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di Giovanni Marcotullio

Vatileaks 2: oggi in libreria Nuzzi e Fittipaldi

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«La pubblicazione di due libri che hanno per argomento istituzioni ed attività economiche e finanziarie vaticane è oggetto di curiosità e di commenti largamente diffusi», ha detto ieri il portavoce della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi. E difatti le sue dichiarazioni hanno seguito di poco la presentazione che, pochi metri dall’altra parte del Tevere, Gianluigi Nuzzi faceva in compagnia di Lorenzo Fazio, direttore editoriale di Chiare Lettere [l’editrice di Nuzzi]. Veniva così presentato “Via Crucis”, il libro che con “Vaticano S.p.A.” e “Sua Santità” forma un tridente di giornalismo d’inchiesta sulle finanze vaticane che ha fatto e farà versare molto inchiostro.

Sul concetto di “giornalismo d’inchiesta” si aprirebbe una disputa non di poco conto, visto che da una parte si rivendica la libertà e il diritto di cronaca mentre dall’altra si parla di “attività illecita”. «In modo incontrovertibile – si legge infatti in una “Avvertenza” preposta al testo del libro – questi documenti sono stati liberamente messi a disposizione da vari soggetti che ne avevano titolarità e regolare accesso. Nessun documento è stato quindi visionato o prodotto in fotocopia illecitamente». Forse presago di quanto di lì a poco padre Lombardi avrebbe dichiarato nella sua nota, Nuzzi ha voluto leggere per intero l’avvertenza e farne dare traduzione in inglese agli intervenuti (che venivano da tutta Europa e anche dal Nordamerica). Anche l’editore Fazio aveva premesso a ogni altra dichiarazione questo asserto. Il portavoce della Sala stampa vaticana, infatti, avrebbe dichiarato poco dopo che «una buona parte di ciò che è stato pubblicato è il risultato di una divulgazione di notizie e documenti di per sé riservati e quindi di un’attività illecita che viene quindi perseguita penalmente con decisione dalle competenti autorità vaticane».

Nuzzi
Nuzzi

Sembrerebbe, quindi, un conflitto di ordinamenti difficilmente risolvibile, e difatti Lombardi va oltre: «Si può dire che in buona parte si tratta di informazioni già note, anche se spesso con minore ampiezza e dettaglio, ma soprattutto va notato che la documentazione pubblicata è perlopiù relativa a un notevole impegno di raccolta di dati e di informazioni messa in moto dal Santo Padre stesso […]». Nuzzi, da parte sua, sembrava aver prevenuto Lombardi con la narrazione della storia degli effetti posta in essere dai suoi libri: dopo “Vaticano S.p.A.” monsignor Caloia è stato velocemente allontanato e processato; con “Sua Santità” sono stati gradualmente messi in sordina e finalmente fuori gioco i personaggî di cui si riportavano le malversazioni; come a dire che i fatti sono genericamente noti, sì, ma sempre per via di inchieste e pubblicazioni non autonome (e non autorizzate). Questo senza mettere in discussione l’operato del Papa: il pontefice argentino brilla anzi nelle pagine di Nuzzi come un eroe romantico, che del titanismo non condivide soltanto l’essere destinato al fallimento. Anche Benedetto XVI, a dire il vero, non fa una brutta figura, e se più volte si ribadisce che la riforma di Francesco parte dalle inaudite dimissioni del Papa bavarese, pure non si tacciono gli sforzi già fatti da quest’ultimo in ordine a una più trasparente gestione delle attività economiche e finanziarie della Santa Sede (parole belle sono spese anche sulle attuali delicate attenzioni del Papa emerito riguardo al suo ex maggiordomo, Paolo Gabriele, noto al mondo come “il corvo di Vatileaks”). Tutto questo è tanto evidente che qualcuno in sala stampa ha chiesto a Nuzzi se l’intento fosse quello di costruire un “elogio a Papa Francesco”. La risposta è stata diplomaticamente impeccabile: «Il libro non è né contro né a favore del Papa. Quando si fa informazione si è imparziali». Certo che a sfogliare le pagine di “Via Crucis” è difficile non accendersi di sdegno con Bergoglio e non parteggiare per lui, come si fa in ogni buon giallo quando si percepisce chi è “il buono vero”. La stessa excusatio è pure a pagina 9 del libro: «Questo non è un libro in difesa del papa ma un’analisi giornalistica dei gravi problemi che affliggono la Chiesa, generati da una nomenclatura ecclesiastica e da centri di potere nemici di ogni cambiamento». «Abbiamo prodotto il libro – ha spiegato Fazio in conferenza stampa – per il pubblico interesse e non contro la Chiesa, ma per i fedeli che alla Chiesa hanno affidato la loro fede e i loro soldi».

