Società

di Giovanni Marcotullio

Francesco, la Chiesa, il potere e la coscienza

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«“Coscienza” non è una bella parola». Lo sappiamo per certo da alcune settimane, anche se già da qualche secolo ne nutrivamo il sospetto. Come tutti ricordano, la rivelazione definitiva ci è arrivata da fonte sufficientemente autorevole per portare tanto messaggio: fu nientemeno che Umberto Galimberti – farfugliando cose che la solerte redazione del Fatto Quotidiano avrebbe faticato non poco a rendere meno insensate – a darne il grave annuncio in televisione.

Su La7 si discuteva, quella sera, di unioni civili e del diritto dei cattolici di esternare le loro convinzioni nella sfera pubblica non solo con dichiarazioni a voce o scritte, ma anche ponendo atti per loro natura derivati dall’esercizio di un giudizio personale, malgrado questi atti possano avere ripercussioni anche sulla vita di altre persone.
Non si discettava dunque esplicitamente di voto (segreto o no), di Senati e di “canguri”: mancava qualche giorno allo scatenarsi della fase acuta in cui la parola “coscienza” sarebbe riverberata con più forte insistenza nel pubblico palcoscenico, ma più di un fatto, da allora fino alla giornata odierna, ci avrebbe offerto elementi per valutare come in effetti questo sia il tema centrale di tutta la vicenda. Di tutta la vicenda legata al ddl Cirinnà e dell’intera questione antropologica che in esso sta come simbolicamente racchiusa.

