Chiesa

di Giovanni Marcotullio

Ecco chi c’era al “sinodo-ombra” di maggio

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Ve lo ricordate il “sinodo-ombra”? Quell’incontro segretissimo di grandi professori ed eminenti prelati che si è tenuto in Gregoriana (o così hanno detto) verso la fine di maggio, con ingresso esclusivamente su invito? Ma sì, quello dove neanche le testate cattoliche furono accreditate, quello dove solo Repubblica fu invitata per dare la sua serena ed equa versione dei fatti? Bene, allora ricorderete che trovammo così irritante la cosa, nella sua gigantesca e prepotente mistificazione, che una volta tanto decidemmo di mostrare le unghie raccontando il dietro le quinte di quell’incontro.

Oggi si torna a parlare dei registi di quel conciliabolo (“sinodo-ombra” è titolo fin troppo lusinghiero per la realtà dei fatti), e l’occasione è la pubblicazione di un libro col quale si vorrebbero presentare le istanze di quell’incontro al Sinodo di ottobre.
Occorre a questo punto aprire una parentesi e precisare che la produzione, in tal senso, è decisamente nutrita, e da più parti: se infatti fece scalpore un anno fa la pubblicazione di “Permanere nella verità di Cristo”, dove Robert Dodaro curava la collectanea degli studî di cinque cardinali e quattro studiosi circa “matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica”, è da poco comparso un altro libro, i cui autori sono stavolta tutti porporati, e sono undici (tra cui spiccano Robert Sarah, Carlo Caffarra, Camillo Ruini, ma anche Joachim Meisner, John Onaiyekan, Baselios Cleemis Thottunkal…): il libro si chiama “Matrimonio e famiglia. Prospettive pastorali di undici cardinali”. Benché poi gli undici porporati che firmano questo libro siano veramente assortiti da tutti i continenti, si sa che l’Africa costituisce una sorta di zoccolo duro della fedeltà alla tradizione cattolica (e chi conosce la storia della Chiesa sa che le cose stanno così almeno dal II secolo). Il principe indiscusso delle eminenze africane è il cardinale guineiano Robert Sarah, e i vescovi del continente nero non hanno mancato di raccogliersi attorno al loro campione preparando un altro volume, dal titolo “Africa, nuova patria di Cristo. Contributi di pastori africani al sinodo sulla famiglia”.
Sembra dunque che le manovre mediatiche di certe porzioni di Chiesa non abbiano mancato di sollevare una risposta da parte di un segmento molto ampio e molto rappresentativo dei pastori che tra poche settimane torneranno a riunirsi col primo di loro, col vescovo di Roma (e sotto la tutela del suo carisma primaziale). Sarah aveva già pubblicato un prezioso libro-intervista scritto con Nicolas Diat (Dieu ou rien), che su queste pagine recensimmo per tempo. Di quel libro Benedetto XVI, avendolo letto, ebbe a dire all’autore: «Ho letto “Dio o niente” con grande profitto spirituale, gioia e gratitudine. La sua testimonianza della Chiesa in Africa, della sua sofferenza durante il tempo del marxismo e di una vita spirituale dinamica, ha una grande importanza per la Chiesa, che è un po’ spiritualmente stanca in Occidente. Tutto ciò che ha scritto per quanto riguarda la centralità di Dio, la celebrazione della liturgia, la vita morale dei cristiani è particolarmente rilevante e profondo. La sua coraggiosa risposta ai problemi della teoria del “genere” mette in chiaro in un mondo obnubliato una fondamentale questione antropologica».