Queste sono dunque le dichiarazioni e tali sarebbero gli intenti dell’autore e dell’editore. Chiunque può facilmente osservare che, se quelle informazioni – trafugate o divulgate che dir si vogliano – erano state approntate per esplicita disposizione del Papa, nondimeno nulla sembra indicare che fosse sua l’intenzione di servirsene divulgandole. Si pone pertanto una doverosa domanda sull’utilità della loro pubblicazione: «Dalla prospettiva vaticana – è stata la risposta dell’autore – la violazione dei segreti è un reato. Dalla prospettiva di un giornalista italiano c’è l’obbligo di raccontare notizie che non si sapevano». E ha concluso il concetto dicendo: «Io non faccio lo storico o il commentatore: se i fatti che scopro sono veri, se sono interessanti, io pubblico».

Il controcanto d’Oltretevere sembrava rispondere proprio a questo punto laddove padre Lombardi diceva invece che quelle informazioni sarebbero legate a una fase del lavoro ormai superata: «Una pubblicazione alla rinfusa di una grande quantità di informazioni differenti, in gran parte legate a una fase del lavoro ormai superata, senza la necessaria possibilità di approfondimento e valutazione obiettiva raggiunge invece il risultato – purtroppo in buona parte voluto – di creare l’impressione contraria, di un regno permanente della confusione, della non trasparenza se non addirittura del perseguimento di interessi particolari o scorretti». Come nella caustica parodia di Corrado Guzzanti, dunque, si direbbe: «A voi ve piace ’r torbido, ve piace l’intrigo, no? E noi ce l’avemo messi!».

Se quei dati pubblicati “alla rinfusa” sono infatti legati a una fase superata del lavoro di studio propedeutico alle riforme, va pure detto che una fase speculativa è tuttora in corso (essendo completata la fase “positiva” della raccolta dei dati): «Naturalmente – sono le parole di Lombardi – una gran quantità di informazioni di tal genere va studiata, compresa e interpretata con cura, equilibrio e attenzione. Spesso sono possibili letture diverse a partire dagli stessi dati».

Se questo è senz’altro vero – e pone dunque il lettore in ricerca obiettiva della verità in atteggiamento di “sospetto ermeneutico” nei confronti di ogni lettura dei fatti – sono altri i fattori che, dalle pagine di Nuzzi, colpiscono e catturano l’attenzione. “Il torbido”, manco a dirlo, “l’intrigo”: vedere le foto (pubblicate alle pp. 298 e 299 del libro) delle casseforti blindate dov’era conservato l’archivio della commissione Cosea, e osservarle forzate e scassinate (il fatto sarebbe avvenuto la notte tra il 29 e il 30 marzo 2014), è certamente cosa che colpisce. Il fatto che dell’intero maltolto – ossia dell’archivio messo insieme per volere di Francesco e sottratto nottetempo – sia poco dopo tornata indietro una busta anonima contenente unicamente un carteggio, vecchio di diversi decennî, tra Michele Sindona (il “banchiere di Cosa nostra”) e alcuni vertici di Curia dell’epoca, è colpo di scena degno del più scafato Dan Brown (e Nuzzi centellina i dettaglî di questo coup de théâtre in tutta calma – pp. 179-202). «Non so se Sindona avesse un conto allo Ior – l’autore ha precisato poi ieri in conferenza stampa –, quella pagina dovrebbe essere definitivamente e fortunatamente chiusa. […] Sindona appartiene all’archeologia del Vaticano, perché tanti passi sono stati fatti: è un meschino atto intimidatorio, che però dà l’idea di come si muovono i nemici di Papa Bergoglio».

Certamente questa idea la dà, bisogna darne atto a Nuzzi: allo stesso però – che afferma di «non avere elenchi di nomi, solo elenchi di fatti» – si può osservare che difficilmente i fatti riportati senza nomi (non per sua colpa o per omissione, evidentemente) possono generare in chi ne viene a conoscenza altro che un’insicurezza forse non completamente giustificata.