  • Caso Apple

Parliamo del villaggio globale, del network universale in cui siamo immersi: da quell’immensa palafitta dell’etere che sono i social (i quali, è bene ricordarlo, sono espressioni di iniziative imprenditoriali private) alla “telefonia”, che ormai consta solo per minima parte della facoltà di far giungere la propria voce [phoné] in luoghi remoti [tele], l’impressione è che tutto ci tenga costantemente in contatto tra di noi. Con chi vogliamo avere vicino, effettivamente, e virtualmente con chi non vorremmo incontrare neanche per strada. Keep in touch. Sempre e comunque.
Lo smartphone è un’icona plastica della coscienza, almeno di come la vive l’uomo del nostro tempo: alcuni temono di perdere un backup del cellulare poco meno di un incidente che tocchi la memoria (lo stesso termine “memoria” dovrebbe ormai essere ulteriormente specificato, per far capire che della facoltà psichica di ritenere il passato qui si tratta, non di un pendrive); la metafora è così calzante che si proietta ora nelle sale un film – “Perfetti sconosciuti” – in cui 97 minuti di pellicola girata al cento per cento in un appartamento (roba che neanche Joyce e Svevo…) si reggono sull’assunto “se non abbiamo niente da nasconderci, leggiamo ad alta voce quello che ci arriva sui cellulari”.
Smartphone=coscienza, ed è tanto chiaro che se la magistratura si presenta da Apple per chiedere di sbloccare l’iPhone di un assassino, onde assumere informazioni e fonti probatorie ai fini giudiziali, Apple (che ricordiamo essere un’azienda privata, per quanto internazionale) si rifiuta di farlo. Proprio come don Matteo, su Rai1, non si sogna neanche di andare dal maresciallo Frassica a dire che qualcuno è andato a confessargli nel suo ministero sacerdotale di essere un assassino. Né si tratta di un parallelo azzardato: Tim Cook (già graziato dalla colpa di essere un viscido capitalista in virtù del merito di essere un omosessuale dichiarato) è stavolta caduto sotto la stessa sassaiola mediatica riservata in altre occasioni agli ecclesiastici che hanno rifiutato di rivelare alle istituzioni (pubbliche) le conoscenze acquisite nel segreto del confessionale. «Non possiamo cedervi cose che non ci appartengono e non possiamo cambiare disposizioni che non siamo stati noi a stabilire», è la risposta della Chiesa quando le si chiede di forzare il vincolo sacro della confessione (o cose più “à la page”, come introdurre novità quali “il sacerdozio femminile”). «Il governo ci ha chiesto qualcosa che semplicemente non abbiamo, e consideriamo troppo pericoloso creare», è invece la risposta di Cook a chi gli chiedeva di rendere violabile l’iPhone dell’autore della strage di San Bernardino. Chiaramente l’iPhone non è un sacramento (anche se c’è chi per averlo fa code da far rimpiangere i giubilei rinascimentali), e per questo a differenza della Chiesa Cook ammette che potrebbe “creare” ciò che gli viene chiesto. Nondimeno non vuole farlo, e non vuole perché l’iPhone è pure, in un altro senso, più etimologico e meno teologico, un “sacramento”: è il simbolo efficace di una cosa sacra, che rende concreto ciò che significa. La cosa sacra è la coscienza.
È vero, Beppe Severgnini dà tutt’altra lettura, appellandosi al potere economico di Apple e all’interesse economico considerevole di un fatturato da 234 miliardi di dollari l’anno. Sono argomenti tutt’altro che insipienti, ma poggiano sull’assunto che la cultura statunitense non avrebbe in stima “le questioni di privacy”, come si evincerebbe dai «continui litigi tra Google e l’Unione europea sulla raccolta dei dati e il “diritto all’oblio”». Qui sta l’incrinatura dell’assunto: il diritto all’oblio mina la privacy, certamente, ma non la coscienza, che per definizione non conosce oblio, e la confusione tra le due entità – che marca tutto l’argomento di Severgnini – è di per sé degno di suscitare una riflessione.
Il “network”, la rete, quest’entità astratta e impersonale di cui le grandi ditte come Apple e Google, Facebook, Whatsapp e Twitter sono quasi le ipostasi passeggere, tutto ciò mira all’accumulo di un’immensa banca dati di nozioni, che possa nutrire oggi, silenziosamente, le statistiche di mercato e quelle sociologiche, e domani gli archivî storici, per una rivoluzione storiografica senza precedenti: da un lato quindi si offre con assoluta gratuità a ogni “utente” un’ingente memoria virtuale accessibile da ogni punto del globo terracqueo; dall’altro gli si garantisce (con un documento che è parte distinta e a sé del contratto) la tutela più rigorosa di quella che viene generalmente chiamata “privacy”. Ma la privacy, come dicevamo sopra, comporta il “diritto all’oblio”, perché se un uomo commette un errore ha ben diritto a non vedersi identificato per tutta la vita con quell’errore, nei limiti del possibile (certo, difficile ricordare Adolf Eichmann per la sua giovialità a tavola): quell’accumulo di nozioni che non ammette oblii, invece, è la coscienza (perché anche ciò che la psiche rimuove dal suo bagaglio finisce nel subconscio e nell’inconscio, ma non nel nulla).
La questione, quindi, appare ben più fondamentale della pretesa di una grande azienda di poter sfidare un potere politico (dato che accomuna le analisi di Severgnini e quelle di Massimo Sideri): il braccio di ferro è quello tra lo Stato e l’individuo. È sorprendente come né Severgnini né Sideri usino mai la parola “coscienza”, nelle loro analisi, eppure alcune delle loro analogie sono evidentemente inadeguate: «Perché accettiamo che il bagaglio venga aperto a campione, da persone anonime, a nostra insaputa? E dovremmo rifiutare che il telefono venga controllato su richiesta precisa e motivata dell’autorità giudiziaria?». Ma una valigia, caro Severgnini, non è “sacramento della coscienza”: un iPhone, per i motivi e nel senso che dicevamo, sì, e se un criminale si porta un segreto nella tomba dovremo farcene tutti una ragione, o con il pretesto di vendicare degli innocenti uccisi (e che comunque non torneranno a vivere in questo mondo) metteremo a repentaglio il cuore della dignità di innumerevoli altri innocenti. Neanche “il patto sociale” può violare il sacrario della coscienza, o non basterebbe la legittimazione democratica [?] del potere a mascherare l’abuso che è peculiare ed esclusivo dei totalitarismi.

  • Il Leviatano e l’Anticristo

Ma «“coscienza” non è una bella parola», come ricordavamo in apertura: la nostra cultura liquida, abituata a rigettare ogni assoluto, preferisce venerare il totem di uno Stato dotato di poteri assoluti (per la sola illusione che lo Stato risponda a un “patto sociale”), piuttosto che accettare che un assoluto inabiti lo stesso individuo, cittadino, cliente, fedele. Il problema è che quest’elemento di inafferrabilità, questo “fattore di trascendenza”, è proprio ciò che fa di un individuo una persona, perché lo mette in collegamento con l’Altro da tutto ciò che lo circonda (ed è cosa così misteriosa, la coscienza, che si rivela talvolta anche dove parrebbe non esserci, come in casi di premorte o simili). A ben vedere, la coscienza è il sassolino che manda in tilt gli ingranaggi di ogni potere, non solo di quello totalitario: in questo caso, certamente, lo scontro è più evidente perché il totalitarismo esige l’assenso interiore dell’individuo, non solo l’obbedienza formale esteriore; anche al tempo dell’Impero romano, tuttavia, che non si interessava all’amore dei sudditi, purché non lesinassero di versare qualche grano d’incenso durante i sacra publica, il puntiglioso scrupolo di alcuni nel custodire intatto il deposito della coscienza indusse il potere a scatenare le più violente persecuzioni dell’antichità. Questi partigiani della coscienza erano i cristiani, preceduti a lunghi intervalli da profeti pagani come Socrate, e non è un caso che nel formidabile vaticinio di Solov’ëv l’anticristo, nostro contemporaneo, si imponga il titolo di “imperatore romano”. De Sade a suo tempo si sarebbe lungamente tormentato sulla frustrazione degli sforzi di uno che volesse assoggettare a sé un uomo libero: anche un solo estremo movimento d’occhi, col corpo completamente paralizzato da sevizie e torture, basterebbe a decretare la vittoria della vittima sul sadico. Ecco perché «“coscienza” non è una bella parola».

