Società

di Alfredo Mantovano

Il ricordo fecondo di Rosario Livatino

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“Fede e diritto impongono delle scelte, spesso impegnative; sicuramente poco alla moda. Fra le decisioni, le scelte più difficili, vi sono indubbiamente quelle che hanno a che fare con il diritto alla vita, soprattutto in presenza di leggi che intendono introdurre nel nostro ordinamento un diritto all’eutanasia o ancora permettano la manipolazione di embrioni umani. A tali leggi il credente si oppone sulla convinzione che la vita umana, quali che siano le forme e le connotazioni dolorose che può assumere, è dono divino che all’uomo non è lecito soffocare. Ma anche il non credente ha fondate motivazioni per opporsi: esse stanno nel fatto che la vita umana è tutelata dal diritto naturale, che nessun diritto positivo può violare o contraddire, dal momento che essa appartiene alla sfera dei beni ‘indisponibili’, che né i singoli né la collettività possono aggredire”. L’autore di queste affermazioni, durante una conferenza pubblica svolta nell’aprile 1986, è Rosario Livatino, ucciso per mano mafiosa il 21 settembre di 25 anni fa, mentre si recava al lavoro sulla strada per Agrigento: meno di tre anni dopo S. Giovanni Paolo II incontrò i genitori del magistrato durante il suo viaggio in Sicilia, poco prima del memorabile e duro invito alla conversione rivolto agli “uomini della mafia”, nella Valle dei Templi, e nella circostanza definì Livatino “martire della giustizia e indirettamente della fede”. Eppure oggi nella nostra memoria di italiani la figura di quest’uomo, brutalmente privato della vita a 38 anni, non è così presente: a quanti di coloro che in questi mesi iniziano il lavoro di giudici, dopo aver superato il concorso, ne viene ricordato il profilo, sanno chi era, lo prendono come esempio? Verso il giudice ragazzino, come venne definito subito la morte, non senza polemica con chi all’epoca riteneva i magistrati più giovani inadeguati a ricoprire ruoli così delicati, vi è oggi in corso il processo di beatificazione: ha dato testimonianza eroica della virtù della giustizia, vissuta come missione. Non solo perché, come altri valorosi magistrati, ha reso giustizia senza piegarsi alla prevaricazione mafiosa, e anzi colpendo le cosche sul terreno dei patrimoni illecitamente accumulati, ma perché ha seputo essere giudice prima che fare il giudice: lo ha fatto nella consapevolezza di essere egli stesso, esattamente come chi era chiamato a giudicare, sottoposto al giudizio di Dio.

Ha svolto la sua funzione con umiltà, forte dei suoi principi e al tempo stesso convinto di non essere stato chiamato a un mestiere come tanti: “vi è il rischio - diceva in un’altra conferenza pubblica, risalente ad aprile 1984 - che i giudici presentino all’opinione pubblica l’immagine di una giustizia parziale, fiancheggiatrice di un partito politico o di un gruppo di potere, pubblico o privato. Certo, non è possibile impedire al giudice di avere un proprio convincimento sui temi fondamentali della nostra convivenza sociale. Essenziale è però che la decisione non sia il portato della collocazione del giudice nell’area di questo o quel gruppo politico. Bene si è detto quando è stato osservato che il Giudice, oltre che “essere”, deve anche “apparire” indipendente. L’indipendenza del Giudice, infatti, non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella credibilità che riesce a conquistarsi con le sue decisioni. L’indipendenza del giudice è anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta dentro e fuori delle mura del suo ufficio. Solo se il Giudice realizza in sé stesso queste condizioni, la società può accettare ch’egli abbia sugli altri un potere così grande come quello che ha”.

Di Rosario Livatino si parlerà in un convegno organizzato dal Centro studi che ha scelto di intitolarsi a lui. Nell’Aula del Palazzo dei Gruppi parlamentari alla Camera venerdì 18 settembre, con inizio alle 15 (ingresso previa registrazione a [email protected] da via Campo Marzio entro le 14.30), vi saranno anzitutto i saluti del presidente del Senato Pietro Grasso, del ministro della Giustizia Orlando, della presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi, del vicepresidente del CSM Giovanni Legnini e del questore della Camera Stefano Dambruoso. Quindi le relazioni del procuratore della Repubblica di Palermo Francesco Lo Voi, del presidente di sezione della Cassazione Mario Cicala, del prof. Mauro Ronco, ordinario di diritto penale a Padova, di don Giuseppe Livatino, cugino e postulatore della causa di beatificazione del magistrato, e di mons. Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale. Coordineranno il giudice Domenico Airoma e il prof. Filippo Vari, con me vicepresidenti del Centro Studi. Lo Voi tratteggerà di Livatino il profilo di grande professionalità e dedizione al lavoro, Cicala la coerenza col quadro dei principi etici cui ha sempre fatto riferimento, Ronco l’incidenza della fede nel lavoro quotidiano, e quindi il complicato rapporto fra diritto naturale e diritto positivo, e infine mons Pennisi l’affidamento totale di Livatino alla volontà di Dio, attestato - fra l’altro - dalle tre lettere che adoperava per siglare ogni suo scritto “S.T.D.”, sub tutela Dei. Il convegno costituisce l’occasione per presentare pubblicamente il Centro studi Livatino, che si propone di approfondire le tematiche di vita e famiglia partendo dal diritto naturale; è un lavoro che esso ha già iniziato a fare nei mesi scorsi, con workshop dedicati ai profili, gravemente problematici anche sul piano giuridico, del gender e delle c.d. unioni civili.

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10/09/2015
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