Politica

di Mario Adinolfi

Ddl Cirinnà, si vota dal 16 febbraio

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La seduta del 10 febbraio 2016 sarà ricordata negli annali come la seduta della vergogna del Senato della Repubblica italiana. Non si resterà immemori della giornata in cui la prepotenza di alcuni, facendo leva sulla paura di molti, vedeva la seconda carica dello Stato trasformarsi da arbitro in giocatore e davanti alla più clamorosa delle evidenze costituzionali, regolamentari e giuridiche negare il diritto dei parlamentari ad esprimersi liberamente su una questione per cui i regolamenti prevedono tassativamente il voto segreto.

La negazione del voto segreto sulla proposta di non procedere alla votazione degli articoli è stata motivata dal presidente del Senato, Pietro Grasso, con un artificio da azzeccagarbugli che prova a mascherare dietro a una cortina fumogena la reale natura del ddl Cirinnà, che è quella di istituire il “matrimonio” omosessuale con un altro nome e assegnare alle coppie gay i diritti di filiazione fino alla legittimazione della pratica di utero in affitto da compiersi però all’estero e non in Italia. Se non sono queste tematiche su cui debba essere tutelata dal voto segreto la piena libertà di coscienza del senatore, non si capisce quali siano. Peraltro il regolamento del Senato prevede esplicitamente che le questioni relative al matrimonio debbano essere tassativamente sottoposte a votazione segreta. Ma la prepotenza dei proponenti ha un’altra faccia della medaglia che è la paura: sanno che se i senatori potessero esprimersi liberamente questa legge incostituzionale, scritta giuridicamente in maniera orrenda, discriminatoria e violenta verso i bambini cui nega il diritto ad avere un papà e una mamma, non vedrebbe mai la luce. E allora la paura e la prepotenza insieme hanno agito sull’arbitro, che si è messo una maglietta passata da una squadra e si è fatto dare il pallone per fare lui stesso il primo gol. Questa vergogna inaudita passerà non priva di conseguenze nella memoria che la collettività avrà delle gesta del senatore Grasso.

Ovviamente, se questo è stato il primo minuto di gioco della partita, sarà chiaro ora il tenore del confronto. Il Senato della Repubblica è ridotto a campetto da calcioscommesse, dove la partita è truccata. D’altronde anche la presidente della Camera aveva fatto sapere esplicitamente di essere a favore della stepchild adoption, in modo da non far pensare neanche in partenza che potesse svolgere un ruolo istituzionalmente corretto nel dibattito parlamentare in corso. La nomina di Stefano Menichini a proprio capo ufficio stampa conferma poi l’evidente intenzione di Laura Bordini di essere attratta nell’orbita del potere renziano (Menichini ha diretto l’unico quotidiano schiettamente renziano ai tempi in cui Renzi perdeva, Europa, poi sostituito dall’Unità).

Pare tutto sommato persino inutile girare attorno alle questioni marginali di una vicenda che ha un solo protagonista: Matteo Renzi. Lui distribuisce le carte, lui ha deciso di andare dritto su un testo che non piace alla stragrande maggioranza degli italiani (provando ipocritamente a lavarsi le mani opponendo in extremis una critica di facciata al tema dell’utero in affitto), lui domina gli atteggiamenti delle più alte cariche dello Stato come i presidenti delle Camere, determinandone i comportamenti. Lui teme le trappole del voto segreto anche perché ne conosce bene le modalità di utilizzo politico (vedi vicenda dei 101 che impallinarono Romano Prodi alla presidenza della Repubblica, non funzionale ai disegni dell’allora sindaco di Firenze). Ed è Renzi ad imbarcare anche i voti dei verdiniani e a tenere a bada Alfano, pagato prima di questa settimana decisiva con una infornata di poltrone, dunque ora sazio e assolutamente non interessato ad attivare l’unica arma che farebbe chiudere nel cassetto per sempre il ddl Cirinnà: la minaccia della crisi di governo.

Ma poiché la politica è gestione dei rapporti di forza e non certo battaglia per ragioni ideali, la forza è tutta nelle mani di Renzi e gli altri non hanno il benché minimo desiderio di mettere in discussione una legislatura che ha ancora due anni da vivere e dunque per ciascun parlamentare vale circa quattrocentomila euro. Ecco il tasso di cambio attualizzato dei trenta denari.