  • Bergoglio, il Papa e il “matrimonio” gay

Ma proprio a quella parola, che spira tanta eversione e tanta ingerenza, si è appellato l’altra sera Papa Francesco, quando gli è stata rivolta la domanda sul dibattito parlamentare italiano in corso: ha rifiutato di scendere in campo personalmente (e giustamente) proprio perché non poteva accettare che i parlamentari sedicenti cattolici delegassero a lui la loro presa di posizione. Quanto a ciò che pensa lui, Francesco l’ha detto con chiarezza estrema: non solo come Papa (per cui ha rimandato all’ininterrotta tradizione ecclesiale esemplata nel Catechismo della Chiesa Cattolica), ma anche come Jorge Mario Bergoglio (o non avrebbe fatto esplicito riferimento alle proprie posizioni del 2010). Sappiamo dunque quale sarebbe il suo voto, se fosse senatore della Repubblica italiana; ma proprio perché né in quanto Bergoglio né in quanto Francesco è tale, non può permettere che sia una sua direttiva personale a determinare i voti. Diversamente, chi lo ascoltasse guadagnerebbe un proprio credito personale nei suoi confronti, e lo stesso credito lucrerebbe un governo che, in blocco, decidesse di farsi eteronormare da lui. La norma, invece, ciascuno degli aventi diritto al voto deve trovarla nel solo posto dove obbedire significa essere liberi: la coscienza. Infatti Giovanni Paolo II diceva che «l’autorità della Chiesa, che si pronuncia sulle questioni morali, non intacca in nessun modo la libertà di coscienza dei cristiani: non solo perché la libertà della coscienza non è mai libertà “dalla” verità, ma sempre e solo “nella” verità; ma anche perché il Magistero non porta alla coscienza cristiana verità ad essa estranee, bensì manifesta le verità che dovrebbe già possedere sviluppandole a partire dall’atto originario della fede. La Chiesa si pone solo e sempre al servizio della coscienza, aiutandola a non essere portata qua e là da qualsiasi vento di dottrina secondo l’inganno degli uomini (cf. Ef 4,14), a non sviarsi dalla verità circa il bene dell’uomo, ma, specialmente nelle questioni più difficili, a raggiungere con sicurezza la verità e a rimanere in essa» (Veritatis splendor 64).
Non si tratta dunque di “obbedire alla Chiesa” o “al Papa” (onde trarre auspicabilmente altre prebende per i tempi a venire): “Secondo coscienza” significa “secondo quell’unica istanza che permette all’uomo di non asservirsi ad alcun potere mondano”, cioè secondo ciò per cui l’uomo è veramente uomo. Al professor Galimberti ci sentiamo oggi di dire, confermati dalle posizioni di Papa Francesco, che siamo tanto più convinti che la posta in gioco sia molto meno sociologica che antropologica e (se ci consente una parolaccia) escatologica. Sì, perché quando l’uomo è in piedi di fronte a sé stesso, nel sacrario della propria coscienza, si definisce la sua ultima e vera identità. E questo è – in termini esistenziali – quello che la tradizione cristiana chiama “giudizio”.

