Chiesa

di Mario Adinolfi

La premessa di Kasper porta a Charamsa

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Sarà riconosciuto al quotidiano La Croce di aver avvertito per tempo che i media avrebbero invaso il campo della discussione sinodale, inquinandola e dettandone in qualche modo l’agenda. Per mesi i giornali italiani hanno battuto la strada della questione “comunione ai divorziati risposati” per aprire una crepa nella Chiesa e costringere a una divisione. Ma il tema era troppo ozioso e oggettivamente disinnescato dal motu proprio di Papa Francesco: il matrimonio è e resta indissolubile, il processo per l’accertamento dell’eventuale nullità sia più agile. Questione di fatto chiusa, il Sinodo non potrà discostarsi da questa strada già tracciata.

I due grandi giornali, Repubblica e Corriere della Sera, espressioni di poteri forti consolidati, hanno però bisogno di una Chiesa divisa e “aperturista” per portare a casa la legge sul matrimonio gay (definire il ddl Cirinnà una legge sulle unioni civili è un insulto all’intelligenza, con reversibilità della pensione e diritti di filiazione che arrivano fino a legittimare la pratica dell’utero in affitto compiuta all’estero, è semplicemente il “matrimonio gay con un altro nome per ragioni di realpolitik”, come ebbe a spiegare il sottosegretario Ivan Scalfarotto). Quindi i giornali hanno messo i piedi nel piatto. Prima è arrivata l’intervista di Aldo Cazzullo a Julian Carron: “Niente muri sulle unioni gay, la questione è come riconoscerle”. Poi, sempre sul Corriere della Sera, l’intervista di Gian Guido Vecchi al cardinale Walter Kasper: “Gay si nasce, no ai fondamentalisti”. Infine tripletta del Corsera con l’intervista a monsignor Krzystzof Charamsa, teologo della Congregazione per la Dottrina della Fede oltre che docente di teologia alla Pontificia università gregoriana e alla Regina Apostolorum, fidanzato “con un compagno che amo”. Ma i dettagli del monsignore gay sono nulla rispetto alla questione da lui posta con grande chiarezza: “Vorrei dire al Sinodo che l’amore omosessuale è un amore familiare, che ha bisogno della famiglia. Ogni persona, anche i gay, le lesbiche o i transessuali, porta nel cuore un desiderio di amore e familiarità. Ogni persona ha diritto all’amore e quell’amore deve esser protetto dalla società, dalle leggi. Ma soprattutto deve essere curato dalla Chiesa”.

Mi viene istintivo commentare, lo ammetto, con un pizzico di provocatorietà: chi sono io per giudicare monsignor Charamsa?

Padre Federico Lombardi, uomo stimabile che nel giro di poche ore ha prima derubricato a casuale l’incontro con la coraggiosa funzionaria Kim Davis per poi far sapere che l’unica udienza del viaggio negli Stati Uniti era stata concessa ad un suo ex allievo e “alla sua famiglia” (si è dimenticato di dirci che l’ex allievo era gay e accompagnato da suo “marito” con cui convive da 19 anni, ma la dimenticanza è stata prontamente sanata dai media di tutto il mondo che ci hanno propinato anche il video del lungo incontro), rimprovera aspramente monsignor Charamsa: “La scelta di operare una manifestazione così clamorosa alla vigilia della apertura del sinodo appare molto grave e non responsabile, poiché mira a sottoporre l’assemblea sinodale a una indebita pressione mediatica”.

Io credo che la “indebita pressione mediatica” era prevedibile e infatti su La Croce non l’abbiamo solo prevista, ne abbiamo delineato i contorni: sarebbe stata attivata per spaccare la Chiesa e aprire una crepa direttamente sulle questioni dottrinali. La “comunione ai divorziati risposati” era un pretesto, al Corsera e a Repubblica non interessa nulla di questo inutile dettaglio peraltro già brillantemente risolto dal Papa. Il tema è l’omosessualità e la legge sul matrimonio omosessuale. Punto. Per il cortile italiano è questa la partita di interesse che si gioca al sinodo. E allora mons. Charamsa ha il merito di aver posto la questione in termini finalmente chiari, perché questo gioco delle ambiguità e dei video con le coppie gay fatti circolare surrettiziamente aveva davvero stancato.

