Società

di Federica Paparelli Thistle

Planned Parenthood, così il cerchio si stringe

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Giovedì pomeriggio si è tenuta una nuova udienza della Commissione Giustizia formata da membri della Camera dei Rappresentanti al Congresso americano, la seconda aperta al pubblico nell’ambito dell’inchiesta promossa dall’organo legislativo sulle pratiche di Planned Parenthood, il colosso delle cliniche abortiste mascherate da aziende sanitarie, accusato di raccogliere e rivendere a caro prezzo organi e tessuti di bambini abortiti. Per le testimonianze rese e i video mostrati, questa può dirsi la più cruenta delle udienze tenutesi finora ed è bene che sia così.

Il presidente della Commissione, il repubblicano Bob Goodlatte, con la sua dichiarazione iniziale ha fatto ciò che avrebbero dovuto fare a suo tempo i suoi colleghi nelle udienze precedenti, vale a dire togliere di mezzo la inutile quanto falsa argomentazione che i video di Center for Medical Progress, l’associazione di cittadini giornalisti che ha realizzato i video di accusa a Planned Parenthood, siano fortemente manipolati. Bastava infatti citare, come ha fatto Goodlatte, la perizia di esame commissionata dalla stessa Planned Parenthood, la quale non ha rilevato significative tracce di manipolazione, risultanza confermata anche dall’analoga verifica richiesta dall’associazione prolife Alliance Defending Freedom. Ora forse si potrà anche iniziare a parlare del contenuto di questi video.

Testimoni in questa sessione sono stati il dottor Anthony Levatino, ginecologo, Susan Thayer, ex dipendente di Planned Parenthood, Caroline Frederickson, presidente dell’associazione American Consitution Society, e Luana Stoltenberg, una donna che ha fatto ricorso tre volte all’aborto.

Il primo a parlare è stato Levatino, un ginecologo che ha eseguito aborti a partire dagli anni ’70 e che ora è passato a difendere la vita, e non ha risparmiato i particolari. Servendosi degli strumenti usati nella procedura di aborto, ha illustrato a che cosa servono in termini molto espliciti: a strappare via, pezzo dopo pezzo, un bambino dal grembo che dovrebbe proteggerlo. «Usi questo strumento più volte per strappare via la spina dorsale, l’intestino, il cuore e i polmoni», ha detto Levatino con in mano una pinza chirurgica, «a volte esce un piccolo viso e ti fissa. Congratulazioni, avete appena effettuato il vostro primo aborto nel secondo trimestre. Avete appena affermato il vostro diritto di scegliere». Parole taglienti, corroborate da un video che, oltre ad immagini cruente di bambini abortiti, mostrava la dura realtà dell’aborto, dura anche solo dal punto di vista della paziente, la quale, per il modico prezzo di 8mila dollari, viene lasciata da sola, senza alcuna assistenza medica, ad espellere il bambino di 27 settimane nel water del bagno di una camera d’albergo. Il video non si riferisce direttamente a Planned Parenthood e per questo i democratici, approfittando di una temporanea assenza di alcuni repubblicani, hanno approvato una mozione per fare togliere dagli atti il video in questione, una vittoria di Pirro che è durata il tempo del rientro degli oppositori mancanti, che hanno richiesto un secondo voto, andato a buon fine.

Susan Thayer, che ha lavorato per 17 anni come manager in una clinica di Planned Parenthood dell’Iowa, ha spiegato alla Commissione il grande business dell’aborto via webcam: quando una paziente risulta positiva al test di gravidanza, ha raccontato la Thayer, le viene immediatamente proposta questa procedura, che consiste in una breve conversazione via webcam con un medico al di fuori della struttura (un altro modo per tagliare i costi), il quale al termine preme un tasto che apre un cassetto contenente due pillole abortive, una da somministrare nella clinica e l’altra da prendere a casa. Il tutto senza alcuna visita medica e in tempi brevissimi, così da evitare che cambi idea. Le ecografie per determinare l’età del bambino sono effettuate da personale infermieristico con una preparazione minima. Al personale viene inoltre data l’istruzione di dire alla paziente che, in caso di complicazioni a casa, ai medici del pronto soccorso deve dichiarare di avere avuto un aborto spontaneo. L’aborto via webcam è la gallina dalle uova d’oro di Planned Parenthood, ha detto la Thayer: i costi sono tagliati all’osso ma la paziente paga esattamente lo stesso prezzo di un aborto chirurgico, fatto sotto supervisione medica. Ma non finisce qui: l’ex manager del provider di aborti ha affermato che l’azienda ha presentato false richieste di rimborso a Medicaid (l’assicurazione sanitaria federale per individui a basso reddito) per 28 milioni di dollari, comprendenti anche spese per servizi collegati all’aborto, in barba alla previsione di legge che esclude l’uso di fondi governativi per l’interruzione di gravidanza. Secondo la Thayer, inoltre, Planned Parenthood forzerebbe le pazienti coperte da Medicaid a pagare una parte del costo, per poi farsi rimborsare l’intera somma e registrare il denaro riscosso come donazione volontaria. “Nonostante sia indicata come una non-profit, queste sono alcune delle ragioni per cui ha riportato un profitto di 756 milioni di dollari nel corso degli ultimi dieci anni”, ha affermato l’ex manager. “Planned Parenthood è più preoccupata per la riga finale del suo bilancio che per la salute delle sue pazienti”. Le prove in mano alla Thayer non sono state ritenute sufficienti per incriminare Planned Parenthood dai giudici dell’Iowa, uno Stato in cui l’aborto è ammesso fino alla fine del secondo trimestre e in certi casi anche oltre, ma c’è da sperare che ulteriori indagini siano aperte a seguito della sua testimonianza.