  • Adinolfi e Socci

Ha dunque torto Galimberti a dire che «“coscienza” non è una bella parola», ma se avesse detto che non è una parola comoda o “facile” avrebbe avuto tutto il nostro appoggio. Nondimeno, almeno tra gli uomini onesti, la coscienza libera resta cosa di fascino irresistibile. Due esempi freschi freschi: Mario Adinolfi e Antonio Socci. Mentre infatti conduceva la sua trasmissione su Radio24, l’altra sera, Giuseppe Cruciani ha avuto modo di osservare che «chi vuole impedire ad Adinolfi di parlare all’università di Bari è un coglione [sic]: abbiamo posizioni diverse su tutto, ma per fortuna c’è gente veramente anticonformista e libera». Il Direttore di questo quotidiano ha sorriso di gratitudine commentando con un rapido “Dio c’è”, e la stessa cosa deve aver pensato Antonio Socci quando (forse contemporaneamente alla trasmissione di Cruciani) ha letto la risposta di Papa Francesco al suo durissimo “L’ultima profezia – Lettera aperta a Papa Francesco”: «Caro fratello: – scrive il Papa a Socci – ho ricevuto il suo libro e la lettera che lo accompagnava. Grazie tante per questo gesto. Il Signore la ricompensi. Ho cominciato a leggerlo e sono sicuro che tante delle cose riportate mi faranno molto bene. In realtà, anche le critiche ci aiutano a camminare sulla retta via del Signore. La ringrazio davvero tanto per le sue preghiere e per quelle della sua famiglia. Le prometto che pregherò per tutti voi chiedendo al Signore di benedirvi e alla Madonna di custodirvi. Suo fratello e servitore nel Signore, Francesco».
È palpabile la commozione di Socci nel suo racconto di come la lettera è entrata in una sua giornata dall’ambiente domestico e famigliare, vicino agli oggetti di suo padre; l’attenzione ai dettagli della busta rivela una gioia che sa di acqua nel deserto mescolata alla trepidazione di chi riceve una lettera in risposta a un testo molto duro, e temperata dal vivo desiderio di cogliere e gustare interiormente tutti i dettagli di quel dono. Chi scrive è uno che – memore della telefonata di Papa Francesco a Mario Palmaro – ha sperato e pregato di poter sapere un giorno di una simile lettera, e perciò deve oggi ad Antonio Socci gratitudine particolare per aver condiviso nel dettaglio l’emozione di quel momento. Per essere anche noi completamente franchi, dobbiamo ricordare che spesso noi de La Croce abbiamo seguito con interesse e apprensione le sue dichiarazioni, trovandovi non di rado validissimi spunti di riflessione e di provocazione per la Chiesa e per lo stesso Papa. “Quel Socci di cui ci sarebbe bisogno”, titolavamo tempo fa con aria malinconica, rammaricandoci di non sentirci di accompagnarlo in alcuni toni e in alcuni argomenti, ma tenendo ferma la convinzione che alcune delle osservazioni rivolte all’indirizzo della Chiesa (e dello stesso Santo Padre) sarebbero state di grande giovamento a tutti, se fossero state accolte.

  • Dio parla in ogni coscienza “ben formata”

Francesco ci ha mostrato che crede nella coscienza, e non solo nella propria: con queste righe umili e franche si è mostrato per un uomo che riconosce nella “coscienza ben formata” non solo un luogo di alterità inviolabile da parte di chiunque, ma un sacrario in cui Dio stesso e la sua voce si manifestano. E lui vuole ascoltarla, questa voce, forse mettendo in discussione alcune sue parole, alcune sue azioni, alcune sue omissioni. Continueremo forse a non condividere certe sue analisi, ma di sicuro siamo lieti che la sua ostinata fedeltà alla propria coscienza abbia avuto un giusto e caldo riconoscimento – è la stessa speranza che sorregge, per noi, l’ostinata fedeltà alla nostra, di coscienza.
Che ci costa non solo l’essere messi ai margini, pure noi, dell’“intellighenzia cattolica del momento”, del coro di cortigiani professionisti che fanno a gara a lusingare il potere in quanto tale, ovunque si trovi: e il potere, nella Chiesa, è paradossalmente più banale del potere mondano, si contenta di adulazione laddove quello dell’Impero pretende asservimento e fedeltà. A parte questo, che da laici ci interessa poco, la nostra, di coscienza, ci costa il non poter parlare in pubblico, come ieri a Bari, se non con una scorta e col sottofondo continuo di cori che chiedono che la nostra voce e le nostre posizioni non abbiano cittadinanza nell’agorá comune.
Poiché la cosa paradossale, in fin dei conti, è che chi come il Papa difende la dignità della coscienza lo fa perché ogni uomo non si faccia alibi di fronte al dovere di cercare la verità e testimoniarla; chi invece forza le marce delle procedure democratiche e vorrebbe ricorrere a “espedienti marsupiali” per imbavagliare il confronto fra le coscienze [?], quello vuole farci credere di star lavorando “per i diritti umani e civili”.

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20/02/2016
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