roe vs Wade (la donna non avrebbe abortito, ma dato in adozione sua figlia), ma costruiti ad arte per bersi l’opinione pubblica. Tante persone che stimo, anche credenti, in Italia hanno votato a favore della 194, opportunamente esposti alla propagande: la libertà della donna “soggetto debole”, la violenza sulle donne, la scelta eccetera. Partendo dall’immagine della povera ragazza violentata e sola – chi mai può essere a favore della violenza sulla donna? - si arriva a far accettare un’idea che istintivamente ogni persona rifiuta: una madre che uccide il suo bambino nel luogo in cui lui è più protetto, il grembo. Quando poi si è passati, grazie a battaglie all’inizio solo radicali, imperniate come dicevo su casi estremi e singolarissimi, dal rendere accettabile alle masse l’inaccettabile, si può cercare di renderlo legale. La legge, si sa, cambia la mentalità comune, e quando una cosa diventa legale, diventa insieme anche una delle possibilità: e anche se la legge non dice così, nel sentire comune è passata l’idea che l’aborto è una delle scelte possibili per ogni donna, come se fosse una evenienza al pari delle altre (quando sono rimasta incinta il primo medico mi chiese “allora, cosa vuole fare?”). Infatti i movimenti pro-morte si fanno chiamare pro-choice, e noi tutti sappiamo che la scelta è sempre una cosa positiva (la manipolazione del linguaggio meriterebbe un capitolo a parte). Ho scoperto, grazie all’articolo di un amico, Roberto Dal Bosco, che questo procedimento ha delle tappe precise, ed è stato anche teorizzato, ha addirittura un nome: si chiama finestra di Overton, è la precisa tecnica per rendere scelta politica di massa un’idea che all’inizio ci è inaccettabile.

Credo che combattere contro certi processi culturali sia un’impresa impossibile a noi umani. Quando penso così mi risuonano subito in testa le parole del mio amico Padre Maurizio Botta, che dice spesso “tranquilli, la vittoria verrà dagli hobbit”. Io, come gli ho confessato rischiando la mia amicizia con lui, il Signore degli Anelli non l’ho letto, però ho capito che gli hobbit sono piccoli, semplici, non aggressivi, e pure un po’ bruttarelli secondo i canoni del mondo. Mi ricordano i cristiani, quelli che sanno solo una cosa: Cristo, e questi crocifisso.

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01/09/2015
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