Chiesa

di Giovanni Marcotullio

Non solo uomini: la “nuova” lavanda dei piedi

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Un’altra odiosa barriera di genere è stata abbattuta, nella Chiesa cattolica (che sempre più chiede che sia riconosciuto il ruolo delle donne e non solo, quasi in astratto, il “genio femminile”): se qualcuno è rimasto scandalizzato dai magi dei presepi interpretati da ragazzine, si prepari a vedere in tutto il mondo, alla prossima pasqua, le quote rosa alla lavanda dei piedi.

O qualcosa del genere: in effetti è così che questa notizia viene oggi data dal mainstream. «Papa Francesco apre la lavanda dei piedi alle donne». E subito si formano le squadre: a favore (“era ora!”, “adesso ci sentiamo più emancipate”, “questo Papa sta rivoluzionando la Chiesa!”); contro (“dove andremo a finire?”, “ma perché? Questa è l’emancipazione di cui le donne hanno bisogno?”, “ogni giorno ce n’è una nuova”). A bordo campo restano, per definizione, i cinici – “un’altra operazione cosmetica, ecco la Chiesa che dà un mini-contentino per continuare a schiacchiare le donne” – e i guardoni, che stanno zitti e aspettano il momento di vedere un prete che tocca, e lava, e bacia pubblicamente i piedi di una donna (giovane e bella, se possibile).
La realtà, manco a dirlo, è molto diversa: intanto tutti ricordano la lavanda dei piedi nello scorso aprile, quando nel carcere di Rebibbia Papa Francesco volle espressamente che tra i dodici a cui avrebbe lavato i piedi non mancassero due donne. Anche nel marzo 2013, quella volta però nel carcere minorile di Casal del Marmo, il Papa volle che ci fossero due ragazze (delle quali una perfino non cristiana, bensì musulmana). Dunque non si tratta di una novità senza precedenti, e perfino la memoria corta dei giornali non dovrebbe far finta di niente.
A parte questo, ciò che conta sono i testi, e i testi sono molto interessanti. Partiamo dal principale, da quello che ha portato alla modifica delle attuali rubriche nel messale romano (superfluo ricordare che quasi non esiste Papa che non abbia messo le mani, più o meno pesantemente, nel messale): la lettera di Papa Francesco al prefetto della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti, il cardinale Robert Sarah. La lettera è datata 20 dicembre 2014 [sic!].
«Come ho avuto modo di dirLe a voce – scrive il Papa al Prefetto – da qualche tempo sto riflettendo sul Rito della “Lavanda dei piedi”, contenuto nella Liturgia della Messa in Cœna Domini, nell’intento di migliorarne le modalità di attuazione, affinché esprimano pienamente il significato del gesto compiuto da Gesù nel Cenacolo, il suo donarsi “fino alla fine” per la salvezza del mondo, la sua carità senza confini.
Dopo attenta ponderazione, sono giunto alla deliberazione di apportare un cambiamento nelle rubriche del Messale Romano. Dispongo pertanto che venga modificata la rubrica secondo la quale le persone prescelte per ricevere la Lavanda dei piedi debbano essere uomini o ragazzi, in modo tale che da ora in poi i Pastori della Chiesa possano scegliere i partecipanti al rito tra tutti i membri del Popolo di Dio. Si raccomandi inoltre che ai prescelti venga fornita un’adeguata spiegazione del significato del rito stesso».
Per il Papa, che è il supremo liturgo della cattolicità, il rito della lavanda dei piedi indica (almeno principalmente) «il donarsi [di Cristo] “fino alla fine” per la salvezza del mondo, la sua carità senza confini». Ieri il prefetto ha firmato e reso pubblico il decreto, che così spiega i cambiamenti: «La riforma della Settimana santa, con decreto Maxima Redemptionis nostrae mysteria (30 novembre 1955), diede la facoltà, dove lo consigliava un motivo pastorale, di compiere la lavanda dei piedi a dodici uomini durante la Messa nella Cena del Signore, dopo la lettura del Vangelo secondo Giovanni, quasi a manifestare rappresentativamente l’umiltà e l’amore di Cristo verso i suoi discepoli.
Nella liturgia romana, tale rito era tramandato col nome di Mandatum del Signore sulla carità fraterna secondo le parole di Gesù (cfr. Gv 13,34), cantate nell’Antifona durante la celebrazione.
Nel compiere tale rito, Vescovi e sacerdoti sono invitati a conformarsi intimamente a Cristo che «non è venuto per farsi servire, ma per servire» (Mt 20,28) e, spinto da un amore «fino alla fine» (Gv 13,1), dare la vita per la salvezza di tutto il genere umano.
