Società

di Silvia Lucchetti

“Difendiamo i nostri figli”: «Pronti a tornare in piazza»

Sabato c’è stato a Roma all’Auditorium Antonianum il primo congresso nazionale del Comitato “Difendiamo i nostri figli”. Ha aperto la giornata il presidente Massimo Gandolfini che ha ricordato con gioia la manifestazione del 20 giugno scorso a piazza San Giovanni, convocata dal Comitato per riaffermare il diritto dei genitori ad educare i figli e fermare la “colonizzazione ideologica” della teoria Gender nelle scuole. L’incontro di sabato, a poco più di cinque mesi da quella bellissima piazza, è stato organizzato per valutare il lavoro svolto fino ad oggi nella difesa dei più piccoli e della famiglia, per definire le linee operative comuni per i prossimi mesi e per conoscere e incontrare i rappresentati dei Comitati Locali DFN (Difendiamo i nostri figli) nati sulla scia del Comitato Nazionale permanente.

Nella prima parte della giornata sono intervenuti sul palco i quattordici fondatori, il primo è stato Mario Adinolfi che con parole forti ha affermato l’importanza della battaglia contro il ddl Cirinnà e contro l’ideologia gender di cui oggi cominciamo a vedere i primi frutti: «Il 20 giugno non abbiamo fatto la manifestazione della CGIL con i pullman pagati e il sacchetto con il panino, non è stato quel genere di cosa» ha esordito, «Il 20 giugno avete preso i vostri figli e li avete portati in piazza, in una piazza dove il Signore ci ha regalato tutto, anche il diluvio per metterci alla prova e noi non ci siamo mossi di un millimetro e non ci muoveremo di un millimetro perché non solo stiamo vincendo, noi stiamo convincendo, stiamo convincendo il paese». A pochi mesi dalla manifestazione, ha continuato, e in queste settimane «abbiamo cominciato a leggere sui giornali le discussioni di un mondo che avevo provato a stimolare con un libro (ma da solo non potevo farcela, c’è stato bisogno di voi) che è il mondo della sinistra italiana, dove bisognava discutere di utero in affitto, stepchild adoption, di cos’era l’articolo 5 del ddl Cirinnà. Quel mondo prima ha provato a negare che ci fossero operazioni che arrivavano alla legittimazione dell’utero in affitto, poi è stato costretto ad ammettere che c’era qualcuno addirittura che firmava quella legge perché aveva fatto ricorso lui a quella pratica. Abbiamo spiegato che c’era un bel conflitto di interessi a voler costruire una legge che legittimasse la sua pratica compiuta all’estero con montagne di dollari per comprarsi un bambino e affittare un utero sulle povere spalle di una donna. Glielo abbiamo spiegato che al popolo italiano non si mente, che non si fanno imbrogli in parlamento ma che bisogna parlare chiaro. Li abbiamo costretti a parlare chiaro e allora li abbiamo anche convinti che le persone non sono cose e che i bambini non te li puoi comprare».

Mario Adinolfi ha poi citato l’appello di questi giorni delle femministe italiane che finalmente hanno condannato dalle pagine dei giornali nazionali l’utero in affitto: «Leggevo l’appello delle femministe di Se non ora quando che con un po’ di ritardo sono arrivate a spiegarci che “gli uteri delle donne non sono forni” Eh già! Lo dicevamo da un po’ di tempo e ci siamo presi tutti gli insulti del mondo per affermare questa verità». Poi ha segnalato l’intervista dell’8 dicembre comparsa su Avvenire all’esponente Livia Turco che ha definito l’utero in affitto «una pratica abominevole». Quindi ha sottolineato come qualche passo in avanti anche nel mondo politico è stato fatto, però, ha continuato, c’è un fatto che preoccupa: «Pochi giorni fa sono arrivati i giudici a tentare di saltare il passaggio democratico della discussione parlamentare e di vararlo per via di sentenza, per via giurisprudenziale. Noi siamo qui riuniti anche per dire no ad alcuna violazione del percorso democratico e istituzionale che prevede che su questi temi decida il popolo italiano non un magistrato del tribunale di Milano perché questo è semplicemente inaccettabile».