Ora il tema è chiaro e spero che al sinodo se ne discuta in termini inequivocabili. Gay si nasce? il cardinale Kasper pensa di sì. Mons. Charamsa in evidente continuità con questa lezione afferma di aver dunque diritto all’amore, ad un amore tutelato dalla Chiesa e ad un amore tutelato dalle leggi con il suo compagno. Se ha ragione Kasper, ha ragione anche Charamsa (lasciamo stare le questioni canoniche, il celibato sacerdotale così platealmente violato, il tema dell’insegnamento da cui è stato rimosso, ce lo ha detto chiaramente padre Lombardi). La premessa di Kasper, porta a Charamsa, inevitabilmente e inequivocabilmente. Anzi, Charamsa è più onesto. Dichiara che “la dottrina attuale della Chiesa” è contraria alle sue istanze. Nel Catechismo della Chiesa cattolica c’è scritto con nettezza che l’omosessualità è una condizione “intrinsecamente disordinata”. Però rivendica: “Il Cristianesimo è la religione dell’amore: è ciò che caratterizza il Gesù che noi portiamo al mondo. Una coppia di lesbiche o di omosessuali deve poter dire alla propria Chiesa: noi ci amiamo secondo la nostra natura e questo bene del nostro amore lo offriamo agli altri, perché è un fatto pubblico, non privato, e non è una ricerca esasperata del piacere”. Oh, basta veli, basta ipocrisie, questo è il tema: se due sono gay e sono nati gay come dice Kasper e si amano “secondo la nostra natura”, allora quell’amore è un bene pubblico, da tutelare con leggi esattamente identiche al matrimonio. Charamsa lo dice chiaramente: “Penso che su questi temi la Chiesa sia in ritardo rispetto alle conoscenze che ha raggiunto l’umanità. È già successo in passato: ma se si è in ritardo sull’astronomia le conseguenze non sono così pesanti come quando il ritardo riguarda qualcosa che tocca la parte più intima delle persone. La Chiesa deve sapere che non sta raccogliendo la sfida dei tempi”. Un bel via libera al matrimonio omosessuale e, oplà, siamo al passo con i tempi.

Mentre il Corriere della Sera si dà da fare per arare il complesso campo delle questioni dottrinali interne alla Chiesa, aprendo una falla di colossale entità (gli omosessuali presenti tra i monsignori e i teologi sono una marea, questo è il nodo misero di questa triste vicenda), Repubblica come sempre più prosaicamente cerca di cogliere i frutti politici immediati e a Matteo Renzi in un’intervista fa dire: “Ho molti amici sacerdoti, anche loro sanno che è ormai necessaria una legge sulle unioni civili”.

Cari amici cattolici, segnatevi con chiarezza la questione: il combinato disposto degli eventi mediatici di questi giorni, la lettura mediatica che del sinodo sarà data, determineranno le decisioni politiche sulla questione matrimonio omosessuale e utero in affitto. Se la Chiesa non raddrizzerà con evidenza la rotta sulla questione omosessualità e leggi di tutela delle unioni omosessuali, anche solo il silenzio o qualunque altra ambiguità verranno utilizzati in maniera de-ter-mi-nan-te per costruire un via libera alla legge sul matrimonio e sulla filiazione per gli omosessuali, con le conseguenze che in questi mesi abbiamo quotidianamente sottolineato e con il trionfo dell’ideologia del gender nelle scuole, a quel punto inarrestabile.

Il merito di questa grave offensiva mediatica senza precedenti è di aver reso evidente senza ulteriori spazi di ambiguità la questione. Ora il sinodo, la Chiesa, il Papa dovranno giudicare. Giudicare se è accettabile accompagnare la società verso lo strapiombo della desessualizzazione della genitorialità, della transitorietà liquida tra maschile e femminile resi indistinti, della trasformazione dei bambini in oggetti di compravendita, del supermercato dei gameti, dello sfruttamento delle donne come meri uteri da affittare, della commercializzazione della maternità, alla fine della trasformazione delle persone in cose. Oppure dovranno dire, con chiarezza, che tutto questo è inaccettabile e improponibile e tirare il freno prima dello strapiombo. Dovranno giudicare monsignor Charamsa e non solo perché è un prete che ha venduto la fedeltà a Cristo e il conseguente celibato sacerdotale per trenta denari derivanti da un libro “in italiano e in polacco” e qualche giorno da star mediatica dell’olimpo Lgbt.

Io gli riconosco però il merito di aver posto le questioni per come stanno. Da una parte il Catechismo della Chiesa cattolica, dall’altra l’idea che “il sodomita biblico non ha niente a che fare con due omosessuali che oggi in Italia si amano e vogliono sposarsi”. Su questo bisognerà discutere e poi scrivere, con chiarezza e senza tentennamenti. E giudicare. Il peccato e non il peccatore, per carità. Però giudicare. Altrimenti il convoglio andrà verso lo strapiombo e sarà triste scorgere che a guidarlo c’è qualcuno in tonaca.

Ci troviamo nella condizione in cui si trovò San Giovanni Paolo II nel rapporto con la teologia della liberazione. Anche allora quei teologi godevano del consenso di un ampio strato del contesto mediatico, con segmenti popolari che li appoggiavano nettamente. Ma erano a livello dottrinale inconciliabili con l’appartenenza alla Chiesa. Fu una moda, duratura, ma una moda. Oggi tutto quello che allora appariva come dirompente e “al passo con i tempi” è clamorosamente démodé. Non ci furono concessioni allora, non ce ne possono essere ora. Se si vuole salvaguardare la verità.

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05/10/2015
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