A capo. A fronte di tutto questo, abbiamo scoperto invece chi erano i registi del conciliabolo romano di maggio. E occorre ribadire un’altra cosa: l’occasione di quell’incontro era cosa quanto mai lecita e nobile, trattandosi della riunione dei membri permanenti di tre conferenze episcopali (molto importanti, peraltro); è la declinazione che ne è stata data – con la strumentalizzazione truffaldina, e prezzolata, di un’importante università pontificia, con quella segretezza da carbonari abbinata a un’opinabile selezione dei canali d’informazione – che ne ha fatto risaltare ciò che qui chiamiamo “conciliabolo”. Chi erano dunque quelli che a fine primavera venivano genericamente chiamati “docenti di teologia” (ma chi?), “prelati” (ma chi?), studiosi (ma chi?). Ecco finalmente i nomi dei curatori di “Familienvielfalt in der katholischen Kirche”: Hanspeter Schmitt, che insegna teologia etica a Coira, Ardn Bünker, che dirige l’istituto di sociologia pastorale di San Gallo (sempre in Svizzera), Eva-Maria Faber già rettore della facoltà teologica di Coira e oggi rettore della “Scuola superiore di Teologia” di Chur (sempre in Svizzera), istituto privato accreditato come “istituzione universitaria” nel 2013.
Tornando al libro, stampato dalla “Editrice teologica” di Zurigo, è chiaro fin dal titolo che si tratta di un prodotto editoriale di struttura chiaramente induttiva: raccontiamo anzitutto storie (che naturalmente sono anzitutto selezionate e raccolte), quindi di lì partiamo per le nostre considerazioni. Bünker è, lo si è detto, il direttore dell’istituto di “sociologia pastorale” (?) di San Gallo: è stato lui a curare, dall’inizio alla fine, la consultazione della Chiesa svizzera (parliamo di 6000 – leggasi “seimila” – cattolici). Il risultato, consultabile online, è tanto esplicito e netto nella rivendicazione di istanze radicali (sempre le solite), da far apparire i documenti ufficiali di certe conferenze episcopali (o degli organi che rappresentano i relativi laicati) dei pavidi e pallidi documenti diplomatici.
Pochi giorni fa il libro è stato presentato in tedesco, ed è utile leggere la critica di un non secondario membro della gerarchia ecclesiastica elvetica, Martin Grichting (che è vicario generale della già più volte menzionata diocesi di Coira). Ne riportiamo ampi stralci in traduzione italiana.
«Il segretario della commissione pastorale della conferenza dei vescovi svizzeri, monsignor Arnd Bünker, e il professore di teologia etica alla facoltà di teologia di Coira, Hanspeter Schmitt, hanno curato, in vista del prossimo sinodo dei vescovi, un libro a più autori dal titolo: “Familienvielfalt in der katholischen Kirche. Geschichten und Reflexionen [Diversità di famiglie nella Chiesa cattolica. Storie e riflessioni]”.
Il libro adotta la classica strategia del “coming out”. Prima si rilevano delle realtà di vita che deviano dall’ordine vigente. Dopodiché si esige che queste realtà vengano riconosciute come normative dall’autorità competente.
[...] Il loro obiettivo è “che la diversità familiare non soltanto debba esistere di fatto (vorkommen), ma debba uscir fuori (hervorkommen) ufficialmente”, come spiega il professor Schmitt, alludendo appunto alla strategia del “coming out”.
L’intenzione degli autori è di superare la dottrina ecclesiastica classica sul matrimonio e la famiglia, di cui fanno una caricatura. “Tradizionale visione idealistica ecclesiale della sessualità procreativa del matrimonio (althergebrachte kirchliche Idealistik ehelicher Fortpflanzungssexualität)”, la definisce Schmitt.
Con ciò si reputano sulla stessa linea di papa Francesco. “Egli non dice al mondo come dev’essere, chiede invece al mondo come dev’essere la Chiesa, affinché possa aiutarla”, scrive il teologo pastoralista di Graz, Rainer Bucher.
