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di Mario Adinolfi

Raiuno, la rete che fu “cattolica”

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Giornata tipo di Raiuno, la rete che fu “cattolica”, o meglio per anni è stata immaginata come tale. Più semplicemente è la rete del vento che tira, la più adatta a comprendere quali sono le tendenze di potere prevalenti del paese, visto che Raiuno di potere si nutre e dal potere è nutrita. Rete filogovernativa tradizionalmente, attenta e non scontentare politici e lobby di varia natura, Raiuno non cerca né la trasgressione né l’originalità. Tutti sanno che è il canale di gran lunga più visto dell’intera televisione italiana (dopo il clamoroso boomerang dell’uscita di Mediaset dal bouquet Sky ancora di più), di certo le tv nel nostro paese se sono accese non possono non partire da lì. Potere del tasto uno del telecomando.

Giornata tipo di Raiuno, si diceva. Prendiamo il 10 settembre 2015. Si comincia con uno dei programmi più amati dal pubblico, l’immarcescibile Unomattina. Pronti, partenza, via: indovinate qual è il primo argomento? Ma certo, “matrimonio” omosessuale, i due uomini che si sono sposati in Argentina e vogliono il riconoscimento in Italia, dove però la legge sul matrimonio dice che unisce un uomo e una donna, ma si sa che i giudici sono creativi con le loro sentenze, anche in barba alla Costituzione. E così alle sette e dieci del mattino gli italiani, milioni di italiani, devono sorbirsi una tirata propagandistica a favore del “matrimonio” omosessuale, sermoni per una mezzoretta in cui si schierano apertamente anche i conduttori. La conduttrice ai due gay chiede se vogliono “avere figli”. Bisognerebbe ricordare alla benedetta ragazza, un tempo conduttrice di rubriche religiose sempre su Raiuno quando il vento spirava evidentemente in altra direzione, che per avere figli serve una donna, certamente un utero e che in Italia, almeno finché non sarà approvato il ddl Cirinnà, la procedura di affittare uteri è formalmente e anche sostanzialmente vietata. Prova eroicamente a opporre resistenza il direttore di Tempi, Luigi Amicone, ma il tono del dibattito è a senso unico e anche il conduttore principale, Franco Di Mare, piazza la sua zampata: i due gay sono argentini? Cosa meglio di una citazione di Papa Francesco e del suo “chi sono io per giudicare un gay?” ovviamente in versione monca?

Cambio scena, stessa rete, due ore dopo. Si discute di apparizioni Mariane, il programma si intitola Storie Vere, si esce dall’inevitabile discussione di cronaca su Guerrina e padre Graziano dove un inarrestabile Alessandro Cecchi Paone si autoproclama Papa per una “sospensione a divinis” del sacerdote per via catodica. Quando si parla della Madonna il divulgatore legittimato dal coming out omosessuale prende a irridere una povera donna che dice di parlare con Maria e anche un vescovo emerito chiamato in studio a sostenerla. Tutto il talk show tra risolini e analisi scientifiche di un “medico” gira attorno all’affermazione che chi vede la Vergine o è pazzo o ha bisogno “di accudimento”. Tra gli ospiti ci sono anch’io e provo ad affermare che con molta sincerità dovremmo spiegare che c’è chi ha fede e chi non ne ha: hi non ne ha faticherà a rispettare l’idea che Cristo è risorto dai Morti e Maria è stata assunta in cielo con il suo corpo. Due eventi, tra i tanti caratterizzanti la fede cristiana, non propriamente misurabili con prove scientifiche. Ma se si dice di rispettare la fede è proprio questo che bisogna rispettare: l’irruzione della forza divina nelle nostre vite. Niente, per Cecchi Paone e i suoi sodali siamo solo dei fessi creduloni.

Sono ospite anche alla trasmissione del primo pomeriggio. Volete sapere come si apre, alle ore 14.10? Un bel collegamento con una coppia gay che vuole “sposarsi”. Parte la discussione, si cerca di avvalorare l’idea che l’Europa voglia imporre all’Italia la legge sul “matrimonio” gay. Non può farlo, per le competenze dell’Europarlamento, né l’ha fatto con il “monito” ai nove paesi che legittimamente non hanno normative che parificano l’imparificabile. Semplicemente quello era un “invito a considerare la possibilità” offerta dalle normative sulle unioni civili. Vabbè, insomma l’informazione un po’ approssimativa ormai regna dovunque, prendiamocela così. L’impianto però della trasmissione prevede i due gay che vogliono sposarsi, tre ospiti che li sostengono, il conduttore che ripete ogni tre frasi che “comunque la legge sulle unioni civili sarà approvata”, la conduttrice che appena prima aveva detto che la contrapposizione è tra chi è al passo con i tempi e “il medioevo”, poi ci sono io, cittadino contrario alle norme in questione, note come ddl Cirinnà. In collegamento viene piazzato poi un cattolico che prima prova una tenue resistenza anche basata sui numeri irrisori degli interessati al “matrimonio” poi, dopo essere stato aggredito violentemente e paragonato a uno che voleva impiantare i campi di sterminio a Auschwitz, cede di schianto e proclama per ingraziarsi l’uditorio: “Ma facciamola subito questa legge sulle unioni civili”. Intimidire di solito funziona, ennesima prova di cacasottaggine di un segmento del mondo cattolico nel proscenio pubblico. Esito? L’irrilevanza della riflessione dei cattolici nel paese, anche nella rete televisiva che appena uno o due anni fa avrebbe ritenuto inconcepibile un tipo di palinsesto da insistenza ossessiva su un solo tema come quello che si vive ogni giorno ormai da mesi. Io ho argomentato, con una certa passione, uno contro sette e sapete cos’è accaduto? Il pubblico in studio, che gli autori e gli assistenti provavano a orientare a sostegno delle tesi classiche Lgbt, si è ribellato e ha cominciato ad applaudire fragorosamente a scena aperta i passaggi del mio ragionamento in particolare a difesa del diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà. Perché il buonsenso nel popolo italiano vince ancora.

