Politica

di Giovanni Marcotullio

Il manifesto politico del presepe di Gesù Cristo

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Benedetto presepe.

Pare che proprio non si possa parlarne senza finire a litigare. Ciò è senza dubbio un buon segno, per il Natale di chi ha detto: «Non crediate che io sia venuto a portare la pace, ma la spada» (cf. Mt 10, 34). L’ultimo atto di questa farsa surreale, che va in scena ogni anno almeno negli ultimi tempi, si è consumato sulla scena della scuola Montessori di Bollate, nella quale la scena della natività è stata rappresentata in un barcone, beccheggiante fra onde oltremare davanti allo sfondo di un planisfero politico, su cui sono state riprodotte in fotocopia immagini di migranti. Insorgono i rappresentanti locali della Lega Nord, che per un ironico nonsense della storia sembrano sentirsi investiti della missione di proteggere l’invenzione di san Francesco.
Sta bene. La motivazione? «È una schifezza», senza parafrasare. Vero che l’idea non è geniale (e anche che la realizzazione è piuttosto spartana), ma da quando i leghisti si occupano di critica d’arte? Nelle scuole poi… Infatti, il punto è che «Gesù non è un migrante, né un rifugiato, ma un infante». Ora io vorrei guardare negli occhî la persona che ha scritto queste parole e chiederle che cosa significhi, in italiano corrente, la parola “infante”. Ovvero a quale mondo appartenga. Chiunque viva in Italia nel 2015 (quasi 2016) sa che quella parola non si usa mai, che non c’è un contesto – del mondo reale – in cui l’arcaismo latineggiante “infante” abbia corso corrente. Questo è ben più di un mero bizantinismo filologico: è un dettaglio rivelatore dell’idea che l’estensore della nota – e il milieu che nella stessa si riconosce – nutre riguardo al presepe e al suo significato. Nessuno. Nessuno nel mondo reale. Difatti, prosegue la nota, «i simboli della tradizione devono restare tali, non devono divenire un mezzo per trasmettere ideali politici o traviare giovani menti». Chiedo scusa se insisto con la filologia, ma qual è il senso della parola “tradizione” se questa non è qualcosa che serve a “trasmettere”? Nessuno. E a trasmettere cosa, se non “ideali politici”? Qual è l’uomo che non vive da animale politico? Gli stessi anacoreti – dall’egiziano Antonio all’italiano Benedetto – sono stati tanto politicamente rilevanti che i loro figli hanno gestito latifondi, supplito conti e principi, consigliato monarchi e ispirato pontefici. Di che parla chi dice che «i simboli della tradizione non devono divenire un mezzo per trasmettere ideali politici»? Di nulla, sembrerebbe. Inutile chiedere conto del concetto di simbolo, poi: sarebbe come interrogare su Il conte di Carmagnola uno studente che avesse appena dimostrato di non avere la più pallida idea di chi sia Alessandro Manzoni (giusto per restare in area lombarda).
Ma perché bisogna spingersi a sospettare che i leghisti siano dei poveri ignoranti quando, rappresentando fette non trascurabili dell’elettorato italiano, il buonsenso e la ragione sconsigliano di pensarlo (se non altro per la legge dei grandi numeri)? Difatti se il breve testo diramato dagli organi leghisti si rivela così infiammabile al primo lumicino di analisi, ci sono sicuramente buone ragioni che spiegano con migliore economia di assiomi le sue strane contraddizioni.
“Traviare le giovani menti” potrebbe essere il bandolo della matassa. L’accusa civile più nefanda che ci sia – quella che ha condannato Socrate alla cicuta e Buonaiuti alla scomunica (con l’aggravante del divieto, per chiunque, di comunicare con lui) – svela la preoccupazione autentica, quella per cui tutti i politici, buoni o cattivi che siano, hanno a cuore la scuola: informa le menti dei cittadini di domani. Ovvero, se chi considera la cosa è un cattivo politico, prepara l’elettorato di domani, quello che si deve tenere d’occhio perché un’esperienza politica non sia l’avventura di una generazione (come invece capita spesso).
