Società

di Federica Paparelli Thistle

“Donazioni remunerate”, così si pagano i feti

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A neanche una settimana dall’udienza dinanzi alla Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti, la prima pubblica di molte altre dell’inchiesta del Congresso americano per accertare le eventuali responsabilità di Planned Parenthood circa la vendita di organi e tessuti di feti abortiti, i giornalisti prolife di Center for Medical Progress scendono di nuovo in campo con un nuovo video, il decimo.

Le scene sono quelle già viste, cambiano solo i protagonisti: spacciandosi per rappresentanti di una società di biotecnologie interessata all’acquisto di organi e tessuti fetali, David Daleiden e compagni hanno registrato conversazioni con funzionari di alto livello all’interno di Planned Parenthood e i contenuti sono piuttosto inequivocabili. Il video, di dodici minuti circa, è un collage di spezzoni che hanno come nucleo centrale la policy e le linee guida di Planned Parenthood in merito alla raccolta e alla cessione remunerata di organi e tessuti: la policy è che non c’è policy, perché è meglio che non ci sia, se non si vuole finire sul New York Times.
Ma andiamo per gradi: vi presentiamo la dottoressa Carolyn Westhoff, senior medical advisor, un’alta carica a livello nazionale. Avvicinata dai falsi acquirenti, la Westhoff è subito pronta a chiarire che Planned Parenthood non si interessa di raccolta di cellule staminali, ma collabora solo con chi richiede tessuti, e con l’occasione offre il suo macabro elenco: «Tessuto cardiaco, occhi, tessuto neurale. La gente vuole spine dorsali… Oh, e le gonadi!», esclama ridendo. E come farebbe il macellaio sotto casa, aggiunge: «Tutto quello che offriamo, è fresco!». Prima di farsi tramite per il contatto con il settore nazionale che se ne occupa, tuttavia, la Westhoff aggiunge una nota cautelativa: c’è il rischio di un “enorme problema di pubbliche relazioni” facendo questo – e mentre lo dice le si spegne il sorriso sulle labbra – quindi si richiede la massima discrezione.
Non è la sola ad esprimere questa preoccupazione. Sollevando ben più di un problemino di immagine, la dottoressa Vanessa Cullins, che si occupa di rapporti medicali con l’esterno a livello nazionale, è ben più consapevole dei rischi e mette in guardia i potenziali acquirenti: «Questo potrebbe distruggere noi e voi, se non stiamo attenti alla tempistica di queste conversazioni». Distruggere? Ma non era tutto perfettamente legale, anzi, addirittura lodevole e compassionevole, come dichiarato dalla presidente Richards nella sua appassionata difesa a Planned Parenthood?
Il video prosegue e ci presenta l’involontaria testimone chiave dell’inchiesta: Deborah VanDerhei. È la direttrice nazionale del consorzio dei singoli provider, una commissione di Planned Parenthood con una forte influenza per quanto riguarda la creazione delle politiche interne dell’organizzazione sull’aborto. Dopo aver accertato quale tipo di prodotto interessa agli acquirenti, la VanDerhei va dritta al punto: “Posso chiederle riguardo alla remunerazione?”. “Remuneration”, è questo il termine usati: niente “reimbursement”, la parolina magica di cui finora si è fatta scudo l’organizzazione, qui si parla di denaro del tutto scollegato da costi o altre spese, lo scambio deve essere remunerativo. Ma la cosa è problematica, aggiunge la VanDerhei, l’organizzazione sta cercando un modo per gestire la remunerazione, perché «i titoli di giornale sarebbero un disastro». E se è problematica, di certo c’è un motivo.
Entriamo quindi nell’ambito delle strategie di Planned Parenthood per gestire il terreno minato della cessione di tessuti fetali, che, lo ricordiamo, quando è fatta per “valuable consideration”, cioè con un corrispettivo, è punita dalla legge con 500mila dollari di ammenda e con il carcere fino a dieci anni. La strategia è delle più semplici, è la stessa dottoressa VanDerhei a dirlo: non esiste una policy all’interno di Planned Parenthood, e questo «è relativamente intenzionale, la policy che realmente abbiamo è che […] se vuoi davvero farti coinvolgere nella remunerazione, allora devi davvero pensarci bene». E quando scrivi la tua policy, aggiunge, pensa che puoi finire sul New York Times.
Nessuna policy, o meglio, la policy c’è, ma non è scritta. Questo ce lo aveva già detto a suo tempo Deborah Nucatola, direttore capo dei servizi medicali a livello nazionale, e le immagini del video ce lo ricordano: “Non ci sono linee guida”, dice, “e non ci saranno mai”. Il motivo è facilmente intuibile, anche se la Nucatola non lo dice: nel caso in cui scoppi uno scandalo, diventa più facile isolare il singolo provider, dire che ha agito di propria iniziativa, evitando coinvolgimenti dell’intera organizzazione.