Mario Adinolfi si riferisce alla sentenza del Tribunale di Milano che ha forzatamente introdotto una legittimazione della stepchild adoption consentendo l’adozione alla ex compagna omosessuale della madre di una bambina. Ha concluso poi il suo appassionato intervento citando i sondaggi che mostrano la contrarietà degli italiani alla stepchild adoption: «il ddl Cirinnà va ritirato e se non sarà ritirato noi torneremo in piazza e vinceremo, perché siamo convincenti, abbiamo le ragioni dalla nostra parte». Infine si è rivolto ai presenti e ai comitati locali: «Continuate a radicare questa lotta nel territorio, continuate a farlo insieme a noi che siamo molto orgogliosi. Ogni volta che vedo le immagini della manifestazione mi viene la pelle d’oca, perché siamo scesi in piazza senza interesse, pagando solo prezzi colossali, ognuno di noi sa quanto paga battagliando su queste tematiche che vengono considerate da molti tabù o roba da retrogradi e bigotti. Lo sappiamo quanto stiamo pagando ma per difendere i nostri figli, pagheremo ogni prezzo perché questa è la nostra ragione sociale, questo è il motivo per cui siamo riuniti qui oggi». Il portavoce Gandolfini ha poi letto la lettera che Toni Brandi, assente fisicamente ma «unito nell’anima», ha inviato al congresso:

«Centinaia di progetti mirano a inculcare nella testa dei bambini due principi fondamentali della teoria di genere: l’indifferenza del sesso biologico rispetto alla dimensione psicologica e sociale della persona e la prevalenza della soggettiva e potenzialmente mutevole identità di genere sul sesso biologico» ha scritto Brandi, «inoltre i suddetti progetti sulla scia delle direttive dell’Organizzazione Mondiale della Sanità implicano spesso una sessualizzazione precoce dei bimbi. Chi ci guadagna da questa educazione sessuale alla sessualizzazione precoce dei nostri figli?» ha domandato nella sua lettera il presidente di ProVita «Le industrie del porno, della contraccezione e le industri farmaceutiche».

Il Center for Disease Control statunitense «denuncia 10 milioni di nuove infezioni all’anno relative a malattie sessualmente trasmesse e riguardanti i giovani dai 14 e i 25 anni. I rapporti commissionati dal governo britannico indicano un aumento degli abusi e della pedofilia tra i giovani. I paesi che hanno tassi più elevati di violenza e abusi sessuali a danni di donne e di bambini sono quelli come i Paesi scandinavi, il Belgio, l’Olanda, il Regno Unito che hanno da lungo tempo promosso un’educazione sessuale secondo la prospettiva di genere e sul modello dell’OMS». Dati da tenere a mente, ha commentato Gandolfini «che smascherano la falsità secondo cui l’educazione sessuale di Stato ha prodotto una maggiore capacità di controllo dei giovani e dei comportamenti violenti». Antonio Brandi nella parte conclusiva della sua lettera ha avuto parole di incoraggiamento e di unità: «Non è esagerato affermare che la rivoluzione del gender rappresenti la più radicale e la più pericolosa rivoluzione antropologica che il mondo abbia mai visto. Allora cari amici lottiamo tutti uniti per i nostri bambini affinché la ragione, la ragionevolezza e il buon senso possano prevalere». Poi è stato il turno dell’avvocato Gianfranco Amato che con la veemenza e l’entusiasmo che lo contraddistinguono ha ricordato dal palco dell’Antonianum la celebre strategia di Gandhi: «Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono e infine vinci».

«Sul tema del gender ancora non abbiamo vinto» ha detto Amato, «siamo nella terza fase, quella del combattimento». In seguito ha raccontato cosa è accaduto a Potenza Picena ad ottobre scorso con la senatrice Fedeli: «Dopo il mio incontro hanno deciso di chiamare la senatrice Valeria Fedeli vice presidente del Senato che non è stata molto carina nei miei confronti. Mi ha descritto come uno che manipola le menti e con un’ironia sferzante mi ha anche deriso davanti a tutti. Sapete come ha intitolato il quotidiano locale la cronaca di quell’incontro? “Gender, la senatrice Fedeli: Amato blocca i cervelli”. E ha detto, tra l’ilarità generale, “che io non solo non uso il cervello ma non lo faccio usare agli altri”, esponendomi così alla pubblica gogna».

Amato ha citato poi il cardinal Bagnasco: «Essere esposti alla pubblica gogna è il destino di tutti coloro che hanno il coraggio di andare controcorrente e questo lo aveva già profetizzato il cardinal Bagnasco quando aveva detto che è il totalitarismo del pensiero unico che decide cosa esiste e cosa non esiste, di cosa si può parlare e di cosa è proibito parlare, pena la pubblica gogna», ma «è un totalitarismo culturale che è tanto arrogante quanto più è vuoto, tanto pauroso quanto più nudo e noi dobbiamo avere il coraggio di dire il re è nudo!». L’avvocato ha concluso il suo discorso togliendosi un sassolino dalle scarpe come ha detto lui stesso: «Io mi sono stufato, lo dico con rispetto per gli amici mussulmani, di dare ai seguaci dell’Islam il monopolio di affermare la priorità di Dio. Noi non possiamo più parlare di fede, perché dobbiamo essere trasversali, dobbiamo essere laici, dobbiamo essere neutrali, io mi sono rotto di questo atteggiamento. Rivendico il mio sacrosanto diritto di proclamare dai tetti delle case, orgogliosamente e pubblicamente, che il Vangelo è il libro della libertà perché Cristo e la libertà di Dio ora sono in noi».