Come potete notare in questa discussione il merito della legge, la congruità costituzionale, il rispetto delle procedure previste proprio dalla Costituzione e dai regolamenti, il diritto di famiglia e i diritti dei bambini, i valori e gli ideali, non contano assolutamente nulla. Noi ci accapigliamo convochiamo piazza arcobaleno o per la famiglia, ma siamo i figuranti di una partita che nel Palazzo viene giocata prescindendo dalla volontà popolare. Questa è la malattia degenerativa di cui è preda la democrazia italiana.

Restano delle speranze? Certo. C’è il ruolo alto dell’unico arbitro che fino ad oggi non ha dato segno di voler cedere alla tentazione di sembrare un burattino in mano al premier di Rignano: Sergio Mattarella ha già fatto filtrare più di un dubbio sulla costituzionalità della legge. C’è il passaggio degli articoli 3 e 5 in aula, dove tanti parlamentari che si proclamano cattolici dovrebbero far prevalere la loro coscienza sull’obbedienza ai capibastone, affondando senza tentennamenti la legittimazione della pratica dell’utero in affitto, a parole ormai esecrata da tutti anche nel Pd (ma a Sergio Lo Giudice lo hanno detto?). C’è un mal di pancia fortissimo che attraversa tutti i partiti e la tentazione di tappare la bocca alla discussione con il “supercanguro” del senatore renziano Marcucci porterebbe il popolo davanti ai portoni di Palazzo Madama, perché va bene la prepotenza, ma un golpe non sarà consentito.

C’è la decisione di prendere tempo e infatti i voti sugli articoli del ddl Cirinnà non si terranno neanche questa settimana, ma a partire da martedì prossimo 16 febbraio. Prima sarà tutto un gioco di minacce e blandizie, compravendite e ritorsioni. Può essere un gioco molto pericoloso per chi lo mette in atto, soprattutto se l’informazione una volta tanto proverà a raccontare quel che sta accadendo e non farà banalmente il tifo, come accade ormai purtroppo da settimane su tutti i giornali, in tutte le televisioni, in tutti i programmi italiani, addirittura festival di Sanremo incluso. L’unico arbitro di cui i cittadini dovrebbero potersi fidare in una democrazia, di cui la libera informazione secondo una bella espressione dovrebbe essere il “cane da guardia”, in Italia in questa vicenda si è trasformato in un cane da compagnia del pensiero unico momentaneamente dominante (nonché del conseguente dominatore). Qualche sacca di resistenza però nell’informazione ancora sussiste e qui ne troverete traccia, anche perché i giochini parlamentari e le caratteristiche degli attuali giocatori sono materia nota da queste parti.

Altro e ultimo elemento di speranza è che la voce dei cattolici si alzi, decisa, senza tentennamenti, in una unità concreta di pastori e popolo che mai come in questa fase è necessaria, senza scuse e senza ipocrisie, senza sottostare al ricatto per cui può esprimersi qualsiasi associazione lgbt per esercitare pressioni in ogni luogo e con ogni mezzo, ma è vietato alla sola Chiesa cattolica dire una parola su un passaggio così determinante riguardante il bene comune. E aggiungo, personalissimo, il mio appello a Papa Francesco affinché faccia udire la sua determinante voce a sostegno non dei cattolici impegnati in questa battaglia, ma dei bambini a cui sarebbe negato per sempre il diritto ad avere un papà e una mamma.

Ci si consegna a qualche giorno di altalenante riposo, saranno notti di trattative segrete e di schermaglie alla luce del sole sostanzialmente inutili. Da martedì 16 febbraio si vota, giovedì 18 febbraio la partita al Senato potrebbe essere conclusa. Ricordo a tutti che comunque l’iter è molto lungo: sarà necessario un ulteriore passaggio parlamentare, alla Camera; la legge eventualmente approvata dovrebbe poi andare al Quirinale e solo la firma del presidente della Repubblica avvierebbe la procedura con cui, due settimane dopo con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, la truffa del ddl Cirinnà diventerebbe legge dello Stato.

Sarà una lunga Quaresima, con una ragione in più per digiunare e pregare. Saranno settimane per combattenti, per chi sa quel che c’è da fare. Qui non lasceremo passare nulla senza raccontarlo. Può piacere o non piacere, ma l’impegno assunto è la testimonianza della verità.

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10/02/2016
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