Politica

di Mario Adinolfi

Avete battuto il ddl Cirinnà

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Il ddl Cirinnà, in pratica, non esiste più. La legge che voleva di fatto introdurre il matrimonio omosessuale in Italia “con un altro nome per ragioni di realpolitik” (copyright Ivan Scalfarotto), legittimare la pratica di utero in affitto compiuta all’estero ad esempio dal senatore Sergio Lo Giudice, equiparare la famiglia naturale tutelata dall’articolo 29 della Costituzione a qualsiasi “formazione sociale”, è stata messa su un binario morto. Formalmente la causa è una sorta di ingorgo di calendario causato dal sovrapporsi del voto sulla riforma costituzionale alla sessione di bilancio. La questione in realtà è politica e solo La Croce ha avuto la pazienza di indicarne sempre i contorni, fin dalla sua prima uscita in edicola a gennaio: non c’è in Parlamento una maggioranza possibile per una legge sulle unioni civili perché tale legge non ha il consenso del Paese.

Tecnicamente, spieghiamolo subito, ci sarà un “rinvio al 2016”. Sarà divertente vedere come reagiranno signori che avevano giurato e spergiurato sul traguardo del 15 ottobre: il digiunatore a botte di cappuccini Ivan Scalfarotto, la povera Cristiana Alicata, che aveva montato addirittura un count-down plateale e si dovrà consolare solo con il posto di sottogoverno garantitogli all’Anas dall’amico premier, la stessa Monica Cirinnà che si è spinta fino a votare con M5S e Sel la calendarizzazione in aula al Senato del provvedimento, contro il volere del suo stesso partito. Finendo inevitabilmente battuta e decretando così la morte politica del ddl che porta il suo nome. Forse alcuni avranno capito quel che da mesi andiamo ripetendo: questa non è una priorità del paese.

Si proverà un colpo di coda, si tenteranno fantasiose forzature, ma l’impressione è che le energie Lgbt siano ridotte al lumicino. Non sono riusciti a spiegare al Paese la necessità di approvare quella legge. Un milione di persone è invece sceso in piazza il 20 giugno a San Giovanni a Roma e ha declinato con chiarezza la piattaforma del rifiuto di una visione antropologica che demolendo la famiglia naturale trasforma i bambini in oggetti di compravendita, le donne bisognose in uteri da affittare e alla fine tutti gli esseri umani in cose. Questa visione generica per cui “love wins” e chi se ne frega dei diritti dei bambini è stata battuta da ognuno dei partecipanti di piazza San Giovanni e da tutti coloro che pur rimanendo a casa si sono mobilitati e stanno continuando a mobilitarsi contro l’ideologia gender a difesa dei propri figli.

Non posso non notare con piacere che si segna un punto importante oggi, nel giorno in cui riprende la mobilitazione delle Sentinelle in Piedi, che arriverà fino a piazza Montecitorio domenica 4 ottobre. La pressione di chi si è mosso è arrivata alla politica e ha vinto. Per ora, ovviamente, è una vittoria di tappa e il giro è ancora lungo, la strada accidentata e piena di trappole e buche. Però, per ora, anche contro quelli che ci dicevano che dovevamo stare buoni e non creare “allarmismi”, anche contro quelli che (diciamoci la verità) erano pronti a ricercare pessimi compromessi al ribasso, anche contro quelli che ci dicevano che alzare la voce era sbagliato e bisognava sussurrare e possibilmente non farsi sentire, contro tutti questi che stavano ben rintanati anche nei potentati ecclesiastici e da lì facevano di conto sul vantaggio che potevano trarre dalla loro cedevolezza, abbiamo vinto noi. Noi che vi dicevamo che quando sugli altri giornali scrivevano “il ddl Cirinnà sarà approvato entro l’estate” o quando giuravano che “il ddl Cirinnà sarà varato entro il 15 ottobre” non dovevate credere loro. Non dovevate credere ai giornali propaganda che non raccontano i fatti, li evocano per provare a determinarli. Noi vi abbiamo sempre raccontato la verità: il 20 giugno, piazza San Giovanni, aveva cambiato tutto. Voi avete cambiato tutto. La vostra tenacia aveva cambiato tutto.

Ci sono due modi per condurre una battaglia. Quello “culturale”, sommesso, con un paio di articoli di critica e un convegnetto, alla ricerca del “dialogo” e in realtà del compromesso. Bene, quella roba lì produce il voto sul divorzio breve: 398 sì e 28 no. Nessuna opposizione, di fatto. Il sì anche di quasi tutti i parlamentari cattolici. Poi esiste la battaglia vera, di popolo, di mobilitazione reale casa per casa, con parole d’ordine chiare e indisponibilità al compromesso sui principi. Bene, quando si va in battaglia e le forze dell’avversario sono soverchianti, c’è solo questa seconda possibilità. Il resto è chiacchiera propedeutica al baratto.

Lo spiegava bene Chesterton: “E’ saggio gridare prima del danno. Gridare dopo che il danno è avvenuto è stupido, specie se il danno è una ferita mortale”. Abbiamo gridato, l’urlo deve essere arrivato fino al cielo quel giorno a San Giovanni, la ferita mortale non è stata inferta. Per ora. Non è che l’inizio, continua la battaglia.

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25/09/2015
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