Ora lasciamo stare questa faccenda e veniamo al merito della materia, anche per stornare eventuali timori che potrei star insinuando nel lettore: Gesù non fu un profugo, né fu un migrante. Chi lo dice, da Crozza in giù (o in su, a piacere), fa della pura propaganda. Gesù visse un’esistenza terrena di relativa agiatezza resa possibile dal lavoro operoso di un rinomato carpentiere (o falegname, anche perché i due mestieri non erano lontani quanto lo sono oggi) e di una coscienziosa casalinga. Al momento della sua nascita si trova temporaneamente lontano dalla residenza per ragioni burocratiche, e segnatamente perché la sua linea genealogica paterna (quella esaltata soprattutto nel Vangelo secondo Matteo) era tutt’altro che ignota o insignificante: l’artigiano Giuseppe, figlio di Giacobbe, che viveva in Galilea e precisamente a Nazaret, fu un remoto discendente del re Davide e la sua etnia era quella della tribù di Giuda. Per questo motivo, essendo la tetrarchia ebraica il braccio del censimento voluto da Ottaviano Augusto, si dispose che ognuno tornasse nel territorio di origine della propria tribù. Per lavoro o per amore, per odio o per paura, gli uomini si sono sempre spostati, prima o poi, dal villaggio paterno, e senza che questo facesse di loro dei “migranti”, almeno nel senso in cui siamo soliti intendere la parola ai nostri giorni (anche se in certe regioni d’Italia si considerano pressappoco tali quelli che con nomenclatura più pulita si chiamerebbero “studenti fuori sede”).
Ma perché mai un evangelista, che s’interessa soprattutto alle parole e alle azioni del Cristo – e difatti soltanto due vangeli canonici su quattro riportano “racconti dell’infanzia” – dovrebbe premurarsi di appurare la regolarità anagrafica di Giuseppe? Di quella fiscale o catastale non si dànno altrettanta pena… allora è davvero un tratto melodrammatico per sottolineare la miseria in cui sarebbe nato il Redentore? Sarebbe un mezzuccio da telenovela, indegno della prosa asciutta e soda per cui si caratterizzano i vangeli canonici. La realtà è che agli evangelisti interessa raccontare questa peripezia in cui la famiglia di Gesù si trovò perché in essa si diedero appuntamento diverse istanze accidentali che manifestavano e realizzavano più profezie: da un lato la vita in Galilea (ossia a metà tra la Samaria, terra di eretici, e il mondo fuori da Israele, quello dei pagani); dall’altro la nascita a Betlemme; da un lato il ritorno dall’Egitto (per effettuare il quale era d’uopo recarvisi), dall’altro la visita dei popoli pagani nelle persone dei “Magi dall’Oriente”.
Nulla di tutto ciò permette ad alcun Crozza di dire che «i personaggi del presepe sono tutti arabi ad eccezione dei Magi che sono curdi». Il Nuovo Testamento designa con la parola “Arabia” la zona di Damasco, quindi l’attuale Siria, non certo l’attuale Arabia Saudita; quando poi si parla dei Magi il riferimento è appena a un laconico “Oriente”. Dovendo per ovvî motivi escludere che si parli di massoneria, non resta che arrendersi al silenzio dei testi, senza inferirvi a forza ciò che essi tacciono. Certo per la copertina di Di martedì va benissimo: dài addosso a Matteo Salvini senza contraddittorio e solleticando un pubblico già disposto a simpatizzare per te (e antipatizzare per lui). Se però si vuole fare un discorso serio, queste sono parole in libertà, formalmente altrettanto campate in aria quanto quelle dell’avversario: che Gesù non sia stato un profugo o un migrante è la pura verità storica, come è vero e sacrosanto che non c’erano arabi, a Betlemme, né palestinesi (nel senso moderno della parola), ma soltanto israeliti (non israeliani!) e romani, ovvero un popolo soggiogato e uno che in quella condizione teneva il primo. Ciò detto, ha perfettamente ragione il preside del Montessori, Francesco Muraro, che ha dichiarato al quotidiano Il Giorno: «Da non credente mi sento di commentare che questo presepe nel barcone rappresenta un messaggio in linea con la teoria cristiana, in linea con le parole del Pontefice che di fronte all’emergenza profughi lancia un invito all’accoglienza». Ecco la prima nota veramente evangelica, ironica e profetica come è il presepe: un non credente getta acqua