Politica

di Mario Adinolfi

I sette atti da compiere per fermare il ddl Cirinnà

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Il ddl Cirinnà bis, già ddl 14 depositato nel 2013, alla quarta riscrittura e senza aver ottenuto neanche mezzo minuto di passaggio in commissione (procedura platealmente anticostituzionale) approderà il 26 gennaio 2016 nell’aula del Senato della Repubblica. Tutti i mezzi di comunicazione, con rarissime eccezioni, lavorano con tonalità diverse per far capire che la sua approvazione è auspicabile o per certi versi inevitabile. Non è così, è una bugia. Il ddl Cirinnà si può fermare, anche agevolmente, a patto di compiere sette atti decisivi che facciano leva sulla debolezza intrinseca di un testo ideologico e scritto male, denso di imbrogli: un colossale inganno verso gli italiani che sono genericamente favorevoli alle unioni civili per omosessuali, ma in stragrande maggioranza contrari a assegnare loro i figli.

L’omogenitorialità è per la maggioranza degli italiani intollerabile, la procedura di utero in affitto legittimata (se compiuta all’estero) dalla stepchild adoption contenuta nell’articolo 5 del ddl è addirittura stata definita “abominevole” da esponenti storiche del Pci, del Pds e del Pd come Livia Turco. C’è chi nella maggioranza di governo, il ministro dell’Interno per la precisione, propone il carcere per chi compie quella pratica e la definisce “mercimonio ripugnante”, poi però nella sostanza rinunciando all’unica arma carica che fermerebbe la legge (l’apertura di una crisi di governo) di fatto offre un via libera. Il fronte dei proponenti è frantumato, le femministe di Se non ora quando si sono schierate apertamente contro l’utero in affitto, ne è nata una rissa. Anche nel Pd le voci contrarie sono molteplici. Insomma, sul ddl Cirinnà si perderà solo se si deciderà di non combattere. Se invece si faranno i sette necessari passi, lo si fermerà. Tutto dipende da noi.

Quando dico noi intendo dire i cattolici italiani, al cui interno sono contenute le ragioni forti di una vittoria o di una colossale e irrimediabile sconfitta, che introducendo il “mercimonio ripugnante” sui bambini nel nostro ordinamento devasterà il diritto di famiglia italiano e scriverà la parola fine su quella che San Giovanni Paolo II definiva la “felice eccezione” rappresentata dal nostro Paese in termini di difesa del diritto alla vita, del diritto del bambino ad avere una mamma e un papà, del diritto dei soggetti più deboli a partire dalla donna nel delicatissimo frangente della maternità, che solo in paesi incivili può essere ridotta a un bene commerciabile.

I sette passi da compiere sono una responsabilità che pesa sulle nostre spalle, se aiuteremo a compierli sarà nostro merito, se non lo faremo sarà nostro demerito e sostanziale complicità con i proponenti del ddl Cirinnà. Li percorrerò con una scansione temporale.

1. UNA PRESA DI POSIZIONE NETTA DELLA CHIESA. Dal 2013 al 2016 la Chiesa italiana ha mantenuto un atteggiamento ambiguo sul ddl Cirinnà, ha ritenuto che fosse inevitabile la sua approvazione e ha preferito non esporsi in una battaglia frontale, scelta che invece premiò nel 2007 quando su proprio la Conferenza episcopale italiana a promuovere il Family Day che fermò istantaneamente i Dico. La scelta di non essere netti dei travagliati tre anni di gestazione del provvedimento sulle unioni civili omosessuali ha fatto pensare ad alcuni che non ci fosse volontà di battersi. Come sulla legge sul divorzio breve, le lamentazioni della Cei arriveranno dopo l’approvazione della legge? Faccio notare che il divorzio breve è stato approvato in via definitiva alla Camera con 398 voti favorevoli e appena 28 contrari. La Cei per evitare un’ulteriore débâcle dovrà nettamente pronunciarsi entro il 15 gennaio, il ddl Cirinnà è come la legge 194, se passa farà costume e sarà irrimediabile. Chi pensa al referendum abrogativo sbaglia i calcoli (e lo sa bene, lo fa strumentalmente per evitare di battersi oggi) perché gli attuali equilibri della Corte Costituzionale renderanno inammissibile il quesito, non ci faranno mai votare. Dunque la Cei o parla ora o non parlerà più. Ora vuol dire prima del 15 gennaio 2016. Provvidenziale poi sarebbe un intervento del Papa, di cui attendiamo tutti la lettera apostolica post-sinodale, che potrebbe essere un documento determinante. Il sinodo dei vescovi sul punto infatti è stato chiarissimo ed inequivocabile.