Uno sarebbe quindi tentato di pensare che a livello nazionale, dato l’alto rischio che l’operazione comporta, Planned Parenthood in qualche modo scoraggi l’attività di raccolta di organi e tessuti di bambini abortiti. Non è così, la dottoressa VanDerhei è piuttosto chiara: «Se intendono farlo – dice in un altro segmento del video – noi non diciamo di no. Ma vogliamo che pensino ai titoli del New York Times». Insomma, fatelo ma state attenti. Continua quindi dicendo di non sapere neanche quale sia il ritorno di un campione di tessuto, ma dopo aver sentito che si parla di cento dollari al pezzo, in qualche modo sembra cambiare prospettiva: «Ma abbiamo colleghi indipendenti che hanno prodotto un discreto profitto facendolo e se hanno margini bassi o non possono raccogliere fondi, è molto di aiuto», nota mentre la collega annuisce convinta.
Vediamo quindi Planned Parenthood impegnata nell’ardua impresa di avere la botte piena e la moglie ubriaca: da un lato la tentazione del profitto è forte, ma dall’altro c’è il rischio di addirittura “distruggere” l’organizzazione. Tanto è vero che, lo dice la stessa VanDerhei, “non trattiamo questo argomento neanche per email, vogliamo avere conversazioni di persona.” È sempre la pista di carta che fa finire in galera i criminali.
La parte più sostanziosa viene in fondo, come ormai ci hanno abituato i giornalisti prolife: il video si chiude con una lunga conversazione del marzo 2015 che vede coinvolto sempre il potenziale compratore di CMP e la dottoressa VanDerhei, ma con l’aggiunta di una rappresentante della clinica di Keystone, Vanessa Russo. Dalla conversazione si intuisce che hanno appena terminato di ascoltare una conferenza proprio riguardo la cessione di tessuti fetali, in cui uno dei relatori era nientemeno che Roger Evans, capo del settore legale di Planned Parenthood. La Russo ha delle opinioni molto forti in proposito: definisce ridicole le leggi che regolano lo scambio di organi e tessuti, tanto che secondo lei limitare l’attività di Planned Parenthood in questo senso è paragonabile ad un atto di bullismo. Il problema, dice, sarebbero quegli stupidi dei media, che non hanno una visione d’insieme, non capiscono l’intero disegno che c’è dietro. Si rimane quasi con il fiato sospeso, in attesa di sentire quale grande progetto per il bene dell’umanità Planned Parenthood stia preparando. Fortunatamente la Russo ce lo spiega: “Non dovremmo ridurre il nostro business per motivi ridicoli”. Ecco, ora è più chiaro: il business. La VanDerhei però non è d’accordo, secondo lei il messaggio era l’opposto, cioè fatelo pure, pensiamo sia una grande idea, ma fatelo nel modo giusto. Cioè con cautela. La Russo non è convinta e calca ancora di più la mano: «Io credo che una compagnia come questa», riferendosi a quella del falso acquirente, «che voglia dare alla nostra organizzazione denaro in cambio di tessuti, credo che sia uno scambio accettabile. E che vada bene». Denaro in cambio di pezzi di bambini, uno scambio perfettamente accettabile, come fanno a non capirlo i media? Basta essere molto sensibili con la paziente e che se ne raccolga il consenso e la Russo non vede come possa essere un problema.
Ma la VanDerhei il problema lo vede eccome, ma non è un problema morale: ricorda come, quindici anni prima, un’altra udienza del Congresso aveva fatto drizzare i capelli in testa a tutta l’organizzazione, accusata, proprio come oggi, di modificare le procedure chirurgiche per ottenere organi e tessuti dagli aborti, cosa che corrisponde a quanto raccontato dalla Nucatola quando dice che «siamo diventati molto bravi a ottenere cuore, polmoni, fegato», operando in modo da lasciarli intatti.
Tuttavia la dottoressa non dissuade la Russo, le dice solo di consultarsi con la sede centrale e di contattare le altre cliniche che già lo fanno. Fanno cosa? “Donation for remuneration”, sono le sue parole. Un capolavoro di legalese per indicare una cosa che non esiste nel mondo reale, una donazione remunerata. A meno che non si voglia parlare della cessione a terzi della donazione fatta dalla paziente, quella sì gratuita (ma del resto non è neanche tessuto suo, ma del suo bambino), in cambio di una remunerazione. E allora quella, nel mondo reale, si chiama vendita.
La VanDerhei, una volta che la Russo si allontana, è assalita dal dubbio di non essere stata sufficientemente chiara e di averla scoraggiata dall’intraprendere l’attività delle donazioni remunerate. Desidera perciò chiarire che non è solo lei a sostenere che sia cosa buona e giusta, lo ha appena sentito dalle parole del capo del settore legale Evans: «Voglio che usciate da qui con un solo messaggio: io penso che sia una buona idea». Fortunatamente, molta gente al Congresso non la pensa come lei, signor Evans.

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16/09/2015
0306/2020
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