Subito dopo, però, gli autori contraddicono il papa. Questi infatti, come risaputo, dinanzi a situazioni matrimoniali e rapporti di coppia problematici ha posto al centro la misericordia di Dio. Ma di appellarsi a quest’ultima gli autori rifiutano. Per la maggior parte delle persone – fanno notare – risposarsi civilmente non è più legato a sentimenti di colpa. Parlare di misericordia in questa situazione sarebbe dunque difficile, scrive Eva-Maria Faber, già rettore della facoltà di teologia di Coira e docente di teologia dogmatica. Nel caso della diversità familiare eterosessuale ed omosessuale non si tratterebbe più “della questione della misericordia, ma della questione del riconoscimento”, come riassume in maniera concisa l’intento del libro il teologo morale Stephan Goertz.
Non già la misericordia, dunque, è ciò che viene proposto nel libro, ma il riconoscimento ecclesiale delle “qualità umane dell’amore sessuale anche al di là del matrimonio e della procreazione” (Schmitt). Come membri di una comunità religiosa ci si vorrebbe infatti vedere riconosciuti da questa nella situazione in cui comunque ci si trova (Faber).
Che, sullo sfondo di tali tesi, il parroco del duomo di San Gallo, don Beat Grögli, si dica pronto a benedire in chiesa coppie dello stesso sesso non può dunque sorprendere. Il parroco di Aesch, diocesi di Basilea, don Felix Terrier, anch’esso intervistato, dà già tali benedizioni e pone in più la questione “se davvero il sacramento del matrimonio possa essere amministrato una sola volta”. Il vicario giudiziario della diocesi di San Gallo, Titus Lenherr, chiede infine, in linea con il cardinale Walter Kasper, una semplice procedura ecclesiastica per la legittimazione di un “secondo matrimonio” civile.
Queste richieste sarebbero tutte da soddisfare, una volta che la sessualità non debba più adempiere uno scopo naturale. L’etica della Chiesa “bloccata dal diritto naturale” (Schmitt) dovrebbe dunque essere superata. Bisognerebbe rifare da capo la morale sessuale e considerare la sessualità come qualcosa che si esprime in una relazione basata sul reciproco rispetto. Questo varrebbe ugualmente per gli eterosessuali come per gli omosessuali (Goertz). Ciò che a questo proposito sarebbe già una realtà pastorale dovrebbe dunque essere anche “riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa” (Schmitt). Si dovrebbe “adattare” la posizione della Chiesa sul matrimonio, sulla morale sessuale e sulla contraccezione “affinché il profondo fossato tra dottrina e prassi odierna non si allarghi ancora di più” (Grögli).
Se queste richieste non fossero soddisfatte, Eva-Maria Faber prevede una emigrazione dalla Chiesa “di dimensioni enormi”. E il suo collega della facoltà teologica di Coira, Schmitt, profetizza che l’“emigrazione interiore ed esteriore dalla Chiesa” sarà “assai diffusa e durevole”. Di fronte a questi toni allarmanti è comprensibile che le corporazioni di diritto ecclesiastico dei cantoni di Zurigo, Argovia, Lucerna, Nidvaldo e Basilea Campagna abbiano appoggiato la pubblicazione del libro “con generosi finanziamenti”, oltre i 50 mila euro. Come organi titolati a riscuotere le imposte ecclesiastiche, infatti, sono interessati a una Chiesa che – se necessario anche a scapito dei propri contenuti – continui a essere benvista dalla maggioranza della società. Anche la diocesi di San Gallo ha sostenuto finanziariamente questo progetto.
I capitoli di questo libro tradiscono un profondo complesso di inferiorità verso l’odierna società postcristiana e il desiderio di voler essere come gli altri. Gli autori evidentemente non credono più che Gesù Cristo sappia quello che c’è nell’uomo (Gv 2, 25), né che lo sappia anche la Chiesa, quale corpo di Cristo. Temi come il vivo rapporto del battezzato con Cristo che lo sostiene nel suo matrimonio, o la fiducia nella grazia e nella promessa di Dio ricevute col sacramento del matrimonio, non vengono neppure toccati.