A seguire ha preso la parola Giusy D’Amico: «Abbiamo detto no al gender nelle scuole, abbiamo detto no a un disegno di legge che vuole confondere questa generazione sul concetto di famiglia e sappiamo che quando la legge passa fa cultura. Allora la famiglia oggi, noi vogliamo affermarlo anche nella scuola, è una sola, quella fondata – come afferma la Costituzione – sul matrimonio e formata dalla mamma e dal papà. Non ci interessa questo disegno di legge sulle unioni civili, ci interessano molto i diritti civili, i diritti delle persone, di ogni persona, però rifiutiamo qualunque inciucio che si chiami Cirinnà, che si chiami Union civil partership, articolo 5 sì articolo 5 no, non ci interessa. Non vogliamo che venga fuori un tipo di famiglia senza un padre e una madre e questo è quello che desideriamo promuovere nella scuola». La scuola «non può insegnare che avere due mamme e due papà, con libricini molto colorati e accattivanti, sia uguale ad avere un papà e una mamma, non è la stessa cosa. Tutti gli studi di pedagogia e psicologia dell’età evolutiva convergono sulla necessità fondamentale del bambino ad avere due figure di riferimento. Il padre e la madre nella loro complementarietà e nella ricchezza delle loro differenze donano al figlio la completezza necessaria per uno sviluppo armonico della sua personalità futura».

Con la sua esperienza ventennale come insegnante Giusy D’Amico ha affermato che «non si possono ignorare queste istanze. Non possiamo, noi educatori, far passare ogni cosa dentro un calderone liquido dove tutto è uguale a tutto. I bambini devono sapere che i figli nascono da un padre e da una madre, che nascono come maschi e femmine e che vengono generati dall’unione di un maschio e di una femmina». La scuola non può raccontare menzogne: «Tutti noi sappiamo che due mamme e due papà per quanto vogliano dare affetto ai loro figli, comprati, acquisiti, saranno certamente capaci di dare amore, perché conosciamo quanto sia forte il desiderio di paternità e maternità. Quello che però vogliamo sottolineare nella scuola è che questo desiderio non può essere automaticamente un diritto quando viene negato al bambino l’unico diritto che deve essere rispettato: sapere da chi è stato generato, avere un padre e una madre». Infine Giusy D’Amico ha terminato il suo intervento soffermandosi sul peso morale, sulla responsabilità che tutti noi abbiamo nei confronti dei più piccoli: «Favorire percorsi dove si rende normale la scelta di una continua autodeterminazione, apre ad una babele di comportamenti sessuali e gli conferisce una liceità nella scuola. Perché il bambino crede alla maestra come fosse sua madre e questo potere non può essere strumentalizzato». «Dobbiamo difendere» ha affermato «l’identità maschile e femminile, perché oggi istillare nel bambino dubbi di questa portata ha un peso enorme di cui noi siamo responsabili e domani dovremo rendere conto al tribunale dei bambini. Perché fra vent’anni forse quei piccoli saranno depressi, incapaci di capire la loro vera identità e noi avremo avuto la nostra responsabilità. Dobbiamo rifiutarci di provocare aborti in queste fragili coscienze in embrione, rifiutarci di essere rieducati da associazioni LGBT, rifiutare che questa sia un’imposizione del pensiero unico da passare ai nostri alunni. Allora di fronte a questo è bene che sappiano che i bambini non si toccano, perché chi tocca un bambino nell’anima l’ha toccato per sempre».

Giusy D’Amico ha spiegato nel suo discorso che è stata montata in Italia negli ultimi due anni un’emergenza omofobia nelle scuole che non esiste «per giustificare l’operato dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) che nel 2013 ha emanato una strategia avallata dal governo Monti: dieci milioni di euro per il triennio dal 2013 al 2015 per introdurre nelle scuole un progetto per il contrasto alle discriminazioni di genere e di orientamento sessuale. Questa stesura è stata affidata solo a 29 associazione LGBT. Noi come Comitato Difendiamo i nostri figli abbiamo proposto una petizione che vi invitiamo a diffondere perché venga ritirata questa strategia e venga totalmente rivista da associazioni di genitori, docenti, famiglie, psicologi, persone preparate e che hanno famiglia».