2. UNA CAMPAGNA DI COMUNICAZIONE. I contrari al ddl Cirinnà dovranno invocare par condicio in tutti i luoghi di dibattito televisivo sul tema, dove invece lo squilibrio è la regola e i conduttori sono tutti (nessuno escluso) apertamente a sostegno del provvedimento. In particolare presso la Rai bisognerà chiedere al regnante incontrastato Campo dall’Orto e alla presidente Maggioni la tutela del ruolo del servizio pubblico, ormai completamente prono anche nella fiction e nell’intrattenimento (tipico il comizietto di Biagio Antonacci nel programma di Panariello) all’ideologia del gender. Comunicazione vuol dire anche decrittazione della comunicazione ideologica dei grandi giornali, a partire da Repubblica e Corriere della Sera. In generale, non credete ai quotidiani.

3. LA PRODUZIONE DEGLI EMENDAMENTI. Dal punto di vista parlamentare, il giorno chiave è il 22 gennaio 2016. E’ vero che la discussione al Senato comincerà il 26 gennaio, ma quattro giorni prima si chiuderanno i termini per la presentazione degli emendamenti. E’ assolutamente necessario che ne siano presentati a migliaia, possibilmente a decine di migliaia. La battaglia, quando è sui principi, necessità l’adozione di tutti i mezzi e la guerriglia parlamentare è uno dei mezzi più efficaci. Le Camere purtroppo riapriranno solo l’11 gennaio, quindi ci saranno pochi giorni per produrre materialmente gli emendamenti. Ognuno di noi che ha qualche contatto con senatori della Repubblica sensibili a questo argomento, li solleciti alla produzione di emendamenti. Gli indirizzi email dei senatori di trovano sul sito www.senato.it e la nostra Community La Croce ha organizzato una pagina con gli indirizzi di posta elettronica dei senatori per facilitare il mail bombing. Scrivete poche righe: “Caro Senatore, le ricordo il suo dovere di onorare la Costituzione, nel caso della imminente discussione su quella legge ingannatrice che va sotto il nome di ddl Cirinnà le ricordiamo il dovere di onorare l’articolo 29 della Costituzione che definisce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Si attivi nella produzione di emendamenti che evidenzino quanto malevola sia la normativa proposta in aula al Senato a partire dal 26 gennaio prossimo”.

4. LA SPIEGAZIONE DELL’INCOSTITUZIONALITA’. Dal punto di vista tecnico il ddl Cirinnà è talmente scritto male da essere platealmente incostituzionale. Un istituto giuridico originario previsto per i soli cittadini omosessuali cozza platealmente con l’articolo 3 della Costituzione e non starò qui a rilevare tutte le incongruenze rispetto agli articoli 29 e seguenti della Carta. Bisogna lavorare dunque su due piani. Arrivare alla produzione di un documento di costituzionalisti che spieghino quali sono i profili di incostituzionalità della legge e poi utilizzare a pieno lo strumento delle eccezioni di incostituzionalità in aula al Senato, possibilmente inchiodando a una discussione approfondita l’aula affinché l’argomento sia il più possibile analizzato senza paraocchi di natura ideologica.