Mi verrebbe da chiedere a direttori, capistruttura, dirigenti, autori, giornalisti e conduttori di Raiuno se davvero considerano corretto questo clamoroso squilibrio nel rappresentare anche solo le forze in campo. Se davvero non percepiscono il distacco dal sentimento popolare che rifiuta questo tentativo di lavaggio del cervello, che può arrivare dai giornali e dalle televisioni magari legati a interessi commerciali, ma non dal principale canale del servizio pubblico radiotelevisivo. Il popolo di piazza San Giovanni a Raiuno l’hanno visto? Bene, è solo l’avanguardia del sentire profondo del popolo italiano che merita attenzione e rispetto nel servizio pubblico radiotelevisivo, in particolare a Raiuno. Rappresentare una contrapposizione tra i “buoni al passo con i tempi” a favore del “matrimonio” gay e retrogradi nazisti che invece ostacolano l’avvento del progresso, è non solo (ovviamente) rappresentare il falso utilizzando peraltro lenti tutte ideologiche, ma anche insultare violentemente le convinzioni profonde di una parte consistente, credo ampiamente maggioritaria, del popolo italiano.

Sapete che ormai l’ideologia gender è sbarcata nelle grandi fiction, persino nelle puntate di Porta a Porta il solitamente equilibrato Bruno Vespa ormai pencola apertamente a favore dello schieramento che sostiene l’approvazione della legge sulle unioni civili, di fatto non c’è ora del giorno o della sera in cui la propaganda al “matrimonio” omosessuale non faccia capolino dagli schermi televisivi marchiati Rai.

Non c’è una strada diversa che opporre resistenza e La Croce è il luogo dove questa resistenza quotidianamente elabora idee e le rende disponibili all’ampio pubblico che le condivide. Quando arriviamo in uno studio televisivo Rai proviamo con dispiacere la sensazione dello squilibrio evidente che si costruisce nel dibattito, la formula sette-contro-uno è quella abituale e la parzialità dei conduttori tutta a favore dei “sette” di turno è un elemento grave, per quello che dovrebbe essere un servizio pubblico. Forse nel consiglio d’amministrazione della Rai, penso in particolare al giovane Paolo Messa, c’è qualcuno che può essere interessato ad ascoltare la necessità di un riequilibro almeno dei toni. Con amici come Danilo Leonardi animatore del circolo VLM in Rai abbiamo aggregato professionalità interessate a non subire. Ecco, la chiave è resistere e non subire. Non fare come quel “cattolico” che in mezz’ora s’è prima fatto aggredire poi, non sapendo reggere l’intimidazione, ha ceduto di schianto dicendosi favorevole alle unioni civili. La nostra capacità di resistenza, difficilissima lo capisco, è il fattore che può rendere impossibile l’affermarsi definitivo di meccanismi orwelliani in particolare all’interno della radio e della televisione pubbliche. Un patrimonio di cultura e di professionalità storiche interne alla Rai so che non tollerano questa modalità sguaiata di fare ideologia, in particolare presso una rete come la rete ammiraglia che della sua cifra popolare ha fatto la ragion d’essere in decenni di storia. E allora Raiuno non tradisca il popolo, offra occasioni di approfondimento su questi temi delicati finalmente equilibrate e corrette dal punto di vista giornalistico. La rappresentazione di un conflitto tra “buoni” e “nazisti” è francamente intollerabile.

Ancora una volta, dipende da noi. Rifiutando di subire silenziosi e bene educati, come la nostra indole di indurrebbe a fare, costruiamo il bene dei più deboli in questa società che vuole trasformare le persone in cose, i bambini in oggetto di compravendita, le donne in uteri da affittare, la maternità in un elemento commerciabile. Deboli che la società punta ad espellere in nome della “cultura dello scarto” e di quella ideologia gender “errore della mente umana” che Papa Francesco continuamente richiama come rischio principale per la contemporaneità. La difesa, ostinata e ferma, della famiglia naturale e dei bambini merita che qualche volte capiti anche a noi di dover alzare la voce. Non vorremmo. Vorremmo una comunicazione, una televisione, almeno una televisione pubblica, capace di dare serenamente almeno pari dignità alle idee in campo. Altrimenti si sta facendo ideologia e l’ideologia è il contrario della buona e corretta informazione.

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11/09/2015
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