Questo libro rappresenta dunque un addio all’identità cristiana come forza plasmante della vita del singolo e della società. Ed è anche un addio al mandato missionario della Chiesa di essere sale della terra. C’è da chiedersi, infatti, quanti pagani i monaci irlandesi del primo millennio avrebbero portato a Cristo in Svizzera, se avessero condiviso anch’essi con Schmitt la pretesa “che le esistenti realtà di vita non debbano essere più screditate nei testi magisteriali e nell’insegnamento della Chiesa cattolica”.
Romano Guardini, nel suo libro “La fine dell’epoca moderna”, ha messo in luce che mediante la rivelazione divina sorgono nell’uomo delle forze che, pur essendo in sé naturali, non si sviluppano al di fuori di questo contesto. Con l’offuscarsi della fede in Dio, quindi, le “cristianità secolarizzate” sarebbero ben presto dichiarate un sentimentalismo e messe da parte.
[...]
Il volume “Diversità di famiglie” mostra anche chiaramente che chi sostiene nella Chiesa il punto di vista della società postcristiana non vuole neanche sentir parlare della misericordia di Dio, come la predica papa Francesco, perché rappresenterebbe solamente un’elemosina, che non porta al riconoscimento ufficiale della diversità di famiglie nella Chiesa. E nemmeno vuole vedere riconosciuti da parte della Chiesa nei “risposati” con rito civile solo singoli casi straordinari, come auspicato dal cardinale Kasper.
Almeno su questo il segretario della commissione pastorale della conferenza dei vescovi svizzeri e il professore di teologia etica della facoltà teologica di Coira, assieme ai loro coautori, hanno fatto chiarezza in modo inequivocabile. Così nessuno potrà dire di non aver potuto valutare la vera portata di ciò è in agenda il prossimo autunno, nel sinodo dei vescovi».
La dettagliata analisi di Grichting non necessita di particolari chiose, ma un paio di annotazioni possono essere fatte con frutto: mentre a maggio su Repubblica si parlava di un pre-sinodo, di un’alleanza di episcopati, di cordate cardinalizie, oggi si vede alla luce del sole come non avevamo torto a esprimere il sentore che non si trattasse d’altro se non di “anonimi sorcetti” studiatamente proiettati sulla vasta parete del giornale di Scalfari. Il solito bluff orwelliano, dunque, che ormai non dovrebbe più stupire nessuno.
Una nota umoristica la porta nel testo proprio la Faber, una delle “docenti di teologia” di cui favoleggiava a maggio la Carta scalfariana: che minacci uno scisma “di dimensioni enormi” una voce di un gruppo di 6000 (leggasi “seimila”) cattolici, fa teneramente sorridere. Ma prendendola sul serio, se si vuole, le si può rispondere che la Chiesa non ha mai sprangato le porte dietro le spalle a nessuno, siccome Dio stesso non ha sprangato le porte del paradiso (né per starci dentro né per restarne fuori).
Una nota più meditabonda va fatta sulle donazioni: che per un libro votato a essere voce di una comunità nazionale grande poco meno di una parrocchia media romana gli episcopati elargiscano somme intorno ai 50000 (leggasi “cinquantamila”) euro, questo la dice lunga sui valori (e sugli interessi) delle comunità in questione. E certamente ciascuno è libero di scegliere il Dio che vuole venerare.
Sarebbe arrivata a Coira pochi anni dopo, la Faber, ma già studiava (?) teologia quando, nel 1984, Giovanni Paolo II fece visita al seminario diocesano e incontrò la comunità accademica: «Il teologo – disse il Papa polacco – ode anche i molteplici appelli del mondo, di questo mondo inquieto e mobile in cui viviamo. [...] Tuttavia, la funzione critica della teologia si deve esercitare qui: si tratta di operare un attento discernimento. Le correnti di pensiero, le tecniche investigative non devono avere il sopravvento sul messaggio. [...] La parola di Dio precede la nostra e nessuna generazione ne esaurirà mai la portata. [...] La teologia conosce i suoi limiti, perché è consapevole della grandezza di ciò che tratta». E forse Eva-Maria Faber ebbe modo di soffermarsi su queste parole. O magari non lo ha mai fatto.

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05/09/2015
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