E sembra essere questo il timore di padre Lombardi, quando afferma che «ciò non rende in alcun modo ragione al coraggio e all’impegno con cui il Papa e i suoi collaboratori hanno affrontato e continuano ad affrontare la sfida di un miglioramento dell’uso dei beni temporali al servizio di quelli spirituali». Un lavoro giornalistico adeguato sottolineerebbe e incoraggerebbe maggiormente questo, rileva il portavoce vaticano: «La strada della buona amministrazione, della correttezza e della trasparenza, continua e procede senza incertezze. È questa evidentemente la volontà di Papa Francesco e non manca certo in Vaticano chi vi collabora con piena lealtà e con tutte le sue forze».

Lombardi
Lombardi

Quanto alla lealtà, sembra che in questo frangente siano sulla scena troppi padroni perché gli arlecchini di turno si sforzino di compiacerli tutti: ce n’è una verso il Pontefice regnante che, in qualità di sovrano, ha disposto strumenti e fini di un’indagine; ce n’è un’altra verso il dovere di cronaca (anche se considerato in sé stesso, come un’entità metafisica); ce n’è un’altra ancora verso la propria coscienza, che può intimamente ritenere di contribuire meglio a una causa condivisa in un modo piuttosto che in un altro. Tutto ciò è presente nel complesso quadro che ha preceduto e accompagnato questo scandalo, che cade nell’intercapedine giusta tra il Sinodo e il Giubileo – «è stata attenzione degli editori», ha detto Nuzzi, «altrimenti ci saremmo prestati a strumentalizzazioni» –: era impossibile che l’attenzione non si volgesse, almeno in conferenza stampa, su monsignor Vallejo Balda e sulla dottoressa Chaouqui. Un curioso paradosso vuole che il primo sia citato ventotto volte nel libro, e sempre con i toni riservati a un uomo determinato nel portare avanti un progetto impegnativo e buono; la seconda, al contrario, appena tre volte, laddove l’interessata non aveva mai fatto mistero di essere legata a Nuzzi da un legame professionale e amicale. «Sulle mie fonti – questa la risposta di Nuzzi – non dico nulla perché le fonti vanno tutelate, ma parlare di “corvi”, “fagiani”, “lepri”… con degli arresti in concomitanza con l’uscita del mio libro… mi sembra un maldestro tentativo di spostare l’attenzione rispetto ai problemi che questo libro racconta documentariamente». E aveva premesso: «Io faccio il giornalista. Vedere delle manette strette ai polsi, anche di un sacerdote, come risposta a un libro, lo considero una reazione abnorme». Incalzato ulteriormente dalle domande dei colleghi, Nuzzi si è minimamente dilungato su monsignor Balda: «Era stato scelto come coordinatore di Cosea, ed era l’unico religioso all’interno della commissione. Ritengo un po’ scontata, facile e banale, l’idea che qualcuno decida di rendere nota una serie di scandali, dopo una vita votata al Vangelo, perché non ha avuto una nomina».

I collaboratori che avrebbero consegnato a Nuzzi i materiali di “Via crucis”, dunque, avrebbero agito in piena libertà e totale autonomia (benché resti controverso il concetto di autonomia quando si parla di materiali di lavoro che ipso iure sono soggetti ad altro rapporto, anche sancito da contratto). La ragione che nel libro il giornalista se ne dà è la seguente: «Chi ha voluto mettere a disposizione questo materiale lo ha fatto perché patisce la radicale ipocrisia di coloro che sanno tutto ma non vogliono ammettere ciò che sta accadendo in Vaticano, preferendo fare buon viso a cattivo gioco. Sono persone che sperimentano quotidianamente l’abissale differenza tra quanto viene promesso a Francesco e quanto viene poi attuato per insabbiare le sue riforme, minando così la credibilità del pastore argentino» (p. 9).

Ancora un quadro a tinte fosche, dunque, e l’epica di un gesto estremo compiuto per “dare uno scossone” (o la classica “spinta alla storia” di bolscevica memoria). «Bisognerebbe avere la serietà – osserva in merito Lombardi – per approfondire le situazioni e i problemi specifici, in modo da saper riconoscere il molto (assai più di quanto generalmente non si dica, e sistematicamente taciuto dal genere di pubblicazioni di cui stiamo parlando) che è del tutto giustificato e normale e ben amministrato (compreso il pagamento delle tasse dovute) e distinguere dove si trovano inconvenienti da correggere, oscurità da illuminare, vere scorrettezze o illegalità da eliminare».