sul fuoco con parole cariche di ragionevolezza e di buonsenso. Forse si tratta di uno di quegli “uomini di buona volontà” per i quali e per mezzo dei quali (averceli anche in italiano, certi dativi…) la pace è donata sulla terra. Così almeno diceva la moltitudine dell’esercito celeste di cui racconta Luca. Ed è strano, a pensarci bene, che proprio nel presepe, dove si vedono solo uomini, l’angelo che sintetizza in un’unica figura “la moltitudine” del racconto lucano rechi con sé appena metà della citazione, e molto spesso soltanto la prima parola: “Gloria”. Chissà che ne pensa il povero profano dei nostri giorni secolarizzati, passando davanti a uno di questi deliziosi romantici relitti che spesso sono i presepi: chi sarà mai questa Gloria? Mi si perdoni la piccola insolenza, ma Elmar Salmann mi raccontò di scolaresche, nell’ex DDR, che entravano nelle chiese e restavano a bocca aperta davanti al crocifisso, chiedendosi chi diavolo fosse quel povero cristo: «È Spartaco!», risolveva alfine un alunno più sveglio degli altri.
Forse è a questa deriva che vuole opporsi la Lega, e probabilmente c’è della buona fede in una simile intenzione, ma resta segno e fonte di un colossale fraintendimento l’illusione che sia utile in tal senso propugnare l’allestimento di presepi che siano “simboli di una tradizione” che però non debba trasmettere niente. E sarebbe nascondersi dietro a un dito, come Salvini già più volte ha fatto tra l’agosto e il settembre scorso, il dire che certe prese di posizione sarebbero “iniziative di Papa Francesco” o suoi “pallini”. L’opzione preferenziale per i poveri – come la si chiama da cinquant’anni in qua – non è un tratto tipico di Papa Francesco più di quanto non lo sia della conferenza di Puebla, o di quella di Medellín, o del Concilio Vaticano II: è il Vangelo, e un “non credente” non ignorante (e quindi non intollerante) come Muraro se ne rende ben conto. La “teoria cristiana” è espressione che ha del comico, perché mostra l’estraneità di chi l’ha pronunciata a contesti di elaborazione del pensiero cristiano, e soprattutto perché se in questi contesti una simile espressione non verrebbe usata lo si deve al fatto che il cristianesimo è l’incontro vero e mistico con la Persona di Gesù, non una teoria.
Paradossalmente, però, nel suo riduzionismo il preside Muraro mostra di aver colto le peculiarità del cristianesimo più dei leghisti, che difendendo una tradizione senza contenuti (lo leggiamo nelle loro parole – oltre che in tante altre cose) di fatto si qualificano come riduzionisti anche loro. E allora il presepe diventa nella migliore delle ipotesi un pugno di malta col quale si cerca di tenere in piedi un muro cui al contempo si danno vigorose picconate; nella peggiore, invece, l’esca artefatta per un elettorato che alle cupe rabbie xenofobe unisce nostalgici sentimentalismi.
Benché strano, come dittico, non si può negare che i suoi sgangherati pannelli abbiano dei punti di contatto: sia la xenofobia sia il nostalgismo sono segni di alienazione, e quando si uniscono restituiscono il segno quasi sicuro che la persona in cui si ritrovano vive un’esistenza alienata. La buona notizia – in senso stretto – è che il Natale di Gesù ha il potere di rivelare e dissestare le alienazioni degli uomini: poiché Cristo è il Dono di Dio al mondo (cf. Gv 3, 16) il Natale è la festa in cui ci si fanno regali e perfino i non credenti se ne fanno, mentre l’unica altra festa che nella nostra società prescrive il dono è il compleanno (ossia sempre un natale). Il compleanno è la rifrazione antropica della Buona Notizia: “è bello che tu ci sia” è il controcanto fatto per rispondere all’annuncio “D-io sono con voi”, e questo rende impensabile un Natale senza regali esattamente come è snaturato un natale consumistico. La soluzione non sta nel mezzo: non c’è alcuna virtus tra l’avarizia e il consumismo (e dal cerchio dantesco di avari e prodighi ai tre spiriti di Dickens la letteratura ce lo ricorda), ma esiste invece uno spirito, “unico e molteplice”, che consum(m)a nel dono la gioia natalizia. Questo spirito è intollerabile tanto per l’avaro quanto per il consumista, proprio perché la virtus non si trova a metà strada tra due vitia.