Per manifestare questo pieno significato del rito a quanti partecipano, è parso bene al Sommo Pontefice Francesco mutare la norma che si legge nelle rubriche del Missale Romanum (p. 300 n. 11): «Gli uomini prescelti vengono accompagnati dai ministri…», che deve essere quindi variata nel modo seguente: «I prescelti tra il popolo di Dio vengono accompagnati dai ministri…» (e di conseguenza nel Caeremoniale Episcoporum n. 301 e n. 299 b: «le sedie per i designati»), così che i pastori possano scegliere un gruppetto di fedeli che rappresenti la varietà e l’unità di ogni porzione del popolo di Dio. Tale gruppetto può constare di uomini e donne, e convenientemente di giovani e anziani, sani e malati, chierici, consacrati, laici.
Questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, in vigore delle facoltà concesse dal Sommo Pontefice, introduce tale innovazione nei libri liturgici del Rito Romano, ricordando ai pastori il loro compito di istruire adeguatamente sia i fedeli prescelti sia gli altri, affinché partecipino al rito consapevolmente, attivamente e fruttuosamente».
Ora, si potrebbe notare una stranezza nel testo firmato dal cardinal Sarah (uomo oltremodo attento e preparato), perché il decreto di età pacelliana cui espressamente ci si richiama (firmato dal cardinal Gaetano Cicognani) non fa in alcun modo riferimento al genere delle persone cui si pratica la “pedum lotio”. E neppure al loro numero, se è per questo. Dice semplicemente, il decreto promulgato sotto Pio XII: «Infine, là dove secondo le rubriche del vigente Ordo si pratica la lavanda dei piedi, per rappresentare il comando del Signore circa l’amore fraterno, i fedeli siano resi edotti sul profondo significato di questo rito, e sull’opportunità che in quel giorno essi stessi abbondino di opere di carità cristiana».
Insomma, proprio niente. Nel messale del 1970 sì, a onor del vero: lì si parla di “duodecim viri” come anche in quello del 1962, ma si era sotto i pontificati, rispettivamente di Paolo VI e di Giovanni XXIII (e furono tutt’altro che dei papati “reazionarî”), dunque non si capisce perché far riferimento a un documento che non menziona i “dodici uomini” piuttosto che alle edizioni (moderne) dei messali che lo fanno.
Ma c’è un’ultima cosa da dirci, se mai ci venisse il dubbio che (al di là dello stretto significato letterale dei testi) si fosse sempre inteso, fino ad ora, che la lavanda dei piedi si dovesse praticare sempre e solo tra uomini. Nel remoto VIII secolo, in uno dei tanti concilî di Toledo, san Bonifacio di Magonza chiese a Papa Zaccaria se il giovedì santo le monache potessero lavarsi i piedi a vicenda, così come fanno gli uomini nella celebrazione in Cœna Domini (“e in altri giorni”, soggiunse pure il santo vescovo). E «certamente – gli rispose Papa Zaccaria: – perché il comandamento del Signore non riguarda più gli uomini che le donne».
Doveva essere dello stesso avviso Berta, badessa di Vallombrosa nel XII secolo: pare che lei lavasse i piedi alle sue monache tutti i giovedì santi, senza farsi il minimo problema. Tutti questi casi, se non bastasse, li annota ancora Bartolomeo Gavanto nel suo Thesaurus (1628), riedito da Gaetano Maria Merati tra il 1736 e il 1738. Insomma, pare proprio che Francesco abbia ripreso consuetudini preconciliari.

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22/01/2016
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Nel 1975 si laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”.
Nel 1980 consegue la specializzazione in Ginecologia e Ostetricia e nel 1988 quella in Urologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.
E’ docente di Medicina dell’Età Prenatale presso la facoltà di Medicina e Chirurgia, Scuola di Specializzazione in Ginecologia e Ostetricia, Scuola di Specializzazione in Genetica e diploma di laurea di Ostetricia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. E’ docente dei corsi di Perfezionamento e dei Master in Bioetica presso il Pontificio Consiglio per gli studi sulla famiglia Istituto Giovanni Paolo II.
E’ Presidente dell’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici (AIGOC).

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