5. LA ESPLICITAZIONE DELLE DIVERGENZE POLITICHE. Dal punto di vista politico sono davvero in pochi a trarre convenienza dall’approvazione di questa legge sbagliata e le divergenze politiche sono plateali all’interno di tutti i partiti. Vanno esplicitate. Nel Pd i senatori contrari alla stepchild adoption sono almeno venticinque, tra l’altro non tutti di matrice cattolica. Lo stesso Matteo Renzi non si spende più sull’articolo 5 come all’inizio di questo lungo processo normativo, ha capito che gli italiani sono pesantemente contrari. Persino all’interno del Movimento cinque stelle una dozzina di senatori sono contrari alle procedure di utero un affitto, ognuno di noi sulla rete può fare qualcosa per sensibilizzarli e dire no a una forzatura che avrebbe peraltro per il M5S solo la caratteristica di fare un favore al Pd. Ha davvero ragione il professor Becchi che ha lasciato il movimento grillino dicendo che si è trasformato in una mera stampella del Partito democratico? Ha convenienza il M5S a fare questa operazione di cavare le castagne dal fuoco a Renzi, a poche settimane dalla presentazione delle liste per le amministrative? E in Forza Italia, davvero Silvio Berlusconi darà retta alle istanze della compagna iscritta all’Arcigay Francesca Pascale piuttosto che al suo elettorato di riferimento? Ognuno di noi può esercitare la sua pressione di cittadino e, se dal caso, di militante presso l’area di riferimento di cui conosce meglio la natura delle divergenze.

6. L’APERTURA DELLA CRISI DI GOVERNO. Se ognuna di queste pratiche non dovesse dare l’esito sperato, l’ultima arma di natura parlamentare da azionare è l’assunzione di responsabilità dei senatori che definiscono la stepchild adoption come “mercimonio ripugnante” per l’apertura formale di una crisi di governo. Matteo Renzi non è disposto a fare cadere tutta la sua costruzione, il cui passaggio cruciale è il referendum sulla riforma costituzionale del prossimo ottobre, per le unioni civili omosessuali a cui non crede neanche lui (al Family Day del 2007 era schierato con forza e nettezza contro i Dico). Basterà ventilare l’ipotesi della crisi e la legge si impantanerà. Per operare questo passaggio di vuole coraggio ed è noto l’attaccamento dei senatori alla loro poltrona, motivo per cui c’è da diffidare e molto dello strumento del voto segreto che sarà un regalo ai poltronisti. Ma se questa arma non fosse attivata, la responsabilità politica di chi non la attiverà sarà evidente.

7. LA MOBILITAZIONE NAZIONALE DI PIAZZA. La spinta finale, che andrà a mio avviso compiuta comunque e presto, arriverà dal popolo italiano che dovrà essere convocato per una grande manifestazione nazionale di piazza a difesa della Costituzione, della famiglia, dei diritti dei bambini ad avere una mamma e un papà, dei diritti delle donne a non essere considerate beni strumentali, dei diritti dei figli a non essere mai trasformati in oggetti di una compravendita per soddisfare i bisogni di adulti annoiati e ricchi, della maternità che se diventa un bene commerciabile travolgerà il senso stesso dei rapporti familiari anche in Italia. Siamo stati un milione il 20 giugno, saremo milioni nelle prossime settimane e il Palazzo non potrà che ascoltare il grido del Paese, un grido da lanciare “prima che la ferita mortale sia inferta, perché gridare dopo è stupido”.

Poi, per chi crede, sia ogni giorno e ogni ora intensa la preghiera. Anche quella hanno irriso, anche il diritto di pregare vorrebbero toglierci. Il che spiega tutto, spiega cosa c’è al fondo, spiega qual è la posta in gioco.

A noi la battaglia, a Dio la vittoria.

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07/01/2016
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Beata Maria Vittoria de Fornari Strata

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