Se divago per questi pensieri astratti è proprio perché la cronaca ce ne ha offerto ieri una mirabile esemplificazione pratica: il giovanissimo Pietro Busi, tredicenne di Broni nel Pavese, ha dato via i 150 euro accumulati con la sua paghetta per fare un dono a dei suoi coetanei, che non ha mai visto e di cui sa solo che vivono un’esistenza molto meno agiata e ricca della sua. Li ha destinati a bambini africani tramite un progetto di Amref. Antonella De Gregorio, sul Corsera, non ci dice se Pietro sia un ragazzino molto religioso o se provenga da una famiglia particolarmente credente (qualche dettaglio del racconto, anzi, lascia pensare di no).
Ora, è superfluo cimentarsi in retorici fervorini sul fatto che in ogni caso Pietro avrebbe colto lo spirito del Natale e che nel suo gesto viva la parola di Gesù “vi è più gioia nel dare che nel ricevere”. No, la cosa veramente interessante sono le reazioni inferocite sulla pagina Facebook di Amref: «Prima gli italiani!», «È colpa del Vaticano!», «Tanto Amref si mangia tutto!», «I tuoi genitori sono del Pd, sicuro!». Passi per il Vaticano (sparlare della Chiesa è come il nero: si porta su tutto e non passa mai di moda), passi la solita critica ai costi di gestione delle onlus, ma le altre due categorie cosa significano, se non la strumentalizzazione “politica” di un gesto gratuito che all’osservatore non chiede niente? Tutte e quattro le categorie, a dire il vero, indicano l’incapacità di leggere la realtà se non tramite le spesse lenti di una qualsivoglia ideologia. È proprio il motivo (“politico” anche quello) per cui Erode, che si faceva chiamare “il grande”, non capisce che la nascita di Gesù non mina il suo regno più di quanto non mini ogni potere mondano. «Hostis Herodes impie – dice un inno dell’Epifania – Christum venire quid times? / Non eripit mortalia / qui regna dat coelestia…» [«Erode, empio nemico, / perché temi che venga Cristo? / Non espugna i regni mortali / chi viene a dare quelli celesti»].
Dunque aveva ragione il nostro Berlicche ieri: il Natale sì, ma senza Cristo; gli augurî sì, e i regali pure, ma senza Natale. La tradizione sì, dicono i leghisti di Bollate, ma senza contenuto. E dispiace sapere che certamente anche in quel campo la zizzania sarà mescolata al grano e si confonderà con essa: dispiace sapere che buoni cattolici si saranno mescolati a fanatici adoratori del Po e a farneticanti millantatori di “discendenze celtiche”. Che i cattolici guardino con speranza alla Lega, magari aspettandosi di trovare rappresentanza e difesa sotto lo scudo di Albert de Giussan, è cosa tristissima, oltre che destinata alla più fatale delle disillusioni.
O un movimento politico ha chiaro che cos’è che fa vivere una società e sa distinguerlo da ciò che la fa morire, oppure costruirà poteri caotici basati su onde di consenso instabili e infruttuose. Diamine, l’abbiamo visto l’altro ieri: se in un documento importante Strasburgo riesce a condannare l’utero in affitto pur difendendo il “matrimonio” omosessuale non dimostriamo con ciò di avere una capacità di distinzione (in certi casi comunque insufficiente o fuorviante) e di elaborazione superiore a quella di altri popoli in cui chi si batte contro l’aborto rivendica spesso un diritto a possedere in casa armi da fuoco? Perché dobbiamo ricadere in certi manicheismi da guerra fredda (non troppo distanti, se abbiamo seguito la conferenza di fine anno del presidente russo), quando siamo la culla del popolarismo?