Luana Stoltenberg, la cui testimonianza è seguita all’apologia dell’aborto fatta da Caroline Frederickson, secondo la quale senza di esso «le donne non potrebbero vivere una vita piena», ha iniziato con queste parole: «La mia vita è stata devastata dall’aborto». Ecco la vita piena che Planned Parenthood vorrebbe assicurare alle donne. Ha raccontato la sua esperienza di paziente, descrivendo l’aborto come una procedura violenta e dolorosa, eseguita da persone indurite che fanno di tutto per estraniare la donna da ciò che sta succedendo e che la lasciano a sé stessa una volta che ha messo piede fuori dalla clinica. La Stoltenberg non ha esitato ad ammettere che parte di lei è morta quel giorno, insieme al bambino, e al suo posto sono entrate la depressione, l’alcol, le droghe e una vita promiscua, espressione dell’odio che provava per se stessa. «L’aborto non ha mai risolto alcun problema nella mia vita, ne ha solo creati di altri e ancora più grandi». Qualsiasi cosa andava bene purché l’aiutasse a sopire il dolore che portava dentro, così forte da spingerla a tentare il suicidio. Dopo aver sperimentato la forza redentrice dell’amore di Dio, è tornata a vivere e si è sposata. Ma, poiché non riusciva ad avere figli, ha cercato di risalire alla causa e i test medici gliel’hanno rivelata: i tre aborti subiti le avevano arrecato danni permanenti, causandole l’infertilità. Di questa possibilità nessuno l’aveva informata a Planned Parenthood. «Vivo con le conseguenze, il dolore e il rimpianto dei miei aborti ogni giorno, insieme a molte altre donne», ha detto con voce rotta dall’emozione. Ha quindi chiesto ai presenti di considerare come i fondi governativi a Planned Parenthood significhino forzare lei e queste donne a finanziare chi ha abusato di loro, quando stanno già pagando un alto prezzo in rimpianti.

L’udienza si è svolta in un clima costantemente acceso e la cosa è comprensibile, entrambi gli schieramenti hanno molto da perdere: i repubblicani stanno mettendo in gioco la loro credibilità, in un momento in cui molto dell’elettorato è indignato dalla loro inefficacia, ponendo così a rischio le elezioni del 2016; i democratici, al contrario, indossando la maschera dei paladini dei diritti delle donne, cercano in realtà di difendere la loro cassaforte. Il Center For Responsive Politics ha rilasciato i dati relativi all’attività di lobbying di Planned Parenthood, con donazioni alle campagne elettorali di rappresentanti quasi esclusivamente democratici, pratica che è stata denunciata recentemente dalla candidata presidenziale Carly Fiorina, la quale ha parlato di milioni di dollari riversati nelle casse del partito democratico, un dato confermato su scala decennale (3.9 milioni di dollari dal 1990 ad oggi).

La stessa Fiorina è stata bersaglio del fuoco di fila dei giornali liberal per essersi schierata a favore del movimento pro-vita, affermando la veridicità di quanto mostrato dai video di Center for Medical Progress e chiedendo le dimissioni della presidente di Planned Parenthood, Cecile Richards. La candidata alle elezioni presidenziali ha sostenuto, in un acceso scambio televisivo sulla NBC, che non solo gli organi sono estratti da bambini nati vivi, come dimostrerebbero le immagini di un video di un’altra associazione prolife, The Center for Ethical Reform, ma anche che Planned Parenthood riuscirebbe a farsi pagare parte degli aborti con i soldi dei contribuenti americani. Un’affermazione avvalorata anche dalla rivista finanziaria Forbes, che calcolerebbe questa percentuale intorno al 24%, pari a 250mila aborti all’anno.

Non è un caso, quindi, se in questo momento i sondaggi rivelano un crollo del supporto che l’opinione pubblica dà a Planned Parenthood, segno di un cambio di mentalità nell’americano medio, scosso anche solo di fronte all’insensibilità e alla freddezza con cui Cecile Richards e compagni trattano dell’argomento, sia nei video registrati sotto copertura, sia di fronte alle autorità del Congresso. E questo nonostante la frustrante inefficacia dei repubblicani prolife, già da molte parti criticati per la mancanza di preparazione e strategia nelle passate udienze. Eppure, come dicono i giornalisti di Center for Medical Progress sui social network, basterebbe che il Congresso chiedesse a Planned Parenthood una prova tangibile dei presunti costi per la raccolta dei tessuti e organi fetali, costi che il colosso degli aborti afferma essere la giustificazione per le somme che percepisce in cambio dei pezzi di bambini. Basterebbe che guardassero attentamente quei video e si renderebbero conto che, essendo l’attività svolta direttamente nelle cliniche dai dipendenti delle aziende acquirenti, la prova è ben ardua.

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10/10/2015
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