Chiesa

di Giovanni Marcotullio

Ecologia integrale, non ambientalismo

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La luce fu, certo, ma «non è tutto oro quello che luccica»: “Lucifero” divenne il nome del tenebroso per antonomasia, ed esiste più di un “grande oriente” da cui si innalza meno chiarezza che confusione.

Premesso questo, va pure detto che occorrerebbe maggiore moderazione (e modestia) da parte del “kattoliko kollettivo” quando partecipa al mondo i suoi giudizî: per una bizzarra nemesi della storia, infatti, una parte del mondo cattolico si trova recentemente spiazzata da trovate come quella di Fiat lux, l’ormai arcinota proiezione sulla facciata di San Pietro, e riversa per il rumoroso etere dei social tutta la bile di cui è capace. Sovente alimentati da un’incapacità di leggere i dati con vera intelligenza, essi si definiscono per l’ansia spasmodica di dare rapidamente un giudizio che sia chiaro e netto, e quanto più il tema è delicato e controverso, tanto più essi si credono nel giusto nel battibeccare a suon di slogan. In questo assomigliano molto, loro malgrado, ai cortigiani entusiasti, i quali già cominciano l’encomio solenne della “novità senza paragoni” ancora prima che l’evento sia terminato.
Fiat lux ha fatto molto discutere, laddove di cose serie di cui discutere ce ne sarebbero molte, mentre di per sé si tratta di una quisquilia colossale. Per fortuna. Così almeno possiamo osservare con calma le dinamiche e gli effetti, senza doverci preoccupare di correre ai ripari: non ce n’è bisogno, si tratta di cose che fanno “molto rumore per nulla”.
Anzitutto, però, va sconfessato schiettamente chi ritiene di aver visto qualcosa di profondamente innovativo: la basilica vaticana ha ospitato ben altri spettacoli, non meno audaci (si pensi al ritratto piccante di Giulia Farnese sulla tomba di Paolo III, che alle grazie della sorella dovette proprio l’avvio purpureo della sua precoce carriera ecclesiastica); né più sibillini (o non ricordiamo gli stemmi partorienti di Urbano VIII?). Perché davvero di uno spettacolo rinascimentale si è trattato, con Fiat lux – dispendioso e mirabolante – e nulla di più meraviglioso ha prodotto dello strano controsenso per cui a lodarlo sono stati soprattutto quelli che alla “Chiesa” rimproverano da sempre “la ricchezza” e “lo sfarzo”. Nessuno dei tanti piccoli o grandi cantori delle “magnifiche sorti e progressive” di questa presunta “nuova Chiesa” visiterebbe Palazzo Spada senza pensare con repulsione al cardinale Girolamo Recanati Capodiferro (o più probabilmente, ancora, a “la Chiesa” e basta), che riempì casa sua di un tripudio di forme e colori incantevoli, di cui neppure uno aveva il benché minimo legame di parentela col cristianesimo. Era l’epoca passata alla storia come “umanesimo”: gli intellettuali amavano celebrare la classicità greco-romana priva di contaminazioni posteriori, e se qualche ecclesiastico si faceva casa “non poteva” sfigurare davanti “agli altri”, quindi si limitava – ma nemmeno sempre – a farcire le rappresentazioni pagane di allegorie cristiane, come in fin dei conti si faceva, benché in altro modo, fin dai sarcofagi dei primi ricchi cristiani (che credono di vedere i turisti che vanno a sgranare gli occhi davanti alla Fontana di Trevi?). Ma gli strumenti dei belanti adulatori sono troppo grossi per arrivare a tanta distinzione: bene l’umanesimo, male le allegorie cristiane; malissimo Palazzo Spada, benissimo Fiat lux.
Ugualmente rozze sono le lenti del “kattoliko kollettivo”, che nell’ansia di mostrarsi duro e puro calpesta nell’inevitabile decadenza di oggi l’innegabile gloria di ieri, e col moralistico riferimento allo “schiaffo alla povertà” si fa grottesco imitatore delle contraddizioni dei suoi avversarî e dell’ipocrisia di Giuda, il quale era tanto roso dall’invidia che non seppe riconoscere nei sensuali ma castissimi gesti di una donna l’onore funebre che l’umanità tributava all’uomo-Dio morituro.
Che grilletti veloci (o piuttosto che tastiere fumanti) nel tirare in ballo il fumo di satana e satana stesso, la massoneria con tutti i suoi compassi, per uno spettacolino rinascimentale. E quale sfondo migliore, per una serie di slide che non fa menzione della storia della salvezza, della facciata di una chiesa su cui il nome di chi l’ha dedicata (Paolo V) confina in secondo piano, decentrato e abbreviato, quello di colui cui è dedicata (San Pietro)?
La massoneria e il diavolo esistono e operano, per carità, ma accusare la loro opera dietro a ogni sciocchezza smentisce la loro astuzia, che si suppone grandemente sottile, e al contempo denigra la nostra intelligenza. Le perplessità su quello che si legge in giro circa gli investimenti della World Bank – che ha offerto il mega-siparietto dell’Immacolata – ce le teniamo fino a prova contraria, perché altro è lottare per estinguere la povertà, altro è brigare per estinguere i poveri; in tal senso, e con un occhio alla storia (remota e recente), suggeriamo ai responsabili ecclesiastici di certe collaborazioni di non dimenticare che «il denaro è un ottimo servitore ma un pessimo padrone», e che «i Greci vanno temuti anche quando portano doni» perché con certi doni non è mai chiaro chi comanda e quali interessi vengono nutriti.
Ad esempio, tra le decine di articoli scritti ieri avremmo avuto piacere di leggere qualcuno che avesse saputo spiegarci che c’entrava lo spettacolino con il giubileo. Va bene l’enciclica, ma martedì erano altri due i punti all’ordine del giorno: che c’entravano le bertucce con l’Immacolata concezione o con la divina misericordia?
A noi piace pensare che lo sfarzoso carosello rinascimentale abbia voluto omaggiare la tipologia patristica dell’arca di Noè, immagine della Chiesa, che prima di introdurre tutte le creature alle rinnovate esigenze del patto con Dio salva il seme della nuova creazione senza escludere alcuna impurità. Ci piace pensare che la franchezza del confronto tra Cipriano e Cornelio (e dello scontro tra questi e Novaziano) trovi anche nella dialettica ecclesiale del momento presente dei validi epigoni. Francesco ne è all’altezza: ai punti 70 e 71 della Laudato sì si mostra consapevole di questi termini e c’è da sperare che potrà contribuire a una sintesi convincente di giudizio e misericordia. Dubitiamo invece che i cortigiani e i sicarî che lo circondano siano consapevoli della dinamica in corso e della posta in gioco. Restano due fatti: l’“ecologia integrale” del Papa non è “ambientalismo”; e la misericordia è roba che si fa, non una chiacchiera da social.

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10/12/2015
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