Cultura popolare non è carezzare le voglie delle masse e stuzzicarne le paure: questo è populismo. Cultura popolare è ripartire sempre dalla lezione delle due città di Agostino: non illudersi mai che la città di Dio possa tout court incarnarsi nella città degli uomini; non pretendere mai che la città degli uomini possa assurgere a città di Dio; non dimenticare mai che la città di Dio, curata in ogni uomo – anche in chi non conosce o non condivide la grande visione della cultura cristiana e personalista –, produce, parafrasando Ricoeur, istituzioni giuste in cui è bello vivere una vita buona con e per gli altri.
Questo è il progetto politico del presepe, che contempla la povertà di Dio non come un manifesto ideologico ma come il dono della spoliazione irrevocabile dell’Altissimo, del disarmo unilaterale dell’Onnipotente di fronte agli uomini, cui non resta che chiedersi, con sant’Alfonso: «Perché tanto patir / per amor mio?». E proseguono: «Quanto questa povertà / più m’innamora! / Giacché ti feci amor / povero ancora». Questa conversione spirituale produce le condizioni per un rinnovamento politico radicale, già preannunciato nell’Antico Testamento: «Il forestiero dimorante fra di voi – sta scritto nel Levitico – lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto» (Lev 19, 34).
C’è sempre un Egitto da cui veniamo, collettivamente e/o singolarmente, e desta stupore che a dimenticarsene siano spesso proprio quelli che considerano il “Va’, pensiero” del Nabucco di Giuseppe Verdi il loro inno “nazionale”: anch’io lo vorrei per inno, quel testo meraviglioso, ma proprio perché chi si ricorda della propria schiavitù e sa che la libertà non se l’è conquistata con le proprie forze deve restare per sempre disarmato davanti a ogni altro schiavo. Altro che “prima gli italiani”! Il Levitico sorpassa le nostre politichette interessate e divisive a destra e contemporaneamente a sinistra: da un lato il migrante (a maggior ragione se siamo capaci di vedere Cristo in lui) va trattato come l’italiano; dall’altro l’italiano va trattato come il migrante (a maggior ragione se questi va trattato come un italiano).
Molto ancora ci sarebbe da dire sul presepe, che è icona del mondo reale – e quindi è programma politico – perché pieno di malvagità e di indifferenza: malgrado tutto, Cristo nasce dove nasce perché i posti migliori sono già tutti occupati (e bisognerebbe essere molto cauti nel minimizzare questo elemento, come a volte pare si faccia); il moltiplicarsi indiscriminato delle statuine nei mercatini napoletani dice – al netto del gioco di domanda-offerta – che attorno alla mangiatoia c’è un mondo che con lei non ha niente a che fare, e che non sa neanche (quel che è peggio) quanto quella mangiatoia abbia a che fare con lui! Nel presepe ci sono fornai, rigattieri, pescivendoli, ubriachi, buffoni, soldati, e ciascuno continua tranquillo a farsi i fatti suoi mentre i soli pastori vengono attratti dagli angeli, i quali nondimeno parlano di «una gioia grande che sarà di tutto il popolo» (Lc 2, 10). Nel presepe c’è spazio per la libertà scellerata di Erode, che se ne sta sul suo terrazzo a bere “’na tazzunell’ ’e cafè” mentre ordisce un mostruoso tributo di sangue con cui spera di consolidare il suo trono (chi conosce Flavio Giuseppe poi sa come andò la storia). Il presepe è tutto questo e molto più: è mistico, è barocco, è francescano ed è perfino romantico, ma non sentimentale – questo non se lo può permettere, il dramma di cui è permeato. La portata politica del presepe è che quando l’Altissimo si presenta a terra, quando l’Onnipotente si fa nudo e indifeso, questa povertà innamora e converte gli uomini, almeno alcuni. E questi diventano il lievito di una città nuova.
Perché, sì, il presepe ha il potere di “traviare giovani menti”. Tra l’altro.
E grazie a Dio.

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18/12/2015
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