Qualcosa del genere sembrava indicare, in conferenza stampa, anche un collega, che a Nuzzi esponeva perplessità circa la “bicromia fissa” della sua narrazione – ci sono “i buoni” e “i cattivi” –, il filare liscio della trama come se non ci fossero buchi, intoppi, punti che richiederebbero maggiori informazioni e spiegazioni più autorevoli.

Ci sono di mezzo i soldi, questo è chiaro e si è capito. Quello che non si è capito è di chi siano questi soldi e dove vadano. Perché, per esempio, Nuzzi si è detto “orgoglioso” del fatto che, in accordo con la direzione di Chiarelettere, il 50% dei diritti d’autore dei suoi libri sia stato devoluto in beneficienza (e le due parti si dichiarano pronte a dare al momento giusto informazioni più dettagliate circa la destinazione di quei fondi). Quello che invece sembrerebbe chiaro è che tra “Via Crucis” di Nuzzi e “Avarizia” di Fittipaldi non sussisterebbe altro legame che la fortuita coincidenza nella pubblicazione («Non ho mai parlato col collega – ha detto Nuzzi – e ho saputo del suo libro leggendone su internet»). Neppure appare chiaro il tipo di coinvolgimento di chi al contempo: a) dice di non doversi interessare alle ripercussioni delle sue pubblicazioni sull’immagine di Francesco; b) afferma che la fede «è e resta un fatto personale»; c) evoca il Pontefice, durante la conferenza stampa, riferendosi ripetutamente a lui con l’espressione “il nostro Santo Padre”. Certo che anche la faccenda di un tempismo editoriale così ben anticipato da un duplice arresto in Vaticano (di un prete e di una donna, poi!) regala ai due libri oggi in uscita – fortuitamente, senz’altro – le più rosee prospettive di incasso.

A proposito, abbiamo saputo da una lettera a Marco Tarquinio, Direttore di Avvenire, che ci sarebbe stato un delizioso “prequel” al lancio editoriale che pretende di vendicare l’opacità delle finanze vaticane con la trasparenza dei bestseller:

Caro direttore,
lunedì 12 ottobre, ricevo sul mio cellulare un messaggino da un numero sconosciuto: «Buongiorno, don Maurizio, sono Gianluigi Nuzzi, scrittore e conduttore di Quartogrado su Rete4. Volevo chiamarla per parlarle brevemente di una cosa. Quando posso disturbarla? Grazie. A presto». Chiamo io. Una chiacchierata cordiale. Nuzzi mi chiede se ho avuto modo di leggere qualche suo libro. Risposta affermativa. Aggiungo che non sono di quelli che a tutti i costi vogliono difendere chi si è reso colpevole di scandali e abusi nella Chiesa. Siamo servi della verità non della menzogna. Nuzzi mi propone di essere accanto a lui a Roma il giorno 9 novembre 2015 quando in una «importantissima conferenza stampa» presenterà il suo ultimo libro. “Perché mai avrà pensato a me?”, mi domando. Gli chiedo, allora, di inviarmi subito il libro per poterlo leggere e meditare con serenità per poi decidere di conseguenza. Nuzzi si segna il mio indirizzo e-mail e ci salutiamo. Dopo qualche giorno ritelefona. Comprendo subito che ha difficoltà a mandarmi il libro, per cui senza perdere tempo gli dico: «Gianluigi, guarda che stai parlando con una persona seria…». Il libro non arriva. Ancora qualche giorno e richiama: «L’editore – dice – non è d’accordo sull’invio». Bene, possiamo anche salutarci. Invece mi propone di venire a Napoli personalmente per «spiegarmi» il libro. Resto basito. «Gianluigi, ma che dici? Tu che sei uno scrittore non sai che un libro si legge e non si spiega?». Insiste. Superfluo sottolineare che sulla base di quella “spiegazione” avrei dovuto a mia volta commentare il libro in una «conferenza stampa internazionale». Insisto anch’io: posso eventualmente parlare solo di ciò che conosco. Nuzzi annota di nuovo il mio indirizzo promettendo di inviarmi il libro. Il libro non è mai arrivato. E lo scrittore non si è fatto più sentire. Sono rimasto con la sensazione che volesse tirarmi un tiro mancino. Da questi strani modi di fare, naturalmente, sono distante mille miglia. Forse Nuzzi non poteva immaginarlo.

Padre Maurizio Patriciello

Di sicuro c’è dietro una grande montagna di soldi, da qualche parte.

Quid non mortalia pectora cogis,

auri sacra fames.

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05/11/2015
1809/2019
S. Giuseppe da Copertino

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