Il portavoce Massimo Gandolfini ha poi invitato sul palco Emanuele Di Leo presidente di Steadfast onlus che ha parlato della schiavitù della maternità surrogata: «Noi pensiamo sempre alla schiavitù rilegandola a qualcosa di storico, al passato, ma la schiavitù è presente oggi ed ha acquistato un nuovo volto. Uno di questi volti è la maternità surrogata o utero in affitto, che è presentata al popolo come qualcosa di bello, come un’azione di amore ma è un mero atto commerciale che sfrutta la figura femminile, spesso nei paesi più poveri, per vendere bambini e creare una nuova forma di business: allevamento di essere umani». Le donne povere vengono raggirate e per nove mesi non sono libere «ma oggetto di un contratto. Le aziende organizzano tutto, dal viaggio alla clinica, cosa mangiare e a che ora andare in bagno, fino a far diventare quelle donne una fotografia da caricare su un sito internet all’interno di un listino dove la gente può comprare».

La schiavitù oggi è presente, ha affermato Di Leo, «e nonostante il Codice penale nell’articolo 600 e 601 descriva la schiavitù come un delitto, ci sono individui che vogliono presentare questo al parlamento per farlo diventare una legge». Ha concluso il presidente di Steadfast «sono sicuro, noi siamo sicuri, che il popolo italiano non vuole assolutamente ciò e se servirà tornerà in piazza». Paolo Floris, presidente nel 2007 del Forum delle associazioni familiari del Lazio, invitato sul palco si è riallacciato alle parole di Mario Adinolfi «noi stiamo, come diceva Mario, convincendo le persone. Abbiamo vinto una battaglia ma non ancora la guerra. Noi stiamo convincendo perché c’è un humus radicato nel nostro popolo e nella nostra cultura che è un humus profondamente contrario allo stravolgimento della natura e del diritto naturale. Ci richiamano continuamente attraverso una campagna di stampa martellante alla differenza dell’Italia rispetto alle democrazie progredite. Queste democrazie però stranamente sono progredite in quest’aspetto ma non sono altrettanto progredite nell’assistenza ai deboli, nell’accoglienza dei migranti, nella difesa degli anziani e dei malati». Poi Floris ha citato un celebre discorso di San Giovanni Paolo II alla Camera nel 2002: «È venuto crescendo nel mio animo l’ammirazione per un paese in cui l’annuncio evangelico qui giunto fin dai tempi apostolici ha suscitato una civiltà ricca di valori universali e una fioritura di mirabili opere d’arte nelle quali i misteri della fede hanno trovato espressione in immagine di bellezza incomparabile» e poi ha aggiunto: «Papa Francesco sta lottando contro la colonizzazione ideologica, ha definito il gender un grave errore della mente umana, avete sentito qualche giornale riportare queste affermazioni? Il Papa va bene se fa un’enciclica dove accenna e dà conto dei problemi ecologici ma dell’ecologia che riguarda lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo non ne parla nessuno».

Sul palco poi è stato il momento di Alfredo Mantovano che ha ripreso il discorso delle femministe di Se non ora quando e ha parlato del ddl Cirinnà vecchio e nuovo: «L’utero in affitto non è qualcosa che verrà dopo come sviluppo è qualcosa che c’è già adesso nel ddl Cirinnà per come è stato consegnato. Un gruppo di valorosi senatori ha proposto di accordarsi almeno su un punto: rafforzare il divieto dell’utero in affitto. La risposta è stata uno sprezzante no». Ha specificato Mantovano che «non va bene neanche stralciare l’articolo 5 lasciando in piedi tutto il resto, perché se passerà il novantacinque per cento poi un qualsiasi giudice dirà che quel cinque rimasto è una discriminazione e lo metterà subito. Sul ddl Cirinnà non c’è trattativa, deve seguire la stessa sorte del ddl Scalfarotto: essere messo da parte».
E poi ha concluso amaramente: «Con l’aborto legale e la fecondazione eterologa il bimbo è stato già ridotto ad oggetto, adesso è giunto il momento di ridurre ad oggetto anche la mamma».

