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di Giovanni Marcotullio

Le parole di Melloni

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Implicitamente: senza questo avverbio molte pagine di certi docenti di storia del cristianesimo non avrebbero visto la luce. Si tratta di un corretto criterio di analisi storica che viene facilmente abusato quando si lavora a tesi (e questo avviene più facilmente sui giornali che nei trattati, per fortuna). Un esempio: ieri Melloni ci spiegava che «il sinodo è stato organo deliberante». E come nel timore di averla detta troppo grossa aggiunge: «E tutti oggi lo percepiscono come tale». Questo non è vero in alcun senso, né stretto né lato, e perciò il paragrafo prende le mosse mettendo le mani avanti – «senza modificare un solo canone». Difatti. Nessun canone è stato modificato perché il Sinodo è un organo consultivo, e lo è nel senso più alto del termine (accompagna e sorregge il primato, non ne risulta soggiogato e umiliato). La stessa serenità dei Padri sinodali su di un tema così controverso si spiega unicamente con la consapevolezza di aver “caricato un’arma” (e di averla caricata bene) senza però averne fatto esplodere un solo colpo. Il punto è che Melloni invoca da anni un sinodo dei vescovi che sia deliberativo, e per questo non perde occasione per dire che le sue personali (e legittime) convinzioni si stanno traducendo in realtà.

Collegialità: insieme con l’incorporazione al Crocifisso-risorto, è il cardine di ogni genuina ecclesiologia cattolica. Melloni ha recentemente ricordato, e correttamente, che è un istituto di diritto divino. Quello che non sembra affatto di diritto divino, invece, sono le cordate nazionalistiche che tenderebbero a fare della Chiesa Cattolica una confederazione di Chiese nazionali e/o continentali: in realtà, fin dal principio dell’avventura cristiana le comunità si sono confrontate (e scontrate) sulla base del bagaglio dottrinale che ciascuna contaminava e fecondava col proprio portato etnico (lo facevano, diversamente, sia i giudei sia i gentili). Essa nasce precisamente per scongiurare ogni particolarismo, perché la novità cristiana esigeva fin dal principio che non vi fossero differenze sostanziali nella professione della fede, e che dunque nessuna Chiesa o nessun gruppo di Chiese imponesse sulle altre una propria egemonia.

Primato: quanto sopra detto viene da certi storici minimizzato quando si parla di derive nazionaliste o federaliste mentre viene enfatizzato quando si tira in ballo il primato. Ben prima e ben più radicalmente del primato papale è nato il primato romano, e più o meno contemporaneamente, a quanto ne sappiamo, nasceva anche il cosiddetto “episcopato monarchico” (parliamo della fine del I secolo, giova ricordarlo): con ciò si segnala la prassi – dilagante allora a macchia d’olio tra le comunità del Mediterraneo – di porre varie istanze e diverse forme di reggenza ordinaria e di arbitrato straordinario. Nasceva così, sulla falsariga dello Stato romano, la struttura territoriale ecclesiastica. Tra tutte le primazie della Chiesa antica nessuna spicca tanto quanto quella della Chiesa romana, «che presiede nell’amore la comunione di tutte le Chiese»: questa è la radice di ciò che sarebbe presto evoluto nel primato papale, dapprima, e poi petrino. Certi storici usano parlare del ruolo del Romano pontefice (espressione spesso ingrata alle loro orecchie, e a torto) come se fosse un’invenzione di Gregorio VII o giù di lì. Neanche una settimana fa Melloni si annoverava (una volta di più) tra i sensazionalisti che pretendono che «mai da mille anni un Papa aveva ceduto poteri di sua volontà». Una boutade buona per le pagine di un giornale avvezzo al clamore, ma uno storico del calibro di Melloni non può non accorgersi del fatto che ogni volta che il Papa delega qualche potere sta collateralmente rafforzando la propria forza primaziale: non a caso la Mitis Iudex Dominus Iesus – il motu proprio che neanche due mesi fa segnava la linea di fuorigioco al sinodo sulla materia dei divorziati risposati – comincia con una vigorosissima asserzione della “potestas clavium” che «il Signore Gesù [...] ha affidato all’apostolo Pietro e ai suoi Successori». Né questa è una novità dell’ultimo pontificato: si pensi anche solo rapidamente all’invenzione e all’evoluzione della “cerimonia del Pallio”, da Paolo VI a Francesco, per farsene una ragione. E per darsi pace: l’istanza monarchica della Chiesa cattolica è di diritto divino non meno della collegialità.

Concilio: “il” Concilio che Melloni e i suoi nominano con frequenza quasi ossessiva è il Concilio Vaticano II. Il che non significa che sia il Concilio di cui parlano realmente: ogni volta che – in sede non accademica – si esce dalla vaghezza del generico richiamo a “l’eredità del Concilio” e si prova a oggettivare detta eredità, in un testo, in una riforma, in un uso qualsiasi, ci si vede respingere l’osservazione con un ispirato cenno a “lo spirito del Concilio”, il quale evidentemente non sarebbe ravvisabile nei suoi testi (-> “Implicitamente”). Si scopre man mano, quindi, che “il” Concilio di cui certi storici parlano è il Vaticano III (ne parlano apertamente in questi termini). Lo slogan è “andare avanti”, che viene accompagnato da un saltuario richiamo a “tornare alle origini”: certa storiografia salta quindi dall’archeologismo al futurismo, senza peraltro che le proprie istanze sembrino realmente fondate in altro che in un tentativo di “essere al passo coi tempi”. In modo sconcertante, ieri Melloni declinava l’universalità della Chiesa (cioè la sua nota di “cattolicità”, alla lettera) in termini vagamente volterriani: «“Universale” è l’aggettivo della fraternità nella famiglia umana e della dichiarazione “universale” dei diritti dell’uomo». Si capisce bene come il “saggio e buono” Benedetto XVI (parole di Papa Francesco) abbia parlato dell’ermeneutica di certi storici come di qualcosa che «ha causato confusione», e su larga scala perché «non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media». L’abbiamo visto ieri un’ultima volta. Poiché “al” Concilio Benedetto XVI teneva tanto che volle dedicargli l’ultimo incontro col clero romano, vale la pena ricordare con le sue parole i presupposti di certi storici: «L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità. Con ciò, però, si fraintende in radice la natura di un Concilio come tale. In questo modo, esso viene considerato come una specie di Costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova».

Odioso: Melloni trova tale, testualmente, che si distingua tra «fidanzati, nubendi, sposati, quasi sposati, non sposati, presposati, postsposati, conviventi, divorziati ecc.» Dio sa perché, visto che le lettere apostoliche (che fanno parte della Scrittura, se “il” -> “Concilio” non le ha fatte fuori) non mancano di dare istruzioni circa le vergini, le vedove, i fidanzati e gli uomini sposati. Si capisce che Melloni conti sul fatto che il suo lettore medio non legge neanche un rigo dei documenti di cui egli propina sintesi fraudolente, ma se davvero ritiene “odiose” le distinzioni che declinano l’articolazione delle membra di una comunità cristiana non dica più di apprezzare questo documento: l’intero capitolo III, coi numeri dal 17 al 29, non fa altro che esaminare accuratamente le fasi e i ruoli in cui una persona passa nell’arco della vita all’interno del nucleo famigliare.

Tradizione: è la parola proibita, quella che bisogna conoscere per essere sicuri di non usarla mai, o almeno mai in senso positivo. Essa fa continuo riferimento all’autorità (nel senso etimologico di “ciò che fa crescere”) di chi ci ha consegnato il testimone dell’esperienza cristiana: il pregiudizio positivo nei confronti dei “padri nella fede” non è quasi mai ravvisabile. Di questo avevamo un saggio proprio ieri, quando Melloni definiva «un libro-manifesto allarmato e allarmante» “Undici cardinali parlano di matrimonio e famiglia”. Di certo non questiona sulla forma, lui che ritiene che i cardinali abbiano «il dovere prima che il diritto di dire al Papa che cosa pensano». Infatti ciò su cui si appuntano gli spilli dello storico è la resistenza del porporato a lasciar andare a fondo categorie sicuramente limitate ma non prive di una loro utilità: «Ruini aveva detto che i divorziati erano in una “condizione oggettiva” di peccato». Su di lui sarebbe dunque caduta, “ferma e spietata”, «la bacchettata del sinodo: dice che “il giudizio su una situazione oggettiva non deve portare ad un giudizio sulla imputabilità soggettiva”». È vero che nei famosi paragrafi 84-86 si nota la mancanza della categoria di “intrinsece malum”, e non a caso su quei punti si è registrato il più basso consenso dell’assise conciliare; è vero pure che poco sopra (al n. 63, dove si parla di “responsabilità generativa) si legge: «Quanto più gli sposi cercano di ascoltare nella loro coscienza Dio e i suoi comandamenti, e si fanno accompagnare spiritualmente, tanto più la loro decisione sarà intimamente libera da un arbitrio soggettivo e dall’adeguamento ai modi di comportarsi del loro ambiente». Dunque l’oggettività morale non è stata buttata a mare – con buona pace di Melloni e dei suoi estimatori – le perplessità di Ruini (che certo non teme confronti con Melloni quanto a lucidità, intelligenza e cultura) hanno piena cittadinanza e ora dobbiamo solo aspettare che il professore ci illustri come in realtà, per tutti i principî or ora esposti, quel passo significa esattamente il contrario di ciò che vi si legge e precisamente ciò che lui si sforza di spiegarci.

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27/10/2015
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