A prendere la parola dopo l’intervento di Mantovano è stata Costanza Miriano che, con l’ironia e la grazia che la contraddistinguono, ha parlato di quei falsi miti che ingannano la donna: «vogliono farci passare per conquiste e miti di progresso cose che ci rendono infelici, credo la responsabilità sia soprattutto di noi donne che abbiamo abdicato al nostro ruolo rinunciando alla nostra grandezza, che abbiamo dimenticato la nostra vocazione e la nostra chiamata che è prima di tutto quella di difendere la vita». Ha spiegato che con questa realtà profonda tutte le donne prima o poi sono costrette a fare i conti, ha citato il caso di Emma Bonino e lo smarrimento da lei provato, dichiarato in alcune interviste, quando le due bambine che aveva avuto in affido se ne erano andate.

«Vedo tanta infelicità intorno a me, ho scritto i miei libri perché le mie amiche e soprattutto colleghe di lavoro erano molto insoddisfatte» ha aggiunto Costanza Miriano «il sessantotto ha fregato noi donne più di chiunque altro» e poi ha concluso: «Credo che sia compito soprattutto delle donne alle quali Dio affida l’umanità, come dice la Mulieris Dignitatem, riportare la società ad un’aderenza ai fatti, alla realtà, alla verità, credo che spetti a noi, al nostro ruolo e alla nostra grandezza». Gli ultimi interventi della giornata prima delle presentazioni dei 68 comitati locali presenti al congresso sono stati quelli dei fondatori Maria Rachele Ruiu, Simone Pillon e Filippo Savarese, portavoce di Generazione Famiglia. Maria Rachele Ruiu ha esordito con una citazione di de Maistre presa da un libro di Massimo Gandolfini: «le bugie somigliano alle monete false: coniate da qualche malvivente sono poi spese da persone oneste, che perpetuano il crimine senza saperlo. Così la bugia, soprattutto se rivestita dalla parvenza di vero può correre per tutte le direzioni senza che la si possa smascherare e lentamente si trasforma in verità per coloro che non si sottopongono alla fatica della verifica e della critica» e poi ha aggiunto a braccio «per fortuna il 20 giugno qualcuno si è sottoposto alla verifica e alla critica e quindi non ci siamo bevuti queste bugie che ci stanno raccontando». La nostra grande alleata, ha detto Maria Rachele Ruiu, è la realtà e anche la scienza.

Simone Pillon ha parlato dell’uomo, dell’essere umano, in una delle slide che ha presentato c’era scritto: siamo un corpo o abbiamo un corpo? E ha risposto «Siamo un corpo e il nostro corpo è chiamato alla relazione con l’altro». E poi: «Ogni essere umano vuole amore… la famiglia naturale è il luogo ove si impara l’amore… la famiglia naturale è ascensore per il cielo».

«Ci troviamo in una battaglia», ha aggiunto Pillon «ed è una battaglia che si può affrontare in tanti modi. Qualcuno dice che bisogna mostrare la bellezza della famiglia, sono assolutamente d’accordo, ma bisognerà anche difenderla la famiglia». Ultimo ad intervenire sul palco è stato Filippo Savarese «Papa Francesco aprendo il convegno ecclesiale a Firenze ha detto una frase che mi è rimasta nel cuore: “noi non stiamo vivendo un epoca di cambiamenti ma stiamo vivendo un cambiamento d’epoca”».

«Noi non siamo stati portati in piazza il 20 giugno, noi ci siamo andati da soli, ci siamo alzati dalla nostra poltrona senza che nessuno ci promettesse nulla. Siamo venuti per una molla interna. Lo abbiamo fatto perché abbiamo capito che il cambiamento d’epoca ha un tratto caratteristico: è inutile aspettare che arrivino i nostri, abbiamo scoperto che i nostri siamo noi. Non possiamo perdere tempo perché ci sono altri “nostri” che aspettano e sono i nostri figli e i nostri nipoti, questi sono gli unici nostri» ha concluso Savarese «di cui ci dobbiamo occupare».

La seconda parte del congresso ha dato spazio ai referenti dei comitati locali che chiamati sul palco da Maria Rachele Ruiu si sono presentati al pubblico e hanno raccontato la loro esperienza sul territorio. Presentazioni bellissime, in particolare quella di un prete don Alessio Geretti che con tono sereno ha esclamato: bisogna prendere una posizione perché altrimenti anche chi aveva un pensiero preciso si ritroverà confuso.

Ha concluso il congresso il portavoce Massimo Gandolfini incoraggiando tutti e ricordando a noi presenti che il Buon Pastore si prende cura delle pecore e non dei lupi. Il presidente ha infine ringraziato gli amici, i fondatori, i comitati locali e ha dedicato un pensiero speciale a Kiko Arguello per il sostengo dato alla manifestazione di piazza San Giovanni il 20 giugno, piazza che potrebbe tornare presto a riempirsi.

15/12